LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA
Come si può facilmente constatare da quello che scrivo, non ho nessuna difficoltà a ricordare crimini contro l’umanità di qualsiasi genere e da qualsiasi parte provengano. Non devo difendere nessuna “squadra” e nessuna appartenenza. Credo anzi che la memoria, nel limite delle ricostruzioni storiche, che sono sempre difficoltose e a volte discutibili, vada preservata sempre e comunque, e come tale vada trasmessa alle generazioni successive.
Sono, inoltre, convinto che se un approccio del genere fosse oggi diffuso, potrebbe dare il suo contributo alla creazione di un autentico movimento per i diritti umani, estraneo a logiche di parte e all'ipocrisia del double standard, non subalterno alle logiche dei signori e padroni della geopolitica. E cosa più importante, riuscirebbe ad avere una grande credibilità anche nella costruzione di un’alternativa pacifista e non violenta, in cui i due concetti, spesso separati, acquistino un significato nuovo e profondamente genuino. Ah, vana speranza!
Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici - il gas mostarda iprite, i gas nervini sarin, tabun e VX - sulla città curda di Halabja, nel Kurdistan iracheno meridionale, al confine con l'Iran. Era l'ultimo anno della guerra Iran-Iraq, e la città era appena caduta in mano ai peshmerga curdi alleati con Teheran. L'attacco durò diverse ore: prima i bombardamenti convenzionali per impedire la fuga della popolazione, poi le bombe chimiche.
Morirono tra i tremila e i cinquemila civili nell'arco di poche ore; decine di migliaia subirono effetti a lungo termine: cecità, malformazioni congenite nelle generazioni successive, tumori, patologie respiratorie croniche. Halabja rimane il più grave bombardamento chimico contro una popolazione civile nella storia moderna, superato solo, in termini di vittime civili da agenti chimici, dall'uso militare del gas nella Prima guerra mondiale, ma in quel caso distribuito su un arco temporale e geografico incomparabilmente più vasto.
L'attacco rientrava nell'operazione Anfal - termine coranico che designa i bottini di guerra sottratti agli infedeli - condotta dal regime ba'athista di Saddam Hussein tra il febbraio e il settembre 1988 contro la popolazione curda dell'Iraq settentrionale. L'Anfal fu pianificata e diretta da Ali Hassan al-Majid, cugino di Saddam, che per questo verrà soprannominato "Ali Chemical". L'operazione combinò deportazioni di massa, esecuzioni sommarie, distruzione sistematica di villaggi e uso di armi chimiche: secondo le stime più accreditate, tra 50.000 e 180.000 curdi furono uccisi nel corso della campagna complessiva, e oltre 4.000 villaggi rasi al suolo.
Ciò che rende la strage di Halabja storicamente e politicamente complessa e rilevante non è soltanto la sua brutalità intrinseca, ma il contesto internazionale in cui si inserisce. Nel 1988 l'Iraq era un alleato tattico fondamentale degli Stati Uniti e delle potenze occidentali nella guerra contro l'Iran di Khomeini. Washington aveva fornito a Baghdad intelligence militare, tecnologia a duplice uso e copertura diplomatica.
Quando la notizia dell'attacco chimico raggiunse gli ambienti governativi americani, la risposta fu deliberatamente ambigua: funzionari del Dipartimento di Stato lavorarono attivamente per attribuire la responsabilità dell'attacco anche all'Iran - tesi priva di qualsiasi fondamento - al fine di proteggere Saddam da possibili ripercussioni internazionali. È uno degli esempi più documentati di quella che potremmo chiamare la geopolitica dell'omissione calcolata: la decisione di non vedere ciò che è sotto gli occhi, perché vederlo imporrebbe conseguenze politicamente scomode. Una verità ignorata perché non era conveniente renderla pubblica e di conseguenza denunciarla.
La stessa comunità internazionale - incluse le Nazioni Unite - reagì con un silenzio sostanziale. La Convenzione sulle armi chimiche del 1993 non esisteva ancora; ma il Protocollo di Ginevra del 1925 vietava già l'uso bellico di agenti chimici. Nessun meccanismo internazionale fu attivato. La stampa occidentale coprì l'evento in modo marginale e discontinuo. Solo nel 1991, dopo l'invasione irachena del Kuwait e il rovesciamento dell'alleanza geopolitica, le immagini di Halabja tornarono a circolare questa volta come prova del carattere mostruoso di Saddam, improvvisamente trasformato da alleato in nemico.
