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giovedì 19 marzo 2026

AUTOCRAZIA S.P.A.


AUTOCRAZIA S.P.A. 

(espressione usata nel libro citato)

«Abbiamo tutti in mente l’immagine un po’ caricaturale di uno stato autocratico. C’è un cattivo al vertice, che controlla l’esercito e la polizia. L’esercito e la polizia minacciano il popolo con la violenza. Ci sono collaboratori malvagi, e magari qualche coraggioso dissidente.

Tuttavia, nel XXI secolo una simile rappresentazione ha scarsa attinenza con la realtà. Al giorno d’oggi, le autocrazie non sono governate da un solo cattivo, ma da raffinate reti che poggiano su strutture finanziarie cleptocratiche, su un complesso di servizi di sicurezza – militari, paramilitari e polizia – e su esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione. I membri di queste reti sono connessi non soltanto tra loro in una data autocrazia, ma anche a network presenti in altri paesi autocratici, e a volte nelle stesse democrazie. Aziende corrotte e controllate dallo stato in una dittatura fanno affari con aziende corrotte e controllate dallo stato in un’altra. La polizia di un paese può armare, equipaggiare e addestrare la polizia di molti altri. I propagandisti condividono risorse – fabbriche di troll e reti mediatiche che promuovono la propaganda di un dittatore possono essere usate anche per promuovere quella di un altro – oltre che concetti: la degenerazione della democrazia, la stabilità dell’autocrazia, la malvagità dell’America.»

Anna Applebaum, da “Autocrazie” (2024)

L'analisi che la Applebaum fa in questo passaggio è sostanzialmente corretta, ma rimane parziale nella misura in cui descrive le autocrazie come un fenomeno quasi esclusivamente esterno alle democrazie occidentali, trascurando la trasformazione in atto all'interno di queste ultime. Le democrazie stanno da decenni mutando la propria natura, e tale mutamento non è riducibile solo a pressioni esogene: affonda le radici nell'erosione della capacità critica dell'individuo-massa, progressivamente esposto a forme di semplificazione ideologica, decisionale e mediatica, e a quello che definirei come neo-collettivismo, che ne modellano la percezione del reale.

Si va delineando una sorta di oligopolio delle rappresentazioni, ognuna delle quali però ambisce al monopolio: un numero limitato di visioni del mondo rigide e autoreferenziali — tra le altre: il woke, il MAGA, il tradizionalismo politico religioso (nelle sue varie declinazioni), il socialismo nazionalista autoritario, l’imperialismo “democratico” e quello autocratico identitario — che non ammettono dialettica interna, né principio di falsificabilità, e che rivelano così, indipendentemente dai contenuti ideologici che sono anche opposti, una struttura essenzialmente autoritaria. 

Non si tratta di totalitarismo nel senso classico — non vi è un'unica ideologia imposta dall'alto con il supporto della coercizione statale — ma di un tribalismo istituzionalizzato che riempie del tutto lo spazio del discorso politico e culturale e rende sistematicamente difficile il pensiero che vada oltre i confini del linguaggio propagandistico. Un indottrinamento relativamente “morbido”, ma per questo stesso motivo non meno pervasivo di qualsiasi strumento tradizionalmente repressivo.

Ciò che rende questo processo particolarmente insidioso è la sua natura trasversale. La questione non è di connotazione politica definita — le ideologie coinvolte sono diverse, a volte radicalmente opposte — né di alleanze geopolitiche o militari, che variano nel tempo secondo gli interessi contingenti degli attori. È invece soprattutto la disponibilità di reti interconnesse attraverso le quali si possono scambiare metodologie, strumenti, tecnologie di controllo e di gestione del consenso, a fare la differenza.

Le cosiddette democrazie occidentali stanno assimilando il modello operativo dei regimi che non hanno mai conosciuto autentica democrazia: non per via di alleanze esplicite, ma perché la logica del controllo sociale è intrinseca a ogni forma di potere, in special modo a quelle che praticano l'accentramento o che stanno intraprendendo questa direzione. E perché, di conseguenza, operano su analoghe piattaforme tecnologiche e digitali, si servono di aziende che interagiscono con soggetti diversi e competono negli stessi mercati. Il capitalismo della sorveglianza non ha colore ideologico: è un'infrastruttura disponibile, e come tale viene impiegata.

Si tende a non analizzare a sufficienza l’autonomia del politico delle tecniche rispetto ai fini dichiarati. Ma le conseguenze logiche e pratiche di tale autonomia non possono essere ignorate: acquisire sistematicamente strumenti del dominio autocratico crea le condizioni strutturali per una degenerazione autocratica in tutti i sensi, indipendentemente dalla presenza formale delle istituzioni democratiche. Tutto ciò con l’esplicito consenso di una parte non secondaria dell’opinione pubblica con le sue più o meno esplicite pulsioni nei confronti dell'uomo forte.

La degenerazione è un processo già in corso, non è uno scenario catastrofico da scongiurare nel prossimo futuro: i segnali in tal senso sono molteplici. I meccanismi di controllo tendono a determinare condizioni comuni dappertutto: abbassano la soglia di tolleranza verso l'opposizione, normalizzano pratiche che sarebbero state inaccettabili qualche decennio fa, modificano nel tempo la cultura istituzionale di chi li esercita. La storia delle derive autoritarie novecentesche mostra con sufficiente chiarezza che, più che una volontà tirannica precostituita, è la degenerazione a essere quasi sempre progressiva, non nasce improvvisamente dall'oggi al domani.

Questo processo avanza tuttavia a velocità differenziate, e la differenziazione è essenziale. Non tutte le democrazie sono esposte allo stesso livello di rischio. La variabile determinante non è soltanto la qualità degli strumenti adottati, ma la solidità dei contrappesi istituzionali e culturali capaci di frenarne la logica espansiva. Il radicamento storico del pluralismo non è un dato culturale vago: si traduce in istituzioni concrete — magistrature indipendenti con carriere separate, sistemi di informazione pubblica storicamente sottratti al controllo diretto dell'esecutivo, corpi intermedi capaci di elaborazione critica, tradizioni associative autenticamente libere da condizionamenti politici ed economici, assetti costituzionali che richiedono consensi ampi per essere modificati. 

L'Europa occidentale, con tutte le sue contraddizioni e a prescindere dalla struttura tecnocratica della UE, possiede in misura maggiore questa sedimentazione rispetto alle democrazie dell'Europa centro-orientale post-comunista, dove la brevità dell'esperienza democratica ha lasciato istituzioni meno consolidate e più vulnerabili, come i casi ungherese e polacco hanno mostrato. Diverso ancora è il caso americano, dove le istituzioni sono formalmente robuste ma la polarizzazione ha eroso quella cultura civica condivisa che ne costituisce il presupposto informale e senza la quale i meccanismi di garanzia rischiano di diventare procedure svuotate di sostanza, rendendo le istituzioni di difesa democratica sempre più fragili.

La distinzione tra il monopolio della propaganda nei regimi autoritari e la sua competizione nelle democrazie conserva dunque un valore strutturale reale: è ciò che rende ancora possibile la critica, inclusa quella che sto formulando. Ma tale distinzione si assottiglia progressivamente nella misura in cui gli attori dominanti acquisiscono la capacità — e la volontà — di marginalizzare sistematicamente le voci dissonanti senza doverle formalmente silenziare. Il pluralismo residuo è una risorsa che si va consumando, e la cui conservazione richiederebbe una difesa tanto più adeguata quanto più gli strumenti per sminuirne i fondamenti diventano tecnicamente più accessibili e politicamente redditizi.


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