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domenica 29 settembre 2024

“Killers of the Flower Moon” (2023) - regia di Martin Scorsese


“Killers of the Flower Moon” (2023) 

[discreto]

regia di Martin Scorsese

con Leonardo DiCaprio, Lily Gladstone, Robert De Niro, Jesse Plemons, Brendan Fraser, John Lithgow, Tantoo Cardinal.

Mi spiace dirlo, ma quasi tre ore e mezzo di film non sono affatto giustificate, visto il risultato finale, e nonostante l’Oscar. E lo dico da ammiratore del regista americano. Il film, per carità, è anche ben confezionato: bella la fotografia, bella la storia, Scorsese sempre impeccabile nella contestualizzazione, eccellente la prova di Lily Gladstone, attrice nativa americana, nella parte della osage Mollie, senz'altro la cosa migliore. La visione del film vale la pena solo per la sua interpretazione. Molto bravo e assai credibile Leonardo DiCaprio nei panni di un personaggio ambiguo, manipolato e tormentato dal senso di colpa. Buona la prova di De Niro, anche se sembra un Al Capone invecchiato in trasferta.

Ma è Scorsese a sbagliare, nonostante ce la metta tutta, perché a dirigere ci sa comunque fare. Sembra come se avesse voluto allungare il brodo con una lentezza esasperante, lasciando però paradossalmente dei vuoti narrativi.

Il film non si fa fatica a seguirlo perché la trama è molto semplice e la Gladstone è davvero sorprendente, ma tutto appare come fermo, bloccato, scontato, stereotipato, privo di passione e di vitalità, anche se con un espediente finale molto ironico e davvero originale. Eppure di materiale a disposizione, ne aveva quanto ne voleva. Se ne potevano fare anche cinque di ore, ma il problema, appunto, non è la durata.

Infatti, il soggetto è l'altra cosa assai apprezzabile della pellicola. È tratto dal saggio storico, scritto come un thriller, del giornalista americano David Grann “Gli assassini della Terra Rossa: Affari, petrolio, omicidi e la nascita dell'FBI. Una storia di frontiera.”, sulla cospirazione ordita ai danni del popolo pellerossa degli Osage che viveva per lo più in Oklahoma e che grazie al petrolio presente sulla sua terra, era diventato, in base al calcolo del reddito pro capite, la popolazione più ricca degli USA.

I diritti di proprietà però vennero limitati a causa di una legge ignobile che affidava gli individui con almeno il cinquanta per cento di sangue osage a un tutor bianco, giustificando la cosa col fatto che gli Osage non fossero in grado di gestire i propri affari, col risultato di farli cadere in mano a personaggi privi di scrupoli, per lo più avvocati o uomini d’affari, che combinavano anche matrimoni di convenienza per facilitare la rapina ai danni dei pellerossa.

È anche il caso che diede la fama a J. Edgar Hoover. Siamo negli anni venti del secolo scorso. Scorsese ha comunque il merito di aver portato a conoscenza del grande pubblico una storia vergognosa di colonialismo, razzismo, speculazione, avidità, plagio e inganno, con una scia di omicidi davvero impressionante e agghiacciante. La vicenda e i personaggi sono assolutamente autentici. Gli Osage affrontarono decenni e decenni di battaglie, prima di riacquistare pieni diritti economici, e ciò accadde solo nel 2004.

venerdì 27 settembre 2024

Mo Yan, “Sorgo Rosso” (1988)

 


Classici 


Mo Yan, “Sorgo Rosso” (1988)


«Nel corso di quest'anno si è verificato uno straordinario fenomeno astronomico: una cometa si è scontrata con il pianeta Giove. Mentre gli uomini politici continuano a lottare per il potere e per il profitto, sulla terra le persone sensibili si sono rese conto che i confini tra Stati e le controversie tra nazionalità non sono altro che limiti tracciati dall'uomo e idiozie. Su questo piccolo corpo celeste gli uomini sono fratelli, dovrebbero stringersi la mano e intonare un canto di pace; apprezzare il miracolo della vita, far tesoro di ogni cosa e insieme far fronte a tutte quelle calamità che non cadono dal cielo. Questo è mille volte più importante, mille volte più nobile e grande dell'impedire a uno scrittore di recarsi all'estero e di qualunque altra contesa.»

Mo Yan (1994)


«Nella zona di Gaomi prosperava il seme del banditismo. Il governo produceva banditi, la povertà produceva banditi, l'adulterio e il sesso producevano banditi, e i banditi stessi producevano altri banditi.»


Calarsi nello spirito e nel contesto di questo romanzo non è affatto facile per un occidentale. È necessario in qualche modo cercare di decodificare e comprendere le radici della cultura e della tradizione cinese, riuscire a capire le parabola storica che nel ventesimo secolo, ha condotto la Cina verso grandi e sconvolgenti mutamenti.


“Sorgo rosso” è un romanzo storico sociale a base autobiografica, reso celebre dall'affascinante adattamento cinematografico di Zhang Yimou, che è limitato ai suoi primi due libri.

Mo Yan (che significa “colui che non vuole parlare”) è lo pseudonimo di Guan Moye, scrittore e saggista cinese, ideatore di questa sorta di epopea romantica e crudele, quasi un poema epico, che è anche una saga familiare, ambientata nel mondo contadino a partire all’incirca dagli anni venti, per passare al periodo dell’invasione giapponese e, poi, della Rivoluzione culturale.


Ma il momento centrale della storia è quello attorno al 1939.