La strumentalizzazione retrospettiva è parte integrante della storia di questo crimine: il massacro fu riscoperto quando divenne geopoliticamente utile, non quando sarebbe stato assolutamente ovvio e giusto denunciarlo. Il riconoscimento giuridico avvenne dopo decenni. Il processo contro Ali Hassan al-Majid e altri gerarchi ba'athisti si svolse nel 2007 dinanzi al Tribunale Supremo Iracheno: i principali imputati furono condannati a morte e giustiziati.
Nel 2010 il Parlamento iracheno riconobbe ufficialmente l'Anfal come genocidio. Anche Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e altri paesi hanno adottato analoga qualificazione giuridica. Per la comunità curda, Halabja non è soltanto un trauma storico: è un punto fondamentale dell'identità politica collettiva, la prova più radicale dell'abbandono internazionale e, al tempo stesso, dell’estrema necessità del riconoscimento.
Il 16 marzo è commemorato ogni anno come Roja Helebçê - il Giorno di Halabja - in tutto il Kurdistan iracheno e nella diaspora. La città stessa, ricostruita dopo la guerra, ospita un museo memoriale che fu saccheggiato e parzialmente distrutto nel 2006 durante una rivolta popolare contro la classe politica curda accusata di sfruttare la memoria delle vittime a fini elettorali: un episodio che dice molto sulla tensione irrisolta tra commemorazione istituzionale e dolore vissuto dalla popolazione, e del conflitto che attraversa trasversalmente l’intera comunità Curda, non esente da errori e da crimini. Quale conflitto identitario lo è?
La visibilità internazionale di un popolo è largamente proporzionale alla sua capacità istituzionale di autorappresentarsi, e i Curdi sono stati sistematicamente privati di quegli strumenti. Al contrario, i quattro Stati che si dividono il territorio curdo - Turchia, Iraq, Iran, Siria - hanno tutti, in misura diversa, interesse attivo a che la questione curda rimanga opaca, frammentata, non leggibile come questione unitaria. La narrativa dominante in ognuno di quei paesi descrive i Curdi come una minaccia separatista, terroristica, destabilizzante, e quella narrativa ha trovato sponde anche in Occidente, soprattutto per quanto riguarda la Turchia.
Strutturale perché la complessità geografica e politica del Kurdistan - diviso tra quattro Stati, con movimenti politici diversi e talvolta in conflitto tra loro, con lingue e dialetti differenti, con storie locali che divergono significativamente -, mal si presta alle semplificazioni che i media generalisti e la cosiddetta controinformazione richiedono. È molto più facile raccontare un conflitto con due parti chiaramente identificabili che una situazione in cui i Curdi iracheni, siriani, turchi e iraniani hanno storie, organizzazioni e obiettivi parzialmente distinti. Quella complessità, anziché essere un'occasione di approfondimento, diventa un pretesto per non occuparsene affatto.
C'è poi un elemento più determinante: i Curdi fanno parte di quella categoria di popoli e cause che non si inseriscono comodamente nelle narrative ideologiche preconfezionate che strutturano il dibattito pubblico occidentale attuale. Non sono facilmente collocabili ideologicamente in senso tradizionale e non possono adattarsi alla retorica terzomondista anti-occidentale.
Il PKK ha radici marxiste-leniniste ma il Kurdistan iracheno è governato da forze conservatrici e tribali; il Rojava siriano ha sperimentato un modello di confederalismo democratico orizzontale di ispirazione libertaria che non assomiglia a nulla di convenzionale. Questa inclassificabilità li rende difficili da adottare come causa, perché le cause nell'opinione pubblica contemporanea funzionano meglio quando si adattano a un frame già esistente, semplificabili nella consueta polarizzazione.
Il risultato è che forse la maggior parte delle persone ha sentito al massimo nominare i Curdi e che c'è una questione curda, senza nessuna consapevolezza reale di cosa significhi per 35-40 milioni di persone vivere divise tra quattro Stati che in misura variabile le opprimono, senza mai aver avuto la possibilità di autodeterminarsi nonostante un'identità culturale, linguistica e storica assai strutturata. La questione curda è una delle grandi “amnesie” dell'opinione pubblica internazionale.

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