Grazia Deledda, “Canne al vento” (1913)
«Ma col sorgere del sole l’incanto svanì: i falchi passavano stridendo con le ali scintillanti come coltelli, l’Orthobene stese il suo profilo di città nuraghica di fronte ai baluardi bianchi di Oliena: e fra gli uni e gli altri apparve all’orizzonte la cattedrale di Nuoro.
Efix camminava col velo della febbre davanti agli occhi. Gli pareva d’esser morto e di andare, di andare come un’anima in pena che deve raggiungere ancora il suo destino eterno; di tanto in tanto però un senso di ribellione lo costringeva a fermarsi, a sedersi sul paracarro ed a guardare lontano. La strada in salita tra la valle e la montagna, fra rocce, olivi e fichi d’India tutti d’uno stesso grigio, gli sembrava, sì, quella del suo calvario ma anche una strada che poteva condurre a un luogo di libertà. Ecco, pensava guardando il profilo dell’Orthobene, lassù è una città di granito, con castelli forti silenziosi; perché non mi rifugio lassù, solo, e non mi nutrisco di erbe, di carne rubata, libero come i banditi?»
«Gli sembrava infatti di camminare sempre. Saliva un monte, attraversava una tanca; ma arrivato al confine di questa ecco un altro monte, un’altra pianura; e in fondo il mare.
Adesso però camminava tranquillo, e solo gli dispiaceva di non arrivar mai per sgombrare del suo corpo la casa delle sue padrone: ma un giorno, o una notte – non capiva più che tempo era – gli parve d’esser giunto al muricciuolo del poderetto, su in alto sul ciglione delle canne, e di sdraiarsi pesantemente sulle pietre. Le canne frusciavano, piegandosi fino a lui per toccarlo, per lambirlo con le foglie che avevano qualche cosa di vivo, come dita, come lingue. E gli parlavano, e una gli pungeva l’orecchio perché sentisse meglio: era un mormorio misterioso che ripeteva il susurro dei fantasmi della valle, la voce del fiume, il salmodiare dei pellegrini, il palpito del molino, il gemito della fisarmonica di Zuannantoni.»
È difficile fare i conti con la poetica di Grazia Deledda, è qualcosa che ti cattura dolcemente, ti stordisce, ti rapisce e ti trasporta in un altro mondo, inesorabilmente.
È una Sardegna onirica, incantata, ma dai colori vividi, sospesa tra incubo, meraviglia e tenerezza. “Canne al vento” è un delizioso capolavoro che non può prescindere dal suo contesto: troppi sono gli elementi tipicamente unici di quel luogo e di quell’epoca. Tuttavia, possiede anche classici aspetti esistenziali che lo rendono universale.
Gli uomini e le donne, secondo la visione della scrittrice, sono come canne piegate dal vento: fragili, esposti, incapaci di opporsi alle forze misteriose che regolano il corso dell’esistenza, eccessivamente presi dai ruoli, legati alla terra, ma anche alle convenzioni, non riescono ad andare oltre rari momenti di estrema emotività, esplosione di rabbia e di passione, che per lo più però vengono trattenuti dentro argini ben definiti.
“Canne al vento” è anche un'opera che rappresenta la transizione tra arcaismo e modernità. Una transizione turbolenta, priva di mediazione. Un mondo che muore e non vuole piegarsi a quello che sta arrivando, rappresentato dalla decadenza irreversibile dell’aristocrazia rurale, che resta pervicacemente attaccata ad una sterile tradizione, ma col nuovo che mostra tutti i suoi limiti e la sua fragilità.
La metafora si serve della rappresentazione di una tragedia familiare e sociale, con al centro le tematiche sul peccato e sul senso di colpa, sulla percezione del concetto religioso e sulla superstizione. Tematiche che interagiscono tra loro senza soluzione di continuità. Il personaggio centrale del servo Efix è cruciale e paradigmatico. Perché rappresenta l’ultimo legame tra un mondo che sta sparendo — quello della vecchia nobiltà rurale rappresentata dalle sorelle Pintor — e un mondo nuovo che avanza con fatica e contraddizioni, incarnato dal giovane Giacinto. Ma per la Deledda, il futuro non è necessariamente migliore, è solo diverso, e anch’esso segnato dal dolore e dall’instabilità.
La Sardegna della scrittrice è un luogo dove la fede convive con il mistero, la preghiera con la paura, il silenzio con i segni del sacro. Le sorelle Pintor, ad esempio, sembrano vivere fuori dal tempo: non agiscono, resistono irrigidite attaccate a un’idea che è destinata alla sconfitta. Il loro mondo è quello della conservazione, della staticità, della fedeltà a un passato che non esiste più e che non può tornare. Eppure, anche la loro irriducibilità ha un ruolo, ha un senso. È la tragedia dell’umanità che deve affrontare il trauma della trasformazione.
L'ansia descrittiva della Deledda trasforma il paesaggio e la natura in autentici protagonisti, con il variare dei diversi momenti della giornata e delle stagioni: mutazioni reali che sembrano però avvolte nel miracoloso. È come lo svolgersi di un racconto parallelo e autonomo a quello che coinvolge gli umani, completamente estraneo ai ritmi e alle dinamiche della tragedia, anche se ne segue l’evoluzione come una sorta di contrappunto musicale e artistico, e che all’improvviso si intreccia a queste vicende solo durante il pellegrinaggio visionario di Efix nel Nuorese.
Lo stile di Grazia Deledda, pur facendo emergere compiutamente il dramma, è leggero, mai eccessivo, sobrio, assai delicato. Il suo lirismo raggiunge vette poetiche di grande magnificenza, ma di intensa sofferenza. La semplicità della lingua e dello schema narrativo nasconde però una grande profondità, che pone domande sul significato dell'esistenza. Quelle domande universali che trascendono le epoche.
La letteratura della scrittrice sarda parla al cuore delle persone, non ha necessità di avventurarsi nel territorio del grande impegno civile. Privilegia l’analisi di un microcosmo più intimo, spirituale e individuale, ma arriva lo stesso a toccare le corde della sfera sociale e delle relazioni collettive. Ciò le ha permesso di essere la prima (e ancora unica) scrittrice italiana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.
“Canne al vento” è, in definitiva, un romanzo tenue e delicato, senza eccessi, essenziale ma, allo stesso tempo, minuzioso. Racconta soprattutto la storia di un servo, di un giovane e di tre nobildonne e lo fa con estrema grazia. Narra di intensi e laceranti conflitti, ma anche della capacità di nutrire la speranza e, nonostante tutto, di continuare ad amare, perché l’umano non può permettersi di fare altrimenti. E' una parabola sulla solitudine e sul sacrificio, di quanto proprio l’amore a volte pretenda entrambi per potersi dispiegare completamente.

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