Il racconto, tuttavia, va continuamente avanti e indietro nel tempo, e il concatenarsi preciso degli eventi non è così fondamentale, in quanto tutta la narrazione è avvolta in un alone fiabesco. Il tempo sfuma in una dimensione indistinta, dove il prima e il dopo non hanno molta importanza e la storia va percepita nella sua interezza, quasi seguisse una linea circolare, a incominciare da Gaomi, il luogo fantastico in cui è ambientato.


Il libro ha anche il classico incedere del romanzo corale con una discreta folla di personaggi. Si potrebbe, anzi, ancora meglio definire romanzo “totale”, vista la narrazione piena di molteplici influenze e generi diversi, che spesso si muove ben oltre il mondo reale. La dimensione onirica e fantastica ha infatti un ruolo tutt’altro che marginale, creando e riproducendo intense suggestioni narrative, dai molteplici colori che sfumano nella nebbia dagli odori intensi, nella magica descrizione della pesca dei granchi, nell'incantevole volo delle colombe che accompagnano un’anima diretta verso il cielo.


L’opera originariamente uscì a puntate nel 1986: “Sorgo rosso”, “Vino di Sorgo”, “Le vie dei cani”, “Il funerale del sorgo” e “Pelli di cane”. I cinque libri furono poi riuniti in un unico romanzo, pubblicato l’anno dopo.

È il colore rosso che domina in questo mondo: il rosso del sorgo autunnale, quello del sangue, del velo delle donne, delle tende, delle pesche, del sole e delle nubi al tramonto, persino del suono delle trombe. “Sorgo rosso” è un romanzo visionario oltre ogni dire.


Il racconto è ispirato a diverse leggende che appartengono al villaggio d’origine di Mo Yan. L’attraversamento di questo territorio carico di sapori e suggestioni, verso lo scontro aperto coi giapponesi, costituisce lo scenario dell’inizio della vicenda, in cui il drappello, una sorta di compagnia di sbandati, composta anche di sordi, muti e zoppi, avanza senza posa. È uno dei tanti gruppi di banditi che scorrazzavano nelle campagne cinesi dell’epoca, espressione spontanea di una forma di rivolta al sistema dominante e all'invasione giapponese.


È un romanzo caratterizzato da uno stile poetico davvero molto intenso, come nel capitolo in cui si alternano, in piani temporali diversi, la scoperta del sesso, e la morte della stessa persona, quasi a volerli fondere.

La voce narrante potrebbe essere quella dello stesso scrittore che parte a raccontare la storia del padre Douguan, quando era quasi quindicenne, di sua nonna Dai Fenglian e di suo nonno, il comandante Yu Zhan’ao, un bandito a capo di un drappello di quaranta uomini. È la storia della madre del narratore, Qing’er, del giovane zio e dei nonni materni, e di Lian’er, la “seconda nonna” paterna. Ma è anche la storia dei briganti Occhio Nero e Colle Macchiato, e del capo distretto Cao Menjiu, Giudice Imparziale.


Il vero protagonista del romanzo è però il nonno Yu Zhan’ao, una sorta di lupo solitario e di romantico anarchico sui generis, che conduce la sua lotta di resistenza ai giapponesi, al governo e alle avversità, estraneo e per dei versi ostile al partito nazionalista e a quello comunista, a capo della “Società del Ferro”, un esercito di banditi e sbandati. Tuttavia, crede che la Cina abbia sempre avuto bisogno di un imperatore e viene spinto a seguire il suo delirante sogno di potere. Un misero sogno di un uomo ambiguo e violento, ma pieno di umanità, un'umanità degradata, ma viva e onorevole. L'immagine stessa della contraddizione.


Il racconto della madre e dello zio Anzi, chiusi in un pozzo, è uno dei punti più alti di tutto il romanzo. Il mondo è descritto attraverso gli occhi, le orecchie e le percezioni della madre, mentre osserva la bocca del pozzo, dalla quale si alternano la luce del giorno, il buio della notte, i colori e le luci della battaglia e dei fuochi, i rumori e le urla; e poi, in basso, le figure mostruose e allucinate che abitano l’angusto luogo, nell’attesa ansiosa della salvezza, mentre stringe a sé il suo fratellino.


Le pagine che descrivono la battaglia contro i cani, diventati selvaggi a causa della guerra, ridotti a branchi di zombie affamati di cadaveri, e con giovani ragazzi che non sono certo meglio di loro, che si costringono ad ucciderli, sono tra le più tristi e desolate di tutto il romanzo, con un epilogo terribile e ancora più triste. La guerra distrugge qualsiasi cosa anche il legame d’amore e di fedeltà tra uomini e cani.


È un contesto marcatamente rurale quello in cui è ambientato il romanzo, a cui fanno da cornice le sconfinate distese di sorgo, perennemente presenti e ricorrenti nel corso di tutto il racconto, che definiscono un intero universo. I protagonisti, oltre alla famiglia del narratore, sono soprattutto dei contadini. È infatti proprio al recupero del mondo contadino e delle sue tradizioni che Mo Yan, premio Nobel 2012, è attivamente impegnato come scrittore, facendo parte di quel movimento letterario della “ricerca delle radici”.


Pur essendo personaggio controverso, contestato dai dissidenti del suo paese, per la sua vicinanza al Partito Comunista Cinese, non si può certo negare il suo notevole valore letterario, soprattutto grazie proprio a questo romanzo, tutt’altro che apologetico. Anzi, la cosa da apprezzare, senza alcun dubbio, della narrativa di Mo Yan, è proprio quella di rifuggire lo stereotipo, non ultimo quello ideologico, anche inserendo non pochi elementi di critica sociale al nuovo regime e di disprezzo per gli eserciti.

La storia di Geng Diciotto Baionettate è in questo senso assolutamente paradigmatica.


