Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal” (1904)
«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo, era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. […] Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza: – Io mi chiamo Mattia Pascal»
«…la scienza, pensavo, ha l’illusione di render più facile e più comoda l’esistenza! Ma, anche ammettendo che la renda veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate, domando io: «E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica?».
«La fantasia si sarebbe fatto scrupolo, certamente, di passar sopra a un tal dato di fatto; e ora gode, ripensando alla taccia di inverosimiglianza che anche allora le fu data, di far conoscere di quali reali inverosimiglianze sia capace la vita, anche nei romanzi che, senza saperlo, essa copia dall’arte.»
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la letteratura europea si confronta con una profonda crisi delle certezze tradizionali: l’identità dell’individuo, il ruolo della società, la tenuta dei valori borghesi, tutto sembra vacillare. È in questo clima di disgregazione che Luigi Pirandello elabora una delle riflessioni più radicali e originali sull’identità personale, anticipando molti dei temi che attraverseranno la cultura novecentesca.
Nelle sue opere, l’io appare frammentato, instabile, costruito su convenzioni sociali e percezioni altrui. La maschera prevale sul volto, l’apparenza sull’essere. Pubblicato nel 1904, Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle prime grandi esplorazioni narrative su questi temi. Un romanzo che, con toni ironici e insieme tragici, mette in scena l’impossibilità di possedere un’identità stabile ed equilibrata, e la condizione paradossale dell’uomo moderno. È, insomma, un’efficace parabola sull'alienazione umana.
A ben guardare, “Il fu Mattia Pascal” avrebbe potuto benissimo intitolarsi: “Le tre vite di Mattia Pascal". Il titolo scelto da Pirandello indica già una frattura: quel “fu” dice di una morte anagrafica, ma anche simbolica, che apre lo spazio alla moltiplicazione dell’identità, alla personalità multipla, ben pochi temi risultano infatti più moderni. Al centro del romanzo vi è un continuo oscillare tra realtà e finzione, tra verosimile e inverosimile, tra ciò che si è e ciò che si appare. Questo nodo tematico viene esplicitato dallo stesso autore in un breve saggio in appendice, intitolato “Avvertenza sugli scrupoli della fantasia”, in cui Pirandello riflette sulla necessità della finzione narrativa e sulla possibilità che l’inverosimile, nella vita come nell’arte, sia in realtà il volto più autentico del reale.
L’intero romanzo è costruito attorno a una riflessione sull’identità individuale, sulla sua natura instabile e relazionale, e sul modo in cui l’uomo moderno, stretto fra convenzioni sociali e illusioni di libertà, si trovi costantemente in bilico tra autenticità e maschera. I temi dell’apparenza, dell’alienazione, dell’ipocrisia sociale, della disgregazione dell’io sono tra i cardini della poetica pirandelliana, e trovano in “Il fu Mattia Pascal” una delle prime e più riuscite versioni narrative realizzate dallo scrittore siciliano.
La prima esistenza di Mattia è quella della sottomissione inconsapevole alle strutture della società. In questa fase, egli incarna la figura dell’inetto novecentesco, incapace di reagire alle pressioni esterne, condannato a una vita che non ha scelto e che lo schiaccia lentamente. Si tratta della condizione dell’uomo ingabbiato dalle aspettative sociali, in cui l’identità personale si confonde con i ruoli imposti. Non è il protagonista della propria storia, ma una pedina trascinata dalla corrente. In questo primo stadio, l’alienazione è ancora inconsapevole: è la semplice condizione dell’individuo comune, mero ingranaggio della macchina sociale.
L’occasione per fuggire si presenta in modo del tutto fortuito: nasce così Adriano Meis. Questa nuova identità sembra liberarlo: nessun legame, nessun dovere, nessuna storia precedente. Mattia sogna di poter essere veramente se stesso, o forse chiunque voglia, al di là delle aspettative e delle convenzioni. Ma la libertà assoluta si rivela presto una finzione, una vuota illusione. Questa seconda vita – apparentemente liberatoria – finisce per evidenziare il paradosso dell’identità: non si può essere "qualcuno" senza essere riconosciuto dagli altri.
La sua presunta radicale ed estrema libertà si trasforma quindi in un’esistenza spettrale. Adriano Meis è un nome vuoto, privo di storia, e proprio per questo condannato a un’irrealtà che lo isola, ad essere il fantasma di sé stesso. L’alienazione si fa più intensa e consapevole: l’uomo moderno, pur credendo di emanciparsi, si trova esiliato dalla rete delle relazioni umane concrete.
Adriano torna, quindi, a essere Mattia, ma scopre di non poter più riprendere la sua vecchia vita. Nulla di ciò che era è rimasto intatto: gli altri hanno proseguito senza di lui, e la sua figura è ormai un’ombra. La terza vita si configura così come la più tragica e filosoficamente densa: è la vita del ritorno impossibile, del tempo che ha oltrepassato l’individuo, lasciandolo ai margini.
Anche la biblioteca, il suo rifugio, è lo spazio simbolico per eccellenza dell’intero romanzo: si trasforma nel regno del sapere statico, sterile della memoria catalogata ma spenta, della vita osservata e non vissuta. Qui Mattia assume il ruolo di spettatore dell’esistenza, completamente estraneo alla realtà sociale, incapace di reintegrarsi, privo di qualsiasi desiderio di lottare o di appartenere. Non è più nemmeno un uomo disilluso: è diventato pura consapevolezza della propria inautenticità.
La biblioteca è metafora dello sradicamento definitivo: un luogo fuori dal tempo, dove l’identità si dissolve in una collezione di storie altrui. L’alienazione diventa coscienza di sé, e quindi ancora più irrimediabile. Mattia non è più semplicemente escluso dalla società: è escluso dal mondo come dimensione condivisa con l’altro. Vive ai margini, in una sospensione esistenziale che è insieme lucida e tragicamente rassegnata. Mattia non è un ribelle né un eroe: è un uomo qualunque che si trova, suo malgrado, a fare esperienza della frantumazione dell’io.
Pirandello, con straordinaria preveggenza, anticipa molti dei temi dell’esistenzialismo novecentesco: l’estraneità, la crisi dell’identità, il rifiuto delle convenzioni come forma di solitudine più che di liberazione. La libertà, nel mondo moderno, non è più conquista ma condanna: senza radici, senza ruolo, senza nome, l’uomo è condannato a vagare in un mondo che gli è divenuto estraneo.
Mattia Pascal è l’immagine di un uomo che non appartiene più a nulla, che ha sperimentato l’impossibilità di fuggire e l’impossibilità di tornare. Mattia Pascal diventa simbolo universale della condizione umana moderna: prigioniero della propria presunta libertà, esiliato nella sua stessa vita, straniero ovunque si trovi.

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