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domenica 6 luglio 2025

Nanni Balestrini e Tano D’Amico, “Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette” (2017)


Nanni Balestrini e Tano D’Amico, “Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette” (2017)

«Compagni, fatevi furbi: la rivoluzione è sempre un pranzo di gala.»

«Emarginati di tutto il mondo, unitevi e divertitevi.»

«Sarà una risata che vi seppellirà.»

«L’esperienza del Settantasette si può paragonare a quella di un altro momento storico carico di valore simbolico, anch’esso durato una breve stagione, il 1871, l’anno della Comune di Parigi… [il ’77] è l’anno in cui a Londra nasce il punk con i Sex Pistols e nella Silicon Valley la nuova tecnologia della comunicazione con Apple. Fu l’anno del dissenso operaio nei regimi comunisti di Praga e Varsavia… È l’anno in cui giunge a maturazione il processo di trasformazione del lavoro operaio, sotto la spinta dell’automazione nelle fabbriche… Accanto agli scioperi degli operai, pur sempre sfruttati, che non delegano più ai sindacati e al Partito Comunista Italiano le loro lotte sempre più aspre, emerge progressivamente un’idea più radicale, quella del rifiuto del lavoro stesso e non solo delle condizioni di lavoro. Un epocale cambio di paradigma.»

Nanni Balestrini 

«Quando nelle fotografie non compaiono eroi, azioni epiche ma i sentimenti e le emozioni delle persone comuni la rottura è più evidente. Quando questa consapevolezza dell’importanza dei sentimenti diventa insopportabile per i poteri, purtroppo scorre il sangue. Questo è stato per la Comune ed è avvenuto per il Settantasette.»

Tano D’Amico

«Chi sei? Prova a pensarci? Il tuo cervello ha spazio per te o è una colonia del potere? Il cervello è tuo! Liberalo dalle false immagini di cui l’hanno riempito. Patria amore sesso polizia società religione libertà carriera politica sport morte denaro paura dio pace guerra felicità fascismo antifascismo ideologia giustizia anarchia. Fallo subito! Decolonizzati! Non indugiare a chiedere consigli potrebbero intuire le tue intenzioni e tornare subdolamente a condizionarti ributtandoti nella tua prigione mentale. Crea situazioni antagoniste alla realtà di morte di violenza che ti tocca sopportare!» 

“Fuoco”, n.2, febbraio 1977

Questo è un libro imperdibile, soprattutto per le immagini. Lo dico con cognizione di causa, perché racchiude anche un pezzo della mia storia, della mia esistenza. È un piccolo libro commovente per quelli della mia generazione, e credo non solo per loro. Eravamo belli, idealisti, folli e soprattutto ingenui, il che, sotto certi aspetti, non guasta affatto. Non tutto, ovviamente, è da salvare: furono commessi errori, alcuni dei quali gravissimi, e ci furono diverse morti che potevano essere evitate. Ma lo spirito che univa la maggior parte di noi era autentico: ci sentivamo parte di qualcosa di unico.

Non vuole essere retorica nostalgica la mia, è semplicemente memoria e storia personale. Fa parte di me. Oggi rido di tante scelte fatte, assurde, paradossali, surreali, ma le guardo con tenerezza e indulgenza. Tuttavia, c’è anche molto da salvare: l’Utopia, la gioia, la felicità al potere dei senza potere, la radicalità del pensiero che portava a mettere in discussione tutto e a evitare come la peste qualsiasi verità assoluta, qualsiasi dogma, qualsiasi ossessione paranoica. Si ironizzava molto sulla paranoia. Quella storia mi ha permesso di capire molto di me stesso, della politica e, ora, anche del presente.

Accanto a tutto ciò, però, resistevano contraddizioni profonde e retaggi stalinisti che sfociavano in intolleranza. La presenza di filosovietici e maoisti era marginale rispetto al Sessantotto, ma costante e assai molesta. In altri casi, più frequenti, tali posizioni si mescolavano in modo dissonante con impostazioni libertarie. Fu questa una delle cause del fallimento: la rottura avrebbe dovuto essere completa, non inquinata da vecchie appartenenze di carattere autoritario. Non si sarebbe dovuto trattare di presa del potere, ma di destrutturazione del potere. Ciò facilitò purtroppo anche la degenerazione verso la lotta armata e, parallelamente, verso il rifugio nel parlamentarismo o nella droga. Si cadde nella trappola tesa ad arte dalla repressione.

Il libro è un viaggio tra immagini, parole, sentimenti ed estraneità, e varrebbe anche solo come prezioso documento fotografico, alternato ai pensieri che fanno da contrappunto. Un libro altamente poetico e, per certi versi, struggente. In Ci abbiamo provato, il protagonista è il “Settantasette”, ma sullo sfondo c’è quella stagione di conflitto sociale che va dall’autunno caldo al triste, sterile e mortifero riflusso degli anni Ottanta. È semplicemente un bellissimo album di ricordi.

Nanni Balestrini (1935-2019), poeta, è stato una figura di punta della neoavanguardia. Faceva parte di “Gruppo 63”, collettivo informale sorto appunto nel 1963, che riuniva poeti, narratori e intellettuali italiani accomunati dalla volontà di rinnovare radicalmente la letteratura, opponendosi al neorealismo e a ogni forma di scrittura tradizionale. Ne facevano parte, tra gli altri, anche Umberto Eco, Alberto Arbasino, Sebastiano Vassalli, Angelo Guglielmi ed Edoardo Sanguineti. Balestrini, esponente dell’ala più radicale, sperimentava il montaggio linguistico e la scrittura collettiva come forma di rottura dell’estetica borghese, unendo poesia e politica. La sua scrittura si nutriva di slogan, discorsi orali, linguaggi di massa, ricontestualizzati in opere come Vogliamo tutto o Gli invisibili.