Questa sua simpatia è comunque assai sorprendente considerata la dichiarazione che ho citato in testa alla recensione. Ma, si sa, le scelte ideologiche degli individui seguono a volte strade e criteri imponderabili, non sempre dovuti a opportunismi, o quantomeno non facilmente decifrabili e semplificabili.

E “Sorgo rosso”, la sua opera più famosa, è uno sbalorditivo capolavoro.


L’amore per il mondo contadino e quello per gli ultimi è la cosa che si rintraccia in maniera più che palpabile nel mondo di Mo Yan. La caratterizzazione dei singoli personaggi è particolarmente accurata, rendendo la loro unicità come qualità da preservare, alla quale non rinunciare per nessun motivo.

La sua è una prosa estremamente descrittiva, che adopera un linguaggio molto ricco e complesso, pieno di sfumature e soprattutto di metafore, l’esatto opposto di quello che è alla base degli slogan politici che, in quel periodo, iniziarono ad avere tanta fortuna e tanta diffusione. 


Mo Yan non si risparmia certo in scene di violenza, una violenza primordiale con particolari macabri, esercitata senza scrupoli dall'occupazione giapponese e dai loro cinici collaborazionisti, reclutati tra gli stessi cinesi. Ma anche dalle varie fazioni in guerra che spesso e volentieri si combattono tra loro.

Il fatto che in questo contesto così arido e crudele si riescano a trovare anche atti di pietà, solidarietà e misericordia è per lo meno assai sorprendente, ma è quel miracolo che avviene anche nelle peggiori situazioni, dove l'umano è messo a dura prova, quando riesce, in un modo o in un altro, ad emergere comunque lo stesso.


«Quando la portantina nuziale arrivò qui, un lampo rosso sangue fece tremare il cielo a nordest, un barbaglio di sole color giallo albicocca si riflesse muto sulla terra attraverso le dense nubi. I portatori avevano il fiato grosso ed erano madidi di sudore.

Giunti alla Fossa dei Rospi, il cielo si oscurò; il sorgo riluceva nero e impenetrabile lungo la strada quasi sommersa dai fiori e dalle erbacce.

Innumerevoli fiordalisi spuntavano alti tra le erbacce con i loro steli sottili, schiudendo fiori color porpora, blu, rosa e bianco. Dal folto del sorgo giungeva il gracidare melanconico dei rospi, il canto noioso delle cavallette e il lungo lamento delle volpi.»


«Questo senso del mistero vive nella memoria degli anziani del mio villaggio; scorre lento, come un fluido dolce, denso e rosso, che un giorno germoglierà, crescerà, si rafforzerà, tramutandosi in una potente arma di pensiero con la quale sarà possibile affrontare il mondo sconosciuto. Ogni volta che ritorno al mio villaggio, questa forza misteriosa mi arriva dagli occhi ebbri dei vecchi. Allora l'abitudine alla riflessione logica mi spinge, mio malgrado, nel vortice del confronto. E riflettendo, scopro con orrore che quei begli occhi, divenuti a me familiari nei dieci anni vissuti lontano dal mio villaggio, li avevo già visti nelle teste dei delicati e graziosi conigli. La bramosia aveva reso quegli occhi rossi, lacrimosi, e picchiettati di nero, come i frutti del biancospino. Credo che attraverso il confronto si possa provare l'esistenza di due diverse tipologie umane. Ogni uomo, a suo modo progredisce e avanza verso un mondo ideale che è definito dal suo sistema di valori. Io temo che i miei occhi mandino la stessa luce intelligente e attenta che hanno gli occhi dei conigli; temo di ripetere ciò che altri hanno copiato da libri di altri ancora e temo infine di diventare parte di una -Selezione del libro di successo.»

martedì 24 settembre 2024

“Scipione detto anche l’Africano” (1971) - regia di Luigi Magni


 Cult Movie 


“Scipione detto anche l’Africano” (1971)

[giudizio: ottimo]


regia di Luigi Magni 

con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Ruggero Mastroianni, Turi Ferro, Woody Strode, Fosco Giachetti


«Ingrata patria, non avrai le mie ossa.»


«Nun ve montate la capoccia, e ricordateve chi sete. Ma quale civiltà, romani? Pe' tirà su 'na casa che nun fosse 'na catapecchia avete dovuto ricorre a li greci (però prima je avete dovuto mena'). I ritratti, le pitture a sguazzo, i pupazzi de marmo e de bronzo, li nonni morti a mezzo busto... quelli ve li sete fatti fa' da li etruschi (a forza di sganassoni). Quanno, poi, s'è trattato de scrive' du righe de storia patria, avete dovuto pija' in ostaggio 'n artro greco, Polibio, perché a Roma quello che sa scrive' mejo, sì e no, sa fa la firma. Dice "C'avemo Plauto che scrive le commedie!"... un par de ciufole. Ma che scrive Plauto? Plauto copia, copia le commedie dei greci e dice che le ha inventate lui. Per cui, 'a giovanotti, io ve sto pe' dà 'na gran brutta notizia: tutta 'sta civiltà, 'sta coltura vostra non è altro che bottino de guerra.» (Catone)


«L'amore è fatto de cose piccole, è fatto anche de miserie, forse per gente piccola, e tu sei grande, sei troppo. Come se fa a volette bene? Scipio', sei fastidioso…

… 'Na vorta t'odiavo, e l'odio basta pe' tenesse insieme. Poi pure l'odio more e, quando nun c'è più nemmanco l'odio, te vie' 'na voglia de pace, de nun fa più gnente…» (Emilia)


Scherzando e ridendo, con Luigi Magni hanno lavorato molti dei migliori attori italiani di un’intera epoca: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Silvana Mangano, Claudia Cardinale, Gigi Proietti, Aldo Fabrizi, Enrico Maria Salerno, Salvo Randone.

