Lev Tolstoj, “Resurrezione” (1899)
«All’inizio Nechljudov aveva lottato, ma era una lotta troppo difficile, perché tutto quel che lui, credendo in se stesso, riteneva buono, dagli altri era ritenuto cattivo e, al contrario, tutto quel che lui, credendo in se stesso, riteneva cattivo, era considerato buono da tutti quelli che lo circondavano. E finì che Nehljudov si arrese, smise di credere in se stesso e credette negli altri. E in un primo tempo rinunciare a se stesso fu spiacevole, ma quella sensazione spiacevole durò molto poco, e ben presto Nehljudov, che nel frattempo aveva cominciato a fumare e a bere, smise di provare quella sensazione spiacevole e addirittura sentì un grande sollievo.»
«Era la gravosa calura di luglio. Non rinfrescate dopo la nottata afosa, le pietre delle strade e delle case, e il metallo dei tetti riverberavano il loro calore nell’aria torrida, immobile. Vento non ce n’era, e se si levava, portava solo aria torrida impregnata di polvere e maleodorante di vernici a olio. Gente per le strade ce n’era poca, e chi c’era cercava di camminare all’ombra delle case. In mezzo alla carreggiata, accovacciati a conficcare a martellate i ciottoli nella sabbia ardente, c’erano solo gli stradini, contadini in lapti, cotti dal sole; e tetre guardie, la giubba di tela grezza e il cordoncino arancione della rivoltella, stavano in mezzo alla strada, poggiando malinconicamente ora su un piede ora sull’altro; e i tram, con le tendine abbassate sul lato dove batteva il sole, tirati da cavalli col cappuccio bianco, dal quale sbucavano le orecchie, sferragliavano su e giù per le strade scampanellando.»
L'ultimo grande romanzo di Tolstoj è l'opera della maturità, il compimento di un’intera esistenza letteraria e spirituale. "Resurrezione" è un testo profondamente autobiografico, che raccoglie e incarna l’essenza del pensiero etico, religioso e politico-sociale del grande scrittore russo. Pur essendo molto diverso, anche nella struttura e nell’estensione, rispetto ai monumentali “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”, si impone forse come il romanzo più significativo dal punto di vista umano e psicologico.
La graduale presa di coscienza di Dmitrij Ivanovič Nechljudov — alter ego dello scrittore — è l'occasione per rappresentare adeguatamente una serie di temi centrali del pensiero tolstoiano: dalla condanna della pena di morte alla critica della religione istituzionalizzata, dalle trappole della burocrazia all’ipocrisia della giustizia, dalla disapprovazione della guerra alla critica verso l’intero apparato militare. Su tutto domina un senso profondo di empatia verso l’essere umano semplice, spogliato di ogni potere, che trova in “Resurrezione” la sua espressione più toccante.
La costruzione psicologica dei personaggi è l’aspetto che più impegna Tolstoj in quest'opera, al punto da sacrificare gran parte dell’elemento romantico presente nei suoi romanzi precedenti in favore di un'intensa e partecipe compassione verso l’umanità. Questa tensione emerge con forza nella critica al formalismo religioso della Chiesa Ortodossa, che antepone la ritualità alla valorizzazione dell’individuo.
Ma Resurrezione non è solo il racconto di una trasformazione. È la messa in discussione radicale e continua di certezze, pregiudizi e convinzioni, un percorso di redenzione autentica. Anche il finale aperto risponde a questa logica: lascia al lettore la responsabilità di immaginare il futuro del protagonista, sottolineando l’incompletezza e la costante evoluzione del cammino interiore.
Nechljudov è un giovane aristocratico colto, appartenente all’élite russa. All’inizio del romanzo vive immerso nei privilegi e nei rituali dell’alta società, quasi sulla soglia del cinismo, evita di interrogarsi sul senso delle proprie azioni. Un evento del passato, tuttavia, riemerge improvvisamente e incrina le sue certezze. Da lì inizia un vero e proprio travaglio interiore, un processo profondo e tutt’altro che lineare, in cui Tolstoj utilizza magistralmente la tecnica dell’introspezione. Il protagonista vacilla, resiste, si interroga, ma la sua bontà di fondo resta sempre evidente: è un eroe positivo, impegnato in un percorso di riscatto attraverso l’azione concreta del bene.
Accanto a lui, Ekaterina Màslova — Katiuša — è l’altra figura centrale del romanzo. Giovane di umili origini, inizialmente accolta in un ambiente protetto, viene poi abbandonata a se stessa in una società spietata. Il suo destino è segnato da ingiustizie e abbandoni, ma la sua figura non si riduce mai a simbolo passivo: è una donna dal carattere complesso, con una dignità e una forza interiore che si rivelano e si rafforzano lungo tutto il racconto.
Intorno a questi due protagonisti si muove un intero universo di figure e storie, che permettono a Tolstoj di restituire la complessità della società russa dell’epoca e, al contempo, di costruire una critica sociale lucida e spietata al sistema zarista.
Il primo e più evidente bersaglio è il sistema giudiziario, che Tolstoj descrive come un meccanismo iniquo e impersonale, privo di giustizia autentica. Il tribunale diventa l’emblema del formalismo e della burocrazia, un castello di carte fondato sugli automatismi e sull’apparenza, dove l’individuo scompare dietro il rito processuale. Non si tratta solo di errori giudiziari: per Tolstoj, tutto il sistema è marcio dalle fondamenta, corrotto nel suo stesso principio morale.
A questo mondo si lega naturalmente quello della burocrazia, popolato da funzionari ottusi, mediocri, spesso corrotti. Non necessariamente malvagi, ma indifferenti, rappresentanti ciechi di un sistema sterile e disumanizzato. Sono semplici ingranaggi, vuoti, privi di coscienza, vittime essi stessi di un meccanismo che impedisce ogni empatia.
Uno dei nuclei più potenti del romanzo è la contrapposizione tra il Cristianesimo istituzionale — fatto di riti, privilegi e conformismo — e il messaggio evangelico originario, che per Tolstoj si traduce in amore, perdono e nonviolenza. La Chiesa ortodossa, vicina al potere e distante dal popolo, è oggetto di una critica serrata; in contrasto, Tolstoj valorizza figure semplici, umili, portatrici di una fede autentica, silenziosa e profonda.
“Resurrezione” ci conduce poi negli abissi dell’universo carcerario: celle sovraffollate, convogli di deportazione, marce nella Taiga siberiana, umanità offesa e dimenticata. Prostitute, ladri, contadini analfabeti, prigionieri politici, innocenti condannati: Tolstoj li osserva senza filtri, con pietas e attenzione al dettaglio. Non li astrae in categorie, ma li individualizza, cogliendone contraddizioni, dignità, coscienze, dolori.
Il viaggio di Nechljudov attraverso questi luoghi è fisico, ma anche psicologico, simbolico, spirituale: è un cammino nel dolore degli altri per accedere alla propria coscienza. I personaggi secondari non sono semplici comparse: sono specchi morali, occasioni di scelta, momenti di svolta per il protagonista e per il lettore. Ogni incontro ha un senso, ogni figura contribuisce alla sua "resurrezione".
In "Resurrezione", Tolstoj fa della narrativa un veicolo etico. Ogni ambiente, ogni volto, ogni parola denuncia un mondo che ha smarrito il senso della compassione. Ma c’è sempre, anche nelle pagine più dure, una possibilità di riscatto: non nella legge, né nella religione ufficiale, ma nella coscienza, nella pietà, nell'empatia. Per Tolstoj l’esistenza acquista valore solo se vissuta intensamente in questo modo: come dono gioioso da offrire all’altro da sé.

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