I capolavori di Eduardo
“Ditegli sempre di sì” (1927)
Nel 1927 Eduardo mette in scena, nella sua versione definitiva in due atti, una delle sue prime opere: un vero capolavoro giovanile. “Ditegli sempre di sì” è una commedia degli equivoci vivace, di irresistibile comicità e dal ritmo serrato. Tuttavia, nonostante la giovane età dell’autore e la forte influenza ancora esercitata dal teatro del padre Eduardo e del fratellastro Vincenzo Scarpetta, si avvertono già i primi segnali della futura impronta eduardiana. Dietro la farsa, infatti, affiora la tragedia, con chiari echi pirandelliani: una realtà dolorosa, nascosta dietro l’apparente leggerezza.
Le prime versioni della commedia, scritte proprio per la compagnia di Vincenzo, erano più lunghe e articolate in tre atti anziché due, ricche di macchiette e personaggi secondari. Questa struttura moltiplicava gli intrecci e gli equivoci, ma finiva per rendere la vicenda eccessivamente macchinosa. La decisione di ridurla e semplificarla si rivelò felice: la trama guadagnò ritmo, chiarezza e scorrevolezza.
Nella nuova veste, la commedia divenne subito una delle punte del repertorio dei tre fratelli De Filippo. Già vi compaiono temi centrali dell’universo eduardiano: le ambiguità delle relazioni sociali, l’ipocrisia, il fragile confine tra follia e normalità. Michele Murri è la prima vera maschera del teatro di Eduardo che incarna tali aspetti, dotata di una complessità sfaccettata.
Michele è il diverso, colui che non riesce a inserirsi perché incapace di comprendere le dinamiche del linguaggio, della comunicazione, dei compromessi e delle convenzioni. È un folle autentico: prende alla lettera ogni parola o espressione, provocando situazioni esilaranti, ma anche un intenso disagio emotivo. Alla base della sua condizione c’è un enorme equivoco esistenziale.
Eppure Michele è, in fondo, un uomo troppo ragionevole, dotato di una logica semplice e lineare, al punto che sono gli altri a sembrare folli o alienati. L’effetto comico non nasce soltanto dalla sua follia, ma dalla dissonanza tra convenzioni sociali e bisogni individuali. Per questo il meccanismo di identificazione da parte degli spettatori è quasi immediato.
Eduardo vuole dimostrare che gli equivoci non derivano tanto dalla follia come malattia, quanto dall’ambiguità del linguaggio e delle intenzioni: da quel deficit di comunicazione spontanea che sottopone gli individui alla tirannia dell’ipocrisia. Qui si colloca il senso del titolo della commedia: dire sempre di sì come forma estrema di compromesso, rifugio da verità scomode che genererebbero conflitto, e insieme adeguamento al volto inquietante della normalità e del conformismo.
La versione televisiva, oggi reperibile su RaiPlay, è un pregevole adattamento del 1962 che si distingue in più punti dal testo teatrale. Il dialetto napoletano, molto stretto nella versione originale, viene in gran parte stemperato, italianizzandosi quasi del tutto. Una scelta comprensibile, considerando che la televisione dell’epoca mirava a diffondere la cultura a livello nazionale e un dialetto troppo marcato avrebbe reso incomprensibili molte commedie alla maggioranza dei telespettatori italiani.
La riscrittura della sceneggiatura, pur introducendo alcune variazioni, penalizza ben poco la qualità artistica: rimane sostanzialmente fedele all’originale, anche grazie alla regia e alla presenza diretta di Eduardo come attore e sceneggiatore. Anzi, in questa versione l’autore accentua la critica sociale, con riferimenti espliciti al totalitarismo nel monologo finale. Tra gli interpreti spicca Regina Bianchi, straordinaria nel ruolo di Teresa, sorella di Michele.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie