A proposito di Gay Pride.
Ecco, in coda al post, un esempio del solito vecchio dogmatismo marxista-leninista omofobo, proveniente da lontano, del quale pagò le conseguenze anche Pasolini, e che ancora oggi influenza una certa area nazional-populista e sovranista, simpatizzante di settori esplicitamente reazionari e tradizionalisti, così come una parte della sinistra vetero-marxista. Insomma, tutti coloro che si percepiscono come difensori degli oppressi, ma che manifestano inclinazioni autoritarie.
Già allora le argomentazioni erano analoghe a quelle attuali, infarcite di generico anticapitalismo e antiliberismo: si parla di presunta "lobby gay globalista delle multinazionali" che avrebbe snaturato e strumentalizzato una fantomatica purezza ideologica, danneggiando persino gay e trans proletari. All'occorrenza, questa stessa lobby immaginaria diventa ebraica, immigrazionista, islamica, femminista o qualsiasi altra minoranza organizzata. Si tratta di argomentazioni che negano o minimizzano l’esistenza reale di discriminazioni basate su sesso, etnia o religione, liquidandole come residui del passato, sostenendo invece l'esistenza di una presunta "dittatura delle minoranze". Di conseguenza, i gruppi organizzati sui diritti civili vengono percepiti come lobby di potere.
Dietro questa apparente difesa di generiche classi subalterne idealizzate, in cui le differenze individuali sono appena tollerate, purché vissute in modo discreto e non come collettività organizzate, c’è qualcosa di ben più profondo: un'inconfessata gerarchia tra diritti sociali ed economici da una parte, e diritti civili e individuali dall'altra. Una gerarchia che sacrifica i diritti individuali in nome di una presunta superiorità dei diritti collettivi, qualcosa che dovrebbe evocare recenti e inquietanti ricordi.
Le uniche identità collettive accettate da questa visione, oltre alla classe sociale, sono quelle altrettanto generiche di popolo. Entrambe, però, finiscono spesso per esprimersi attraverso l'egemonia culturale di maschi, eterosessuali e bianchi, che si percepiscono immuni dai conflitti sezionali orizzontali e dotati quindi di una presunta "vera" coscienza di classe o di popolo: una sorta di suprematismo socialista nazional-popolare. Gli stessi che accusano di "wokismo" chiunque faccia notare l’esistenza persistente di pregiudizi e discriminazioni, affermando di detestare i conflitti identitari, salvo poi esserne spesso i primi fomentatori.
Ogni manifestazione di piazza non gradita a questi ambienti viene prontamente liquidata come una "rivoluzione colorata", artificialmente creata e finanziata dall’Occidente e, ovviamente, dalle sue "famigerate lobby". Bisognerebbe invece ricordare sempre che non possono esistere diritti sociali senza diritti civili, né diritti civili senza diritti sociali.
«Nel 1977 Mario Mieli scrisse “Elementi di critica omosessuale” e nelle riunioni politiche questa minoranza cominciava e chiedere di prendere la parola. Ho un triste ricordo di un’assemblea all’Università di Roma in cui alcuni compagni si opposero alla loro presenza organizzata. Le persone contrarie all’assemblea degli omosessuali non erano operai o contadini ignoranti ma i più acculturati, che avevano letto tanti libri e citavano i testi sacri. Alcuni di quelli che si consideravano raffinati intellettuali accusavano i gay di essere “la sentina dei vizi della borghesia”. Successe allora che a schierarsi a fianco e protezione della minoranza gay furono gli autonomi considerati la frangia più oltranzista: con il peso della loro forza consentirono ai più deboli di prendere la parola. Perché in quegli anni gli omosessuali erano davvero i più deboli: molti avevano tentato di uccidersi tagliandosi le vene con vetri quando erano imprigionati in carcere, avevano le vene cucite con punti di calzolaio, dati nei pronto soccorso delle carceri. Erano delle persone segnate dalla vita. Riconoscendo in loro una comunità di oppressi, gli autonomi “cattivi” non ebbero dubbi su cosa fare e garantirono loro la possibilità di prendere la parola per fare richieste.»
Tano D’Amico, da “Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette”
Fiero di aver fatto parte dell’Autonomia romana. Ricordo come fosse ieri certi confronti.

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