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martedì 26 agosto 2025

Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano” (1951)


Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano” (1951)

«Ritratto di una voce. Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno il più possibile di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita in modo più fermo, più sottile di come avrei saputo farlo io.»

«Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta - nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un'umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera - quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell' ALTRO, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente. Questo gioco misterioso che va dall'amore di un corpo all'amore d'un essere umano, m'è sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita. Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d'intimità dei corpi, e quelli di violenza, d'agonia, di grida.»

«Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure, si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate, l'ingegnosità umana riesce facilmente a insinuarsi entro le maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. Il rispetto delle leggi antiche corrisponde a quel che la pietà umana ha di più profondo; e serve come guanciale per l'inerzia dei giudici. Le leggi più antiche non sono esenti da quella selvatichezza che miravano a correggere, le più venerabili rimangono ancora un prodotto della forza. La maggior parte delle nostre leggi penali - e forse è un bene - non raggiungono che un'esigua parte dei colpevoli; quelle civili non saranno mai tanto duttili da adattarsi all'immensa e fluida varietà dei fatti. Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose quando sono in ritardo, ancor più quando presumono di anticiparli.»

“Memorie di Adriano” rappresenta la bellezza della narrazione allo stato puro. È, insieme a L'opera al nero, il vertice massimo della produzione letteraria di Marguerite Yourcenar. L’autrice costruisce un’opera che non è soltanto romanzo, né semplice biografia storica, né pura riflessione filosofica: è tutte queste cose insieme, e proprio per questo le trascende. La sua unicità è innegabile, pur risentendo di numerose e differenti influenze letterarie.

La scrittura si dispiega come un flusso continuo, limpido e denso, capace di accogliere ogni aspetto dell’esperienza umana: la concretezza della storia, la potenza della poesia, la profondità dell’analisi filosofica. È, al tempo stesso, filosofia, poesia, autobiografia e romanzo epistolare: un poema nel senso più autentico del termine. Pubblicato per la prima volta nel 1951, a metà esatta del XX secolo, il libro è insieme catalizzatore e fonte della letteratura novecentesca.

Il testo si presenta come una lunghissima lettera indirizzata da un Adriano ormai vecchio e malato a un diciassettenne Marco Aurelio. Ma la forma epistolare è soltanto il rivestimento di un’opera che si configura come un’autobiografia immaginaria, scritta con la precisione dello storico e la sensibilità del poeta e del filosofo. La Yourcenar fa parlare un Adriano sincero fino al cinismo: la descrizione della sua successione a Traiano è da antologia.

Il capolavoro della scrittrice va letto come una sinfonia: non è necessario badare troppo al susseguirsi degli avvenimenti, degli aneddoti o degli incontri dell’imperatore. Tutto si compone come un canto armonioso, una musica intrisa di retorica e nostalgia, con movimenti ora dolci ora impetuosi, come lo è l’incontenibile dispotismo del potere.

Vi è la filosofia dello statista che osserva il destino con razionalità e misura, accettando la morte senza illusioni consolatorie. Vi è la poesia di chi contempla la vita come un miracolo destinato a spegnersi, ma che nella bellezza della parola può farsi eterno. Vi è l’autobiografia di un uomo che racconta se stesso, ma in realtà parla dell’umanità intera, delle sue paure e dei suoi desideri. Vi è infine il romanzo epistolare, la lettera al futuro imperatore, che diventa il messaggio della Yourcenar a ciascun lettore.

La voce di Adriano è quella intensa di chi, alla soglia della morte, scopre il mistero della vita. Non cerca consolazioni né scorciatoie: si mette a nudo davanti al giovane Marco Aurelio. È questa lucidità senza menzogne a renderlo così umano, così vicino. Egli contempla la vita e il suo corpo con lo sguardo di chi non ha più bisogno di difendersi né di costruirsi maschere.

La morte imminente diventa l’occasione per rivelare una verità profonda: la vita non possiede un senso unico, ma è senso essa stessa. Il mistero non è un enigma da risolvere, ma una realtà da accettare con intelligenza e gratitudine. La bellezza dell’amore, la fragilità del corpo, la tensione verso l’arte e la giustizia: tutto si ricompone nello sguardo ultimo di Adriano, come in un mosaico romano, dove frammenti diversi restituiscono un’immagine perfetta.

Le Memorie riflettono una concezione stoico-epicurea della morte: l’anima non avrà più i suoi “giochi”, ossia le attività vitali, e si avvierà verso un luogo spoglio, forse privo di coscienza. Adriano indugia sul corpo, sul desiderio e sulla malattia, componendo un inno alla fisicità come compagna inseparabile di un’intera esistenza. È il ritratto dell’imperatore, ma anche dell’essere umano che vive appieno solo accettando complessità, contraddizione e multiformità.

Opera complessa e contraddittoria, Memorie di Adriano trova in questa natura la sua grandezza. È un libro che, come ogni classico, va letto e riletto, perché parla a ogni età e in ogni epoca, illuminando quel mistero del vivere che filosofia, poesia e storia cercano invano di definire, ma che la letteratura, quando è grande, sa rendere presente e palpabile in ogni parola. Lettura difficile, concettuale, fitta di rimandi e di minuziosi particolari, ma capace di offrire continui brividi di piacere.

Il ritratto di Adriano tracciato dalla Yourcenar è quello di un conoscitore dei territori e delle genti del suo impero, cui riserva un rispetto raro. Da qui nasce il delirio di onnipotenza di un imperatore-dio colto e raffinato, ma pur sempre avvinto dal potere: ebbro e insieme lucidissimo, consapevole del proprio delirio e pronto a giustificarlo. Un uomo di intelligenza sopraffina.

Il sentirsi dio lo eleva a una responsabilità superiore a quella dell’imperatore terreno: un dio-uomo cosmopolita, scettico verso l’equità delle leggi, favorevole all’emancipazione dei deboli. Un dio eretico in anticipo sui tempi. Giunse persino a rinunciare al sogno imperialista di espansione per consolidare i confini, proteggere le province e amministrare con razionalità e giustizia. L’esempio più emblematico è il Vallo di Adriano in Britannia.

Il libro si articola in sei capitoli, ciascuno intitolato con un’espressione latina. L’epigrafe e il titolo del primo, “Animula vagula blandula", provengono da un componimento attribuito allo stesso Adriano. “Varius multiplex multiformis" dà il titolo al secondo capitolo e significa “Variato, molteplice, multiforme”. “Tellus stabilita", titolo del terzo, rimanda alla “terra stabilizzata”, alla missione imperiale di garantire ordine e durata al mondo.

Il quarto capitolo, “Saeculum aureum" ("L'età dell’oro”), è dedicato all’amore per il giovane Antinoo e alla sua morte: un riferimento esplicito a Esiodo e Ovidio, simbolo di armonia e amore privo di guerre. “Disciplina Augusta”, quinto capitolo, affronta il difficile rapporto di Adriano con il potere e con la caducità del corpo. Vi trova spazio anche la Terza Guerra Giudaica, repressa con ferocia fino al mutamento del nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina e della Giudea in Siria Palestina: un passaggio segnato da un antiebraismo pagano