La filosofia empatica Juwainiana in “Anni senza fine” di Clifford D. Simak
«Che cosa si era affermato della filosofia juwainiana, in quel giorno lontano nel quale essa era andata perduta? Che avrebbe fatto progredire la razza umana di centomila anni nello spazio di due brevi generazioni. Qualcosa del genere, era questo il concetto.
Forse era un po' esagerato... ma non troppo. L'esagerazione era giustificata, giustificata dal valore dello strumento che era stato offerto al genere umano.
Gli uomini capaci di comprendersi vicendevolmente, di accettare i reciproci punti di vista per quello che essi valevano in realtà; ogni uomo capace di vedere dietro le parole, di vedere le cose con gli occhi di un altro e di accettare la concezione di un altro come se fosse stata propria. Arricchendo, anzi, la propria conoscenza con le idee degli altri: finite le incomprensioni, finiti i malintesi, finiti i pregiudizi di un'altra epoca... finite le pressioni psicologiche di coloro che deformavano ad arte la verità, passata per sempre l'epoca della falsità, dell'inganno, della mistificazione... e al posto di tutto questo una visione limpida e completa di tutti gli angoli di qualsiasi problema umano, di tutti i punti di conflitto, di tutte le diverse interpretazioni. E questo era applicabile a ogni cosa, a qualsiasi tipo di comportamento umano. A qualsiasi ramo dello scibile umano. Alla sociologia, alla psicologia, alla tecnica, a tutte le diverse sfaccettature del prisma di una civiltà complessa come quella degli uomini. Basta con le lotte nate dagli equivoci, basta con le liti fratricide, ma soltanto una valutazione onesta e sincera dei fatti e delle idee così com'erano, così come si presentavano.
Centomila anni nello spazio di due generazioni? Forse la valutazione non era stata troppo esagerata, dopotutto.»
Il cuore del romanzo di Clifford D. Simak “Anni senza fine” (sul quale tornerò con un’apposita recensione, perché contiene tantissima roba interessante) sta nella parte dedicata alla “filosofia Juwainiana”, un’eccellente e geniale intuizione dello scrittore americano. Tale opera è uno dei più alti esempi di fantascienza filosofica, è proprio in questo particolare filone narrativo che trova probabilmente massimo compimento il concetto di letteratura di anticipazione.
Il termine "juwainiana" utilizzato da Simak deriva dal nome di Juwain, un filosofo alieno immaginario, il cui contributo filosofico avrebbe potuto accelerare drasticamente il progresso della razza umana.
Juwain rappresenta simbolicamente la diversità, l’altro, capace di apportare un cambiamento radicale al pensiero umano, una prospettiva esterna che va oltre i limiti delle tradizionali filosofie terrestri, il bisogno quindi di una visione totalmente nuova. Non esiste un riferimento diretto a personaggi storici o reali di nome Juwain: il termine è un'invenzione dell’autore, pensato per evocare esoticità, saggezza e distanza dalla mentalità terrestre convenzionale. Tale scelta narrativa permette a Simak di riflettere, attraverso l’allegoria aliena, sulle potenzialità ancora inesplorate dell’intelletto umano e sulla possibilità utopica di una comunicazione pienamente autentica.
Il passo citato intende indicare un'utopia filosofica sulla comunicazione autentica e sull'empatia radicale come possibilità senza precedenti per l’umanità, la chiave definitiva verso l’utopia assoluta della convivenza e della compresenza. La "filosofia juwainiana" è il simbolo di una comprensione interpersonale così profonda da dissolvere completamente gli equivoci, le incomprensioni e le distorsioni deliberatamente indotte: un salto antropologico e culturale a dir poco epocale.
Tale salto evolutivo viene ottenuto, non attraverso una conquista tecnologica o una rivoluzione politica, bensì mediante un avanzamento etico e cognitivo di tutta la specie. La capacità descritta—quella di vedere il mondo dagli occhi dell'altro, comprendendone pienamente le ragioni e i sentimenti—è un passo avanti ulteriore rispetto al vecchio concetto di empatia, che qui è inteso come vero motore evolutivo. Richiede, insomma, una trasformazione radicale della coscienza morale ed emotiva degli esseri umani.
Non si tratta semplicemente di tollerare il punto di vista altrui, ma di interiorizzarlo, di arricchirsi attraverso di esso, trasformando ogni interazione in un’occasione di crescita, farlo proprio, senza però snaturarlo, riconoscendo e preservando l’originalità che appartiene esclusivamente all’altro, anche se il nostro contributo può integrare il valore, universalizzandolo. Quindi, tutto il contrario della consueta forma di colonialismo culturale.
L'intuizione di Juwain promuove una forma di esistenza più armonica e consapevole, in cui l'essere umano si riconnette con il mondo naturale e con gli altri esseri viventi, superando la propria visione egoistica e utilitaristica della realtà.
La filosofia Juwainiana contrasta così con l'antropocentrismo e il tecnocentrismo dominanti, che spesso identificano il progresso esclusivamente con l'accrescimento della potenza tecnica, evidenziando, come con tale progresso, l’uomo finisca inevitabilmente per autodistruggersi o per produrre alienazione e isolamento. La mancata accettazione di questa nuova consapevolezza conduce, infatti, alla stagnazione spirituale e morale, se non addirittura al declino della civiltà umana.
In tal senso, la "filosofia juwainiana" si configura come antidoto definitivo contro l’ideologia, la manipolazione propagandistica e la violenza derivante da ogni forma di fraintendimento. Simak offre una visione integralmente non violenta e umanistica della civiltà, dove il conflitto perde ogni ragion d’essere perché privo di equivoci interpretativi. Sembra quasi echeggiare, in questo brano, il sogno della comunicazione ideale che si ritrova nella filosofia del grande pensatore ebreo Martin Buber e nella sua visione della relazione autentica (Io-Tu), di cui parlerò prossimamente. Questa visione implica un cambiamento paradigmatico rispetto alle concezioni tradizionali del potere e del dominio: non più la conquista, ma la condivisione; non più la competizione, ma la cooperazione.
Essa rappresenta un appello a riconoscere che la vera evoluzione non consiste nel semplice accumulo di potere e di beni materiali, bensì nella capacità di coltivare relazioni autentiche, sostenibili e fondate su un profondo rispetto per la vita in tutte le sue forme. Così facendo, Simak non solo arricchisce la narrazione con una dimensione profondamente umanistica, ma offre ai lettori uno specchio critico attraverso cui riflettere sulla direzione che sta prendendo la nostra stessa società.
Tuttavia, Simak è consapevole della fragilità di tale utopia, il rischio insito in ogni utopia di trasformarsi in distopia, di un’ambiguità di fondo contenuta in buona parte nell’ironica esagerata affermazione "centomila anni nello spazio di due generazioni": l'eccessiva enfasi sull'introspezione morale e sulla collettivizzazione dei sentimenti potrebbe portare a una società eccessivamente uniformata e priva di libertà individuale. Questo scenario distopico, in cui l'identità personale e l'autonomia potrebbero essere sacrificate in nome di un ideale superiore di armonia e pace sociale, rappresenta una sorta di implicito avvertimento contro ogni forma di assolutismo etico e ideologico.
È il maledetto/benedetto realismo, col suo sano disincanto, che ci suggerisce che anche nella perfezione comunicativa resterebbe probabilmente un residuo di complessità umana irriducibile, che manterrebbe in vita le contraddizioni e gli imprevisti ad esse collegati. Per fortuna, aggiungo io.
Il tema, insomma, si presta a molteplici riflessioni su temi contemporanei cruciali come la manipolazione mediatica, i conflitti e le polarizzazioni sociali, il bisogno urgente di una comunicazione autenticamente umana, ma anche i rischi opposti relativi a un ulteriore progressivo impulso verso l'alienazione, verso un epilogo prevedibile e insensato.
Sembrerebbe quindi emergere dal messaggio di Simak che spetterebbe all’uomo di puntare concretamente sull’utopia di una comunicazione empatica tra pari, facendo però attenzione a non soffocare le differenze e anche i piccoli conflitti insiti nell’umana natura, per impedire qualsiasi involuzione autoritaria di una vuota felicità.
«La vita era facile, era una buona vita. Perché preoccuparsi?
C'erano cibo e indumenti e riparo, compagnia umana e lusso e divertimento... c'era tutto quello che si poteva desiderare.
L'Uomo abbandonò la lotta. Rinunciò a riprendere il cammino. L'Uomo decise di godersi la vita. La conquista umana diventò un fattore zero, e la vita umana diventò un insensato paradiso.»

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