Non era considerato cinema “nobile” il suo, tuttavia, è stato senza dubbio un grande Cinema, quello di un pregevole artigianato.


Credo di possa affermare tranquillamente che Luigi Magni abbia inventato un genere, facendolo però con stile assai ironico ed estroso: la commedia all’italiana di ambientazione storica su Roma.

La trilogia sulla Roma risorgimentale papalina ha fatto storia ed è da antologia.

Certo, non sempre la qualità è risultata all’altezza, ma tra i prodotti migliori è bene annoverare anche questo film abbastanza sottovalutato.


Dietro la veste da commedia che trae anche ispirazione da Plauto, si nasconde un dramma antichissimo, quello sul potere e sulle sue regole non scritte, ma accettate da tutti in base al “gentlemen agreement”, come si suol dire oggi. Non c’è spazio per chi vuole attenersi a regole morali definite, o meglio lo spazio c’è fino a quando si è utili, funzionali alla riproduzione del potere stesso.

Assai significativi, a tal proposito, sono il j’accuse di Emilia (Silvana Mangano) sull'eccessiva rettitudine, e il monologo finale di Scipione (Marcello Mastroianni) verso la fine del film.


La sceneggiatura di Magni cerca a modo suo di essere fedele agli stessi avvenimenti storici, aggiungendo diverse gustose invenzioni.

Gli attori, inutile dirlo, sono tutti, strepitosi. La naturalezza con cui recitano Marcello Mastroianni, Gassman e la Mangano è semplicemente sublime.

Da segnalare anche la presenza di Ruggero Mastroianni che per una volta non veste solo i panni di montatore. 


Il taglio “popolare” del cinema di Magni è un valore aggiunto che concorre alla riuscita qualitativa di diversi suoi film e la rilettura storica ha valore soprattutto come riflesso sulla realtà attuale, quando per attuale si intende anche il periodo in cui ha operato il regista romano. 

Ma attenzione, ciò non vuol dire affatto che usi il passato strumentalmente per poi proiettarlo solo sul presente. La sua operazione è molto rispettosa nei riguardi della materia storica, anche se ne rende una versione “volgarizzata”, popolaresca, a tratti caricaturale.


Il punto di forza sono, come al suo solito, i dialoghi.

Proprio per questo, l’utilizzo del romanesco moderno non è affatto fuori luogo. Oltre ad essere divertente, è volto alla creazione di un contesto dal taglio popolare: un’operazione non facile e anche molto acuta. Si guardi per esempio all’accento e alla parlata di chi non era romano di nascita come per esempio Catone il Censore, di origini plebee contadine, nato a Tusculum (Tuscolo), città più antica di Roma, che occupava il territorio di alcuni odierni Colli Romani Tuscolani (Frascati, Monte Porzio, Monte Compatri, Grottaferrata).

Sottigliezze che possono sfuggire ai più, ma che erano del tutto intenzionali da parte di Magni.


Volendo poi dare uno sguardo ai credits, ci accorgiamo che la colonna sonora è addirittura del maestro Severino Gazzelloni e la fotografia di Arturo Zavattini, figlio del più noto Cesare.

Da segnalare anche le ottime prove attoriali di Turi Ferro nella parte di un disincantato Giove Capitolino, doppiato da Ferruccio Amendola, e del Massinissa di Woody Strode, famoso per la sua eccellente interpretazione del gladiatore Draba in “Spartacus”, e qui doppiato da Renzo Montagnani.

domenica 22 settembre 2024

"Inception" (2010) - regia di Christopher Nolan

 


“Inception” (2010) [voto: discreto]


regia di Christopher Nolan

con Leonardo DiCaprio, Cillian Murphy, Joseph Gordon-Levitt, Elliot (Ellen) Page, Ken Watanabe, Marion Cotillard


Christopher Nolan è uno dei registi più celebrati di questi ultimi anni, e direi anche meritatamente. 

Nonostante io abbia apprezzato poco il suo “Oppenheimer”, l’ho trovato però a tratti abbastanza ben strutturato e qualitativamente interessante.

Ciò, nel bene e nel male, ha accresciuto la mia curiosità verso la sua produzione e stimolato il desiderio di completare gradatamente, nei limiti del possibile, la conoscenza con i film che finora non ho mai visto. 


Recentemente è stata la volta del pluripremiato “Inception”, IMDb lo ha classificato addirittura come miglior film del 2010, io però vi ho rintracciato in parte gli stessi difetti di “Oppenheimer”.

Quest’opera lascia netta l’impressione di un’occasione mancata, di qualcosa di incompiuto. Bello, suggestivo con un grande cast, ma la troppa carne al fuoco rende il tutto scarsamente fruibile e funzionale alla narrazione. Un intrico di avvenimenti e di sensazioni in cui cerchi di seguire la trama e ti perdi inevitabilmente. C’è un’alternanza di situazioni comprensibili, ad altre confuse, astruse, indecifrabili.


La colpa non è certo degli attori che fanno del loro meglio. Non lo definirei proprio un passo falso, bisogna riconoscere che l’idea di fondo è molto accattivante, e che le trovate visive e gli effetti speciali sono di grande suggestione, anche se eccessivamente ridondanti, e con un fin troppo esibito autocompiacimento. Alla fine resta solo un suggestivo, ma macchinoso thrillerone fantascientifico con molte cose già viste e poca sostanza. E anche come tentativo di antologizzare una parte del cyberpunk e della fantascienza distopica, non mi pare particolarmente riuscito.


L’invenzione della manipolazione del sogno, e del sogno all’interno di un altro sogno, ad libitum, come se si fosse in un’immensa scatola cinese, per intervenire e modificare il reale fino a confonderlo col sogno che si trasforma in incubo, non è poi un’idea così nuova, anzi, e Nolan l’approccia con ingenuità e disinvoltura eccessive, che a volte finiscono inevitabilmente nella superficialità. La rappresentazione ne esce penalizzata e la narrazione si disperde in molteplici rivoli.


La denuncia sui pericoli di alienazione e disumanizzazione insiti nell’uso delle nuove tecnologie resta confusa e sotto traccia, così come sullo strapotere monopolistico delle major. Anzi, si vagheggia un uso arbitrario della tecnologia atto a regolare i conflitti per il bene collettivo. La pesante ingerenza della realtà virtuale diventa una necessità a cui adattarsi, basta che sia volta al “bene”, e gli effetti collaterali possono comunque essere contenuti e controllati.


La moltiplicazione dei piani narrativi, poi, ha contribuito alla confusione, impedendo l’ottimo lavoro ottenuto con “Memento”, “Interstellar” o con la trilogia del Cavaliere Oscuro. Chi lo ha paragonato a “Matrix” non sa quel che dice, qui manca quasi del tutto un’impostazione critica del reale, l’unicità e la coerenza del primo film della trilogia della coppia Wachowski.

“Inception” è un’opera piena di palesi e imbarazzanti incongruenze, con un finale banale, “aperto”, che ha scatenato una ridda di ipotesi e polemiche diverse, sulle quali è intervenuto anche il regista, cosa che non dovrebbe accadere.


La cosa migliore di “Inception”, però, che a mio parere in parte lo salva, è che contiene qualche intuizione interessante pronta per essere sviluppata in maniera più completa. Ha un potenziale molto forte e una qualità indubbia se paragonata a tentativi simili promossi in questi ultimi anni. Ed è sicuramente divertente, per cui gli si può sicuramente concedere una visione.

giovedì 19 settembre 2024

Anthony Burgess, “Arancia meccanica” (1962)

 


Classici


Anthony Burgess, “Arancia meccanica” (1962)


«Essere buoni può non essere affatto bello, piccolo 6655321. Essere buoni può essere orribile. E mentre te lo dico mi rendo conto di quanto sembri contraddittorio. So che passerò molte notti insonni per questo. Che cos’è che Dio vuole? Dio vuole il bene o la scelta del bene? Un uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto il bene?»


Non tutti sanno che “Arancia Meccanica” di Kubrick nasce come adattamento cinematografico di questo romanzo. In pochissimi sanno che prima di Kubrick, Andy Warhol ne diresse una riduzione in forma di cortometraggio, che non so quanti abbiano avuto la “fortuna” di vedere. Io non lo conosco.

Mentre, però, il film di Warhol, da quel che ho letto, modifica completamente la trama, mediante un’operazione minimalista, quello di Kubrick gli resta fedele assumendo linguaggio e storia, ma esaltandone la componente visiva.


L'ultraviolenza è una filosofia di vita, è la pretesa di voler rendere più palese, attraverso l’applicazione di un diverso codice comportamentale, ciò che la bruta realtà già regola con l’abuso della prevaricazione, dell’arbitrio e della sopraffazione. E proprio per questo ogni regime organizzato, legittimo o illegittimo, statuale e non, riesce sempre, alla lunga, a essere molto più crudele di qualsiasi “ganga” di criminali adolescenti.

Chi avrà visto il film, si renderà conto leggendo il romanzo quanto le due rappresentazioni siano legate.


A conferma di questo legame, come appendice al libro, ci sono una breve testimonianza dell’autore e un’intervista a Kubrick.

Credo che la maggior parte dei lettori di “Arancia ad orologeria”, questo il titolo del romanzo anche in italiano prima dell'uscita del capolavoro di Kubrick, lo abbiano letto come me dopo aver visto il film. Ciò condiziona molto la lettura, e questo ovviamente avviene in qualsiasi altro caso analogo. La cosa qui è ancora più accentuata per l’evidente somiglianza tra libro e pellicola.


Lo scrittore, così come anni dopo il regista, mandano un messaggio chiaro e ben definito a favore della libera scelta, non si può imporre la scelta di essere buoni, le persone devono avere la libertà di poter scegliere assumendosene la responsabilità. Eppure, il messaggio in molti casi è stato frainteso. La rappresentazione della violenza in modo esplicito, come cerca di chiarire Burgess, non va intesa in senso di compiaciuta giustificazione, ma si rende necessaria per poter cogliere il messaggio complessivo dell’opera.


In fondo, se la rappresentazione del protagonista, come afferma anche Kubrick, non fosse stata resa in maniera così estrema e realistica, magari stemperando la malvagità del protagonista, la reazione di rifiuto dello spettatore alla Cura Ludovico non sarebbe stata completa ma molto più relativizzabile. Mentre l’intento era proprio quello di provocare un rifiuto assoluto sul metodo, a prescindere da quanto fossero cruenti i delitti.


Considerato ciò, non è casuale che uno dei personaggi del romanzo sia uno scrittore che sta scrivendo un libro intitolato proprio “Arancia meccanica”, come non è casuale lo stupro della moglie, visto che anche la moglie di Burgess subì violenza sessuale a Londra nel 1942, da tre disertori americani, durante i bombardamenti.


Kubrick spiega anche alcune cose circa le varie interpretazioni del film, così come anche del libro, che vanno, sì, intesi in senso letterale, ma che possono anche avere una spiegazione metaforica e simbolica dell’ultraviolenza e della Cura Ludovico: il passaggio da stato di natura a civilizzazione, una decodificazione che provoca il meccanismo inconscio di identificazione con Alex.


Kubrick ci tiene a evidenziare anche un punto di vista interessante offerto dalle forme di rappresentazione della realtà, quello di un’accusa volta alla strumentalizzazione degli individui da parte delle due tendenze politiche e ideologiche opposte, entrambe autoritarie: di disprezzo per l’umano, quella di destra, rappresentata in “Arancia meccanica” dal governo, e quella di sinistra, dei presunti riformatori.


Ma non ci troviamo di fronte solo a un’analisi duramente critica del tradizionale potere politico, un pericolo ben peggiore viene dallo scientismo, senza dubbio molto più inquietante e potenzialmente più distruttivo. Infatti, ciò che potrebbe rendere accettabile la Cura Ludovico dall’opinione pubblica è che avrebbe basi sperimentali solide, che sia efficace nel raggiungimento degli obiettivi e che sia superfluo tener conto degli scrupoli di natura etica.


Il film differisce sostanzialmente dal libro solo per il finale. In una prima edizione, quella letta da Kubrick, non era stato aggiunto l’ultimo capitolo che poi è anche quello presente nella traduzione italiana. Successivamente, si presume che, sotto insistenza dell’editore, Burgess si sia lasciato convincere a cambiare il finale, che ovviamente, non anticiperò per rispetto di chi ancora non ha letto il libro, e che ha  lasciato perplesso il regista, che lo ha letto solo anni dopo l’uscita del film.


Anthony Burgess in questo romanzo fa sfoggio della sua arte di glottoteta, colui cioè che crea linguaggi artificiali. Il Nadsat è la lingua inventata dallo scrittore, derivante dall'inglese con influenze dal russo.

A proposito del linguaggio usato, è stato più che eccellente il lavoro di Floriana Bosi, la traduttrice infatti riuscì a rendere molto bene l'intenzione di Burgess, ma arricchendola con locuzioni italianizzate, derivate dai nostri dialetti. La prima edizione di Einaudi è del ‘69, La mia è una ristampa del 2004.

Un glossario inserito in appendice, sarebbe stato più che utile. Si può comunque trovare qui.


La manipolazione linguistica che tenta Burgess in questo libro ha del sensazionale, vista soprattutto l’epoca, ed è per dei versi affine a quella di Bukowski. Ma è più radicale, più di avanguardia, assumendo il punto di vista di Alex, voce narrante, presenta da subito al lettore qual è la percezione di una mente perversa, che attraverso la narrazione gergale, delimita i confini di un universo, al quale sono estranee le convenzioni sociali del mondo normale.


La rappresentazione grottesca, crudele, caricaturale, paradossale e persino ironica della realtà che caratterizza queste pagine, gli conferisce un sapore molto particolare, surreale e paradossalmente poetico. Tuttavia, rende il racconto di Alex assai credibile, anche se inserito in una sorta di universo fantastico di un futuro non ben definito, un mondo assurdo delle coincidenze. È un po’ quello che accade in altri universi distopici, è la stessa dimensione alienata, ma coerente di “1984”, del “Mondo nuovo” e di “Fahrenheit 451”.

È un mondo ottuso, quasi del tutto privo di umanità quello di Alex.


E così il “gergame moschetto” (il Nadsat) coi suoi termini è parte integrante dell'universo: cinebrivido, planetario, ciangotta, truglio, locchiare, soma, martino, mottata, mammola ecc. sono il corrispettivo dei principi della neolingua orwelliana. 

Le sublimi composizioni di musica sinfonica di Bach, Beethoven, Mozart e Haendel si inseriscono in questo contesto malato, degradate a volgari strumenti di tortura della Cura Ludovico, che è l'apoteosi dell'ultraviolenza che scorre come un fiume in piena nel corso di tutto il libro.


La più inquietante parte è, infatti, quella dove viene descritta minuziosamente la tortura della Cura Ludovico, a cui viene sottoposto Alex, con la sua graduale discesa negli inferi del disumanizzante ricondizionamento.

Il “Vostro Umile Narratore” Alex è in fondo un povero Cristo, tradito due volte, e messo in croce per il sacrificio di una nuova redenzione dell'intera umanità, verso il Bene, verso la più completa alienazione, diventando «il primo diplomato del nuovo istituto Statale per la Redenzione dei Criminali.» 


Ma nella vita reale non esiste redenzione, non c'è perdono per chi ha sbagliato, nonostante le buone intenzioni.

Il sacrificio è assoluto e senza alcuna possibilità di salvezza.

E anche quella che può apparire tale si paga con l’omologazione.

La parabola esistenziale di Alex all’interno di queste pagine fa sì che il libro possa benissimo essere considerato anche come un crudele e ambiguo romanzo di formazione che traghetta un adolescente nell’età adulta.


«Poi, fratelli, venne. Oh, estasi, estasi celeste. Giacevo tutto spalandrato verso il soffitto, il planetario sulle granfie, fari chiusi, truglio aperto per la beatitudine, snicchiando il fiotto di suoni meravigliosi. Oh, era magnificenza e magnificità fatte carne. I tromboni sgranocchiavano oro rosso sotto il mio letto, e dietro il planetario le trombe fiammeggiarono argento per tre volte, e là vicino alla porta i timpani rotolarono dentro le mie viscere e poi uscirono e si sgretolarono come tuoni di zucchero. Oh, era la meraviglia delle meraviglie! E poi, come un uccello dei più rari che vorticava metalceleste, o come vino d’argento che scorreva dentro una nave spaziale, con la gravità che non aveva più senso, arrivò il violino solista sopra tutti gli altri archi, e quegli archi erano una gabbia di seta intorno al mio letto. Poi il flauto e l’oboe perforarono come vermi di platino la spessa, grossa caramella oro e argento. Ero in piena estasi, fratelli.»


«E la Nona fu, O fratelli. Tutti cominciarono a uscire zitti e cheti mentre io stavo lì a snicchiare quella bellissima musica coi fari chiusi. Il Min disse: - Bravo, bravo ragazzo, - battendomi la granfia sulla mestola, e poi pistonò via. Rimase soltanto un martino che disse: - Una firma qui, per piacere -. Io aprii un momento i fari per firmare senza sapere cosa stavo firmando e anche fregandomene di saperlo, O fratelli. Poi fui lasciato solo con la gloriosa Nona di Ludwig van.

Oh, era magnificenza e gnamgnamgnam. Quando arrivò lo Scherzo locchiai molto chiaramente me stesso che correvo e correvo su patte tipo luminose e misteriose tagliando l’intera biffa del mondo scricciante con la mia lisca tagliagola. E l’adagio e l’ultimo movimento cantato dovevano ancora venire. Ero guarito davvero.»

lunedì 16 settembre 2024

“Nodo alla gola (Rope)” (1948) - regia di Alfred Hitchcock

 


Cult Movie


“Nodo alla gola (Rope)” (1948)


regia di Alfred Hitchcock 

con James Stewart, John Dall, Farley Granger, Joan Chandler, Douglas Dick, Cedric Hardwicke, Constance Collier, Edith Evanson, Dick Hogan


«A questo punto soltanto un delitto potremmo commettere: il delitto di fare uno sbaglio. L'essere deboli è uno sbaglio.»


Alfred Hitchcock, in un’intervista a Truffaut, ebbe a definire la sua prima pellicola a colori, lo stupefacente piccolo grande gioiello di “Nodo alla gola”, “un pasticcio” che si convinse chissà perché a girare, e che lo allontanava da quello che aveva deciso fosse il suo stile dell’epoca, che era basato sulla segmentazione dei film e sulle possibilità offerte dal montaggio. 

L’idea, comunque fosse, fu ideata da lui, e fu concepita dopo essersi imbattuto nella commedia teatrale di Patrick Hamilton.


L’intenzione era quella di adattare la commedia agli stessi suoi tempi, girandola, esclusivamente all’interno di un appartamento, con una sola inquadratura, un solo piano sequenza, interrotto solo da cambi bobina, che però si interrompeva nel punto esatto in cui sarebbe poi stato ripresa con la bobina successiva, facendo passare gli attori davanti alla cinepresa, un modo originale di montare il film in anticipo.

I dialoghi sono spumeggianti e tutti gli attori si attengono ad una recitazione squisitamente teatrale.


La tecnica per girare “Nodo alla gola” era allora del tutto sperimentale, con mobili e pareti che scorrevano.

La sua realizzazione risultò davvero assai complicata, con bobine rovinate per ogni minimo errore e il regista a girare di nuovo da capo l’intero spezzone. La meticolosità di Hitchcock in questo film è al di là di ogni immaginazione, quindi appare quantomeno severo il suo giudizio, visto che ammise che la cosa lo divertì molto. Tuttavia, è comprensibile, perché le sperimentazioni costano sempre qualcosa a chi è abituato a muoversi in un certo schema già collaudato.


Era stato costruito, inoltre, un modello finto di grande finestra, come sfondo per buona parte delle riprese, che riproduceva i grattacieli di New York con delle nuvole. Un effetto di grande suggestione. Uno sfondo mobile che veniva cambiato mentre non era inquadrato. Il miracolo continuava con l’uso del colore, considerato anche il fatto che, essendo la prima volta, la difficoltà era di rendere il passaggio del tempo dal giorno alla notte tramite varie sfumature cromatiche; e il risultato finale è semplicemente sorprendente.


Gli accorgimenti non si limitano solo agli aspetti visivi, ma vanno oltre, ci sono anche molte invenzioni sonore nel film, come quelle finali della folla oltre la finestra e della sirena. Tutto avviene cercando di replicare esattamente con grande realismo una serie di più disparate situazioni.

È comunque lo stratagemma della cassapanca con cadavere, usata come tavola apparecchiata per la festa, il vero colpo di genio di tutta la rappresentazione.


Il plot poi si intreccia perfettamente con la recitazione. James Stewart è semplicemente ammirevole nella sua ricerca della misura. Il personaggio che interpreta, il prof. Rupert Cadell, è un po' il deus ex machina di tutta la vicenda, il breve monologo finale sul senso dell’etica e della libertà è paradigmatico, così appassionato e disperatamente autocritico nei confronti di educatori che giocano per diletto con idee mostruose.

Un film che, a quasi ottant'anni dalla sua realizzazione, non è invecchiato neanche un po’.


“Nodo alla gola” è un po' l’anticipazione di “Delitto perfetto”, stesso taglio teatrale, stesso colpevole svelato all’inizio, ma a mio parere a un livello persino superiore. In questo caso, ben due colpevoli, giovani ex studenti di Cadell, con caratteri completamente opposti: spavaldo e con delirio di onnipotenza Brandon, terrorizzato e oppresso dal senso di colpa Philip, rispettivamente gli ottimi John Dall e Farley Granger. Sono chiaramente una coppia gay, ma la cosa non viene mai resa del tutto palese, dato il divieto che c’era all’epoca di inserire nei film personaggi omosessuali. Hitchcock aggirò con astuzia tale proibizione.


Mentre, è veramente esplicito il messaggio, insito nel racconto, di condanna di un’ideologia di ispirazione nietzschiana, sulla superiorità morale e intellettuale che consentirebbe il dominio dei migliori e la sottomissione dei più deboli. Nel 1948 l’eco del nazismo pesava ancora molto sulla coscienza collettiva. 

Di una dolcezza incantevole è anche l'interpretazione di Joan Chandler nella parte di Janet.

venerdì 13 settembre 2024

“Solaris” (1972) - regia di Andrej Tarkovskij


 Cult Movie


“Solaris” (1972)


regia di Andrej Tarkovskij

con Donatas Banionis, Natal'ja Bondarčuk, Danijelic Mijliorinic, Jüri Järvet, Anatolij Solonicyn, Sos Sarkisjan


«La scienza? Sciocchezze. In questa situazione la mediocrità e il genio sono ugualmente inutili! Noi non vogliamo affatto conquistare il cosmo. Noi vogliamo allargare la terra alle sue dimensioni. Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveremo mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L'uomo ha bisogno solo dell'uomo!»



Quando uscì in Italia, “Solaris” di Tarkovskij fu presentato come «la risposta della cinematografia sovietica a “2001, Odissea nello spazio”», una banalità, che poteva forse avere senso solo in piena Guerra fredda, sfruttando quel contesto a fini promozionali. Definire in questo modo il capolavoro del regista russo, non solo  è assolutamente riduttivo per il suo film, ma lo è anche per quello di Kubrick, dando una falsa percezione di due opere d’arte assolutamente imparagonabili, se non per il fatto di rientrare nella generica definizione di space opera.


Sarà la terza o la quarta volta che vedo “Solaris”, la precedente è stata molti anni fa, e non ho mai provato un’emozione così forte, colpito in particolare dalla prima parte, lasciata ovviamente in russo con i sottotitoli, quella ambientata sulla Terra, ignobilmente tagliata per intero nella versione italiana del 1974, ma non è l’unico taglio, ce ne sono altri qua e là, per tutta la durata del film, un vero e proprio scempio, con doppiaggio rimaneggiato per coprire i vuoti di logica narrativa. 


Devo dire che sono stato di nuovo sedotto dalla suggestiva sequenza del viaggio in automobile, quello del ritorno in città dell’ex astronauta e di suo figlio, mentre percorrono gallerie, autostrade e attraversano paesaggi metropolitani desolati, e che ha un deciso sapore avveniristico. Tutto in uno sterile, ma affascinante, bianco e nero che sfuma alla fine di nuovo nel colore del caos urbano, inquadrato con una panoramica ripresa dall’alto. E sono stato altrettanto sedotto dalle atmosfere oniriche che avvolgono le scene degli incontri con la moglie e con la madre di Kelvin.


Il Cinema di Tarkovskij, il poeta delle immagini, è il trionfo dell'incanto della lentezza, dei grandi spazi, dell’anatomia dei particolari e dei prolungati silenzi; è gioco di contrasti tra il bianco e nero, il colore e i filtri della cinepresa; è la meraviglia del tocco delicato, la malinconia dei chiaroscuri.

Ma che cos'è di preciso Solaris? È forse il dolente, bellissimo volto e il corpo seducente di Hari, interpretata dall’affascinante Natal'ja Bondarčuk, figlia del famoso regista.


Ho già avuto modo di scrivere, nella recensione sul romanzo di Stanislaw Lem, che ben poche essenziali cose legano le due opere. Quella di Tarkovskij non è solo un adattamento cinematografico del forse massimo capolavoro della fantascienza letteraria, è soprattutto altro, a cominciare proprio dal prologo terrestre, che manca del tutto nel romanzo, così come è assente il sorprendente e spettacolare epilogo ideato dal regista.


Se paragone tra il film del regista russo e l'Odissea di Kubrick non può sussistere, forse ancora meno senso ha mettere a confronto le due diverse bellezze: quella letteraria e quella cinematografica di “Solaris”. 

È del tutto ovvio che Tarkovskij si sia ispirato al romanzo di Lem, ma lo ha reso volutamente un territorio liberato da qualsiasi vincolo di fedeltà.

La cosa l'aveva ben capita lo scrittore polacco, quando sottolineò l'enorme differenza dei presupposti alla base del romanzo e del film, e questo leggendo solo la sceneggiatura, senza poi volerlo vedere.


Stanislaw Lem quindi criticò Tarkovskij per questo, perché disse che il suo intento come scrittore era stato quello di porre al centro un’indagine filosofica sulla conoscenza umana e sui suoi limiti, e non sullo spazio interiore di carattere psicologico, tema ricorrente nella produzione del russo.

Pur avendo torto nel criticarlo, ne aveva comunque rintracciato esattamente i termini della diversità. Anche se poi non volendo, lo spazio interiore ballardiano emerge inevitabilmente lo stesso anche nell’opera letteraria, seppur con minore intensità.


Il tema della manipolazione mentale e della follia che ne consegue è invece l’oggetto principale della visione filosofica del russo.

Ben rappresentato dal disordine e dal caos che regna nella stazione spaziale in orbita attorno al pianeta, con oggetti abbandonati, cavi elettrici rotti che penzolano un po' dappertutto.

In entrambi, è comunque rintracciabile la critica allo scientismo, anche se in misura ein modi diversi, molto più accentuata nel romanzo.


L’amore è indistruttibile, trascende persino la morte, non si estingue neanche a milioni di anni luce di distanza. È questa la vera follia, che pare voler mettere in luce Tarkovskij, e un oceano pensante di un pianeta sperduto nella galassia e lì a ricordarlo a Kelvin, come a tutti noi.

Ma forse, proprio per questo è anche così orribile. Ci si potrà mai abituare a tali continue resurrezioni?

Tuttavia, se l’uomo desidera illudersi, l’oceano, che rappresenta l'espansione della nostra coscienza, gli dona illusioni, persino quella dell’immortalità.

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