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domenica 29 marzo 2026

LA TRAPPOLA DELLO SPETTACOLO DIGITALE.

LA TRAPPOLA DELLO SPETTACOLO DIGITALE. 

Premetto subito che non è mia intenzione criticare nessuno. Il motivo di questo post risiede solo nel tentativo di spiegare meglio la mia scelta. D’altronde ho avuto la fortuna di conoscere qui sopra persone assai pregevoli, e di apprezzarne spesso il pensiero, di riuscire a conservare poche, ma preziose, amicizie. Qualcosa di veramente importante devo, insomma, a Facebook. E ora beccatevi il pippone.

Dal 3 marzo ho deciso di interrompere, almeno momentaneamente, quasi del tutto la mia presenza attiva su Facebook, limitandomi a qualche like e a qualche sporadico commento ai post altrui. Ciò perché ho necessità di astenermi da un ambiente dove sono egemoni cori polarizzati, sentenze categoriche, visioni semplicistiche, in cui è diventato per me impossibile fare analisi più complesse, nel quale fatti poco più che marginali, gonfiati ad arte dai media, diventano esempi sui quali costruire teorie e paradigmi sociali, senza andare ad analizzare elementi e dinamiche diverse, persino contraddittorie. Vengono generate linee narrative che vanno avanti per mesi e mesi, alimentate esponenzialmente.

Un luogo in cui negli ultimi anni non ho fatto altro che perdere relazioni umane che, seppur nate in un contesto "virtuale", erano riuscite a rompere la barriera della distanza digitale, costruendo legami affettivi. L’emersione di differenti visioni “politiche” ne ha dimostrato nella stragrande maggioranza l’intrinseca fragilità, ovviamente, anche per mia responsabilità. Stessa analoga decisione l’avevo già presa un po' di anni fa con X, allora ancora Twitter. Quando il disagio e l’imbarazzo crescono, non resta che sottrarsi. Tuttavia, mi sento di dover fare altre considerazioni, alcune anche autocritiche.

Può sembrare fuori luogo, ridicolo e retorico, ma per me questa scelta è una forma di obiezione di coscienza. Un’obiezione di coscienza con cui rifiuto di compiere un atto che, in questo momento, giudico moralmente incompatibile con la mia storia personale e con la mia coscienza. Continuo a subire una certa pressione, ma non sono più disposto ad accettare un gioco in cui mi sento estraneo. Pur se alla fine nasce essenzialmente dalla amara consapevolezza della mia sconfitta su questo livello di comunicazione, diventato sterile, al contrario di molti di voi.

Restare iscritti a Facebook senza più scrivere è quindi per me, come accennato, un gesto di sottrazione, anche se devo ammettere che non è del tutto coerente. Vi è in esso qualcosa di ambiguo: la scelta di non partecipare alla produzione del flusso di parole, pur continuando a occupare un posto nei social, a figurare tra i profili attivi e come utenti esistenti, è in definitiva un gesto che non va oltre l’astensione. Sarebbe più logica un’uscita definitiva. Ma ci sono ancora legami che non posso e non voglio recidere così brutalmente, che sarebbe difficoltoso mantenere in piedi altrimenti, nonostante il blog, sul quale continuo a scrivere regolarmente, e nonostante le chat private.

Detto questo, non posso nascondere che ci sia anche un certo autocompiacimento. Perché il gesto dell'obiettore social è portatore in sé di una contraddizione molto evidente, quasi inevitabile, cioè un atteggiamento di elitaria autoassoluzione. È una forma significativa di dissociazione ma che non produce una concreta alternativa. Col silenzio infatti non risolvo la questione cardine che mi preme sollevare: quella su che senso abbia denunciare l’avanzare della tecnocrazia e poi usare come megafono uno dei maggiori strumenti digitali di controllo e manipolazione sociale. 

Ed è questo uno dei motivi principali della mia dissociazione. Un megafono che, inoltre, per quanto mi riguarda, non riesce a produrre nulla oltre lo sfogatoio. La complessità con cui guardo alla realtà mal si addice a uno strumento che col tempo ha sempre più preso la strada della semplificazione. Posso però sinceramente capire chi va avanti riscuotendo alti livelli di visualizzazioni e centinaia o migliaia di like.

Oltretutto, atteggiarmi a critico illuminato che istruisce le masse sulla propria prigionia digitale, scrivendolo su Facebook, offre di fatto alla piattaforma un contenuto prezioso: indignazione moralistica, complesso di superiorità intellettuale, demarcazione tribale tra chi capisce e chi non capisce. L'algoritmo è neutrale, ma nello stesso tempo esercita controllo: registra tutto ciò, lo trasforma in merce, manipola le interazioni, conta le reazioni, fagocita quindi anche le opinioni più indigeribili, ci regala un pubblico. La mia ira contro il sistema genera esattamente lo stesso dato del conformismo e del consenso nei confronti del sistema. Dal punto di vista della gestione algoritmica, sono la stessa cosa.

C'è di più. Quando uso Facebook per rimproverare agli altri la propria ingenuità rispetto ai meccanismi di controllo sto in realtà involontariamente convertendo la critica alla tecnocrazia in consenso. Insomma, la consapevolezza del controllo come forma di distinzione che separa i lucidi dagli ignari, i critici dai consumatori passivi viene esibita, fatta circolare proprio attraverso uno strumento di manipolazione digitale, di polarizzazione, di addomesticamento e di neutralizzazione di ogni alternativa. La critica non è affatto in questo modo un atto di resistenza: ma uno dei tanti ordini del discorso già previsti, monetizzati, e trasformati in prodotto di consumo per ogni recinto identitario. 

Il “consapevole”, il “risvegliato” sono figure paradossali e in qualche modo tragiche: i soggetti, me incluso, che pensano di aver compreso il meccanismo di sorveglianza, nell'atto stesso di denunciarlo ad altri, si fanno strumento di quel meccanismo con una precisione che chi non ha capito nulla non potrebbe mai raggiungere. Il consapevole offre la performance dell'intelligenza, il teatro della coscienza critica, lo spettacolo di chi ha visto oltre lo spettacolo — il che è, naturalmente, ancora spettacolo.

Guy Debord aveva intuito questa trappola con la sua teoria sulla società dello spettacolo, anche se non poteva ancora vedere la forma specifica che avrebbe assunto nell'era dei social network. Il punto essenziale è che spazi esterni allo spettacolo, da cui denunciarlo senza essere già inglobati nella sua logica, se esistono sono irrilevanti o vengono opportunamente marginalizzati. Mentre lo spettacolo non si può criticare dall'interno senza diventarne parte. Ogni atto di denuncia è già stato pre-digerito, già convertito: rappresentazione, circolazione, consumo rapido e, a volte, oblio. 

È un ecosistema che consuma la propria energia interna, che genera sempre meno calore e sempre più rumore, che si avvia verso la degenerazione e forse l’implosione di senso. Assistere a questo processo senza pensare di alimentarlo, anche se è un’illusione, ha, però, nonostante le contraddizioni, una sua dignità etica: osservo il fenomeno che percepisco come degenerativo con l’intenzione di interferire il minimo possibile, senza probabilmente accelerarne o rallentarne in alcun modo la degenerazione, data la mia assoluta irrilevanza, ma con una forma di muta testimonianza.

Però, essere il testimone pur non essendo “l’attore”, non è, tuttavia, essere nemmeno “l’assente”, men che meno “il dissidente”, e la mia presenza ha sempre una funzione, anche quando mi illudo di non averla. Restare iscritti è già scegliere di non abbandonare il campo, e questa scelta porta con sé una forma di legittimazione passiva che io come "obiettore" fatico a riconoscere in me stesso proprio perché il mio gesto mi sembra già sufficientemente critico. È questa la trappola dell'autoassoluzione: non la menzogna consapevole, ma l'illusione sincera di avere trovato una posizione abbastanza distante da essere coerente, abbastanza vicina da poter essere informata sulle discussioni, e su rilevanti spaccati socio-antropologici. Una posizione, cioè, che, oltre alle motivazioni affettive, ne ha altre di natura “opportunistica”.

La “compresenza”, allora, è una scelta etica parziale — ma è anche una posizione che rischia di diventare moralismo. Si può osservare l'implosione da una distanza che auto-percepisco come sufficiente, e quindi devo chiedermi se quella distanza sia reale o semplicemente psicologica. Posso continuare a ricevere le notifiche, a scorrere il feed quando prevale la curiosità, mettere like e qualche volta persino a commentare, e sapere cosa succede in quel mondo virtuale pur dichiarando di non appartenervi più. Il silenzio, in questo caso, non è affatto assenza: è una forma di partecipazione che lascia ben poche tracce visibili ma preserva intatte tutte le connessioni.

Rimane, però, in questo gesto qualcosa di significativo che vale la pena valutare positivamente, anche dopo averne denunciato i limiti. La distinzione tra presenza e partecipazione, per quanto fragile, non è priva di senso. Non scrivere e produrre contenuti non equivale a farlo. Ridurre ogni forma di vicinanza alla stessa complicità sarebbe un'esigenza di purezza che non posso permettermi. Forse la posizione più onesta non è quella di aver trovato una presunta coerenza perfetta — quella coerenza non esiste, o esiste solo al prezzo di un isolamento che rinuncia all'efficacia della comunicazione — ma quella di chi sa riconoscere la propria contraddizione, scrivendo o meno, senza negarla e senza usarla come scusa. 

Restare su Facebook in questa modalità so che non mi "assolve", che la mia è una forma moderata, assai parziale e irrilevante di resistenza, praticabile proprio perché non pretende di essere definitiva e a rischio zero. Mi sento solo un po' più onesto con me stesso rispetto a continuare ad esprimere esternazioni da una piattaforma di oligopolio digitale e di controllo sociale, convinto che l'intensità della denuncia compensi la strutturale ambiguità del mezzo scelto per formularla. L'ambiguità e le contraddizioni restano anche se sto in silenzio.

La contraddizione non si risolve nell’immediato. Dovrei cercare di risolverla, con lucidità e senza troppa rassegnazione cercando di essere flessibile, adottando comportamenti che possano generare un’intensificazione di autonomia di pensiero e di scambio proficuo con l’Altro, una delle poche cose che potrebbero produrre davvero autentica alternativa.

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