Tano D’Amico (n. 1942), mitico fotoreporter militante, racconta i movimenti dall’interno, evitando l’estetica della violenza o della marginalità, cercando invece di restituire dignità e complessità ai soggetti fotografati: manifestanti, femministe, senzatetto, emarginati, operai, carcerati. È spesso presente nei cortei e nelle iniziative del Movimento dell’epoca. Le sue fotografie, in bianco e nero, hanno un taglio diretto, profondamente empatico, con grande attenzione alla relazione tra fotografo e soggetto fotografato. Diverse sue foto furono pubblicate anche dai quotidiani Paese Sera, Lotta Continua e Il Manifesto, oltre che da riviste come Potere Operaio, Autonomia, Avvenimenti e Noi Donne. Ma fu soprattutto fotografo del “Movimento”.

Ci abbiamo provato è strutturato come un dialogo tra immagini e brevi testi. Le fotografie di Tano D’Amico ritraggono manifestazioni, assemblee, cortei, volti di giovani che occupano strade e università, momenti di scontro con le forze dell’ordine, attimi di gioia, rabbia, attesa, speranza. Le didascalie e i testi poetici, non solo di Balestrini ma anche di artisti e riviste come A/traverso, non sono semplici spiegazioni, bensì frammenti evocativi che restituiscono lo stato d’animo collettivo.

Il titolo stesso, Ci abbiamo provato, esprime il senso di una generazione che ha tentato di trasformare radicalmente la società e che, pur non avendo raggiunto gli obiettivi rivoluzionari, rivendica la dignità dell’averci provato. Non domina la retorica del “fallimento”, ma piuttosto una malinconica fierezza.

Il Movimento fu influenzato da varie teorie filosofiche e correnti di pensiero: Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir ebbero un ruolo attivo, così come Toni Negri, Mario Tronti e Franco Piperno con l’Autonomia Operaia. Ebbero influenza diretta anche il post-strutturalismo di Derrida, Foucault, Deleuze, Guattari e Barthes, il situazionismo di Guy Debord, l’anarchismo, il marxismo critico e non dogmatico, la scuola di Francoforte con Fromm, Marcuse, Benjamin, Adorno. In sintesi, tutto il pensiero libertario.

«Il 5 luglio – si legge – gli intellettuali francesi Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Felix Guattari e Roland Barthes pubblicarono un appello contro la repressione che si stava abbattendo sui militanti operai e sui dissidenti intellettuali in lotta contro il compromesso storico, a cui fece seguito in settembre a Bologna un convegno cui parteciparono 35.000 compagni provenienti da ogni parte d’Italia.»

Il Movimento del ’77 non si riconosceva, tuttavia, in un’unica filosofia sistematica. Era un “rizoma teorico” (per citare Deleuze e Guattari), una rete di saperi, pratiche, testi, performance che rifiutava l’unicità ideologica. Era, nella sua parte migliore e più creativa, radicalmente antistatalista e antiautoritario. Questa pluralità costituì la sua forza e il suo limite, ma anche l’eredità che oggi ha lasciato come laboratorio di libertà, autonomia e critica radicale. Il percorso che ognuno di noi intraprese poi è storia diversa, ma non dissimile da quella del Sessantotto.

Verso la fine del libro arriva un dialogo fitto e alternato, in forma di saggio, tra i due autori sul Settantasette, seguito da una cronologia dei fatti salienti di quell’anno e da una bibliografia sul tema. Dialogo e cronologia ricostruiscono sinteticamente le fasi topiche che portarono alla rivolta e alla formazione del Movimento. Un Movimento che si pose da subito fuori dalla logica dei gruppi della sinistra extraparlamentare, presi unicamente dal loro settarismo dogmatico e ideologico, criticando duramente anche il Manifesto, Lotta Continua, Potere Operaio, lo stesso marxismo e, con ancor maggiore durezza, il PCI e la CGIL, considerati “la nuova polizia”.

I due autori testimoniano l’emergere di nuovi soggetti – studenti, operai, disoccupati, donne – che si sottraevano alla rappresentanza tradizionale e puntavano all’autonomia dei comportamenti, sia individuali che collettivi, rifiutando il lavoro salariato come unica dimensione di vita. Il libro è una fonte preziosa per comprendere la memoria del conflitto sociale in Italia negli anni Settanta, spesso narrato e liquidato solo come “terrorismo” o “anni di piombo”, ma qui mostrato nella sua varietà, umanità e tensione utopica.

C’è una malinconia dolceamara nelle parole “ci abbiamo provato”. Non c’è disperazione, ma la consapevolezza di un tentativo radicale di immaginare un altro mondo possibile. L’opera lascia emergere il senso di una fine imminente – la repressione, la sconfitta politica, l’inizio del riflusso individualista, il terrorismo, le droghe – ma anche un orgoglio che resta come eredità per chi, oggi, voglia ripensare l’impegno collettivo.

Ci abbiamo provato esce nel 2017, alla vigilia del cinquantesimo anniversario del Sessantotto. Oggi, a circa cinquant’anni di distanza dal Settantasette, foto, versi e testi di questo libro restano di grande forza estetica e politica, costruendo un archivio della memoria che non si limita a testimoniare il passato, ma interroga anche il presente, lo squallore del presente.

“Obbliga”, si può dire, a un confronto attraverso il disincanto, senza nostalgie improponibili, evidenziando anche gli errori, i luoghi comuni, le fragilità teoriche, ma tenendo sempre presente il coraggio e l’orgoglio. Ricorda, in poche pagine, che ogni generazione è chiamata, in qualche modo, a “provare” a cambiare il mondo – e che, al di là degli esiti, è questo tentativo stesso a definire la dignità dell’essere umano.



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