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mercoledì 27 agosto 2025

Kurt Vonnegut, "Un uomo senza patria" (2005)


Kurt Vonnegut, "Un uomo senza patria" (2005)

«Non c’è motivo per cui il bene non potrebbe trionfare sul male, se solo gli angeli si dessero un’organizzazione ispirata a quella della mafia.»

«Io ho assistito alla distruzione di Dresda. Ho visto la città com’era prima e poi sono uscito dal rifugio antiaereo e l’ho vista com’era dopo, e indubbiamente una delle reazioni è stata la risata. Lo sa Dio se la risata non è un modo in cui l’anima cerca un po’ di sollievo.

Qualunque argomento può essere fonte di risate, e immagino che si sentissero risate particolarmente spettrali perfino tra le vittime di Auschwitz.

L’umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura. Freud sosteneva che è una reazione alla frustrazione: una delle tante. I cani, diceva, quando non riescono a uscire da un cancello, cominciano a raspare e a scavare per terra e a fare movimenti senza senso, ringhi e quant’altro: è il loro modo di affrontare la frustrazione, la sorpresa o la paura.

E in effetti spessissimo il riso viene provocato dalla paura.»

«Non so voi, ma io pratico una religione disorganizzata. Appartengo a un empio disordine. Ci chiamiamo “Nostra Signora della Perpetua Meraviglia”.»

«Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant'è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti.» 

«Pensate che gli arabi siano fessi? Ci hanno dato i numeri. Provate a fare una divisione in colonna coi numeri romani.»

«… di Gesù dico questo: “Se le cose che ha detto sono giuste, e in buona parte anche bellissime, che differenza fa se era Dio oppure no?”

Ma se Cristo non avesse pronunciato il Discorso della Montagna, con il suo messaggio di misericordia e di pietà, io non vorrei essere un essere umano.

Tanto varrebbe essere un serpente a sonagli.»

Vonnegut pubblicò questo piccolo libro, ufficialmente la sua ultima opera, una sorta di testamento, quando aveva già superato gli ottant’anni, pochi anni prima di morire, dimostrando di conservare una lucidità e una vivacità mentale che ben pochi esseri umani possono vantare. È un’opera difficilmente catalogabile: non è un saggio, né un racconto, ma piuttosto una raccolta di frammenti di viva intelligenza.

L’autore dichiarava, con amarezza, di essere un uomo senza patria; eppure apparteneva a quella rara genia di intellettuali che gli Stati Uniti, nonostante tutto, sono ancora capaci di generare. Tuttavia, è proprio contro l’America che rivolge il suo sarcasmo: una critica spietata, caustica, anticonformista, ma insieme appassionata.

Si tratta di un libriccino curioso, uscito vent’anni fa, che va contestualizzato ma che resta interessante per chi apprezza la narrativa di Vonnegut e per chi voglia comprendere meglio l’autore di “Mattatoio n. 5”, “Piano meccanico” e “Ghiaccio-nove”. Non è necessario essere d’accordo con lui: ciò che conta è che il testo, pur estraneo a facili catalogazioni, risulta sempre stimolante. Sono schegge di ironica derisione, di impietoso scherno.

Vonnegut non segue un filo logico lineare, ma il flusso libero del pensiero: ed è proprio questa struttura aperta, apparentemente disordinata, a restituire l’immagine autentica di un uomo che ha molto vissuto, molto scritto, molto pensato e molto sofferto. Un concentrato di trasgressione e anticonformismo.

Il libro raccoglie dodici interventi che, come riportano le note di copertina, «furono originariamente pubblicati dalla rivista radicale In These Times, poi snobbati dalla grande editoria americana e infine raccolti da una coraggiosa casa editrice indipendente, fino a diventare un best seller da 350.000 copie». Vonnegut, però, non amava essere definito un saggio: si considerava soltanto un vecchio umanista, un socialista utopico, un anarchico, che aveva perso ogni speranza nella razza umana.

È un libro interessante proprio perché scritto in maniera semplice e discorsiva, diretto a tutti, privo di intellettualismi: un uomo della strada che si rivolge ad altri uomini della strada. Non è un mero pamphlet contro l’America. Alcune considerazioni, inevitabilmente, risultano datate o indulgono in luoghi comuni, perché vent’anni non sono pochi; ma ciò che conta è lo spirito complessivo, tendenzialmente dissacrante, che anima ogni pagina.

Vonnegut si abbandona liberamente a idee collegate in maniera istintiva e immediata, senza la mediazione di sovrastrutture logiche o filosofiche. Lo fa con un’ironia irresistibile e con una drammaticità commovente. Pur essendo spesso definito scrittore di fantascienza — etichetta non del tutto corretta — qui parla soprattutto del suo paese, della vita quotidiana, del pianeta che cade a pezzi, della guerra, del socialismo e del cristianesimo.

Ricorda, come già in “Mattatoio n. 5”, di essere stato uno dei pochissimi sopravvissuti al bombardamento di Dresda. Attacca senza mezzi termini la leadership politica statunitense dell’epoca di George W. Bush, ed elogia piccoli personaggi, sconosciuti o dimenticati.

Ironizza sul sesso e sulla letteratura, non risparmia se stesso, in sintonia con lo spirito contraddittorio della sua scrittura. A completare il volume, come contrappunto ai capitoli, compaiono i suoi aforismi e i suoi disegni: dalla follia più pura a una lucidità assoluta.

Insomma, un genio burlone che, quasi senza volerlo, ci ricorda di essere stato un grande scrittore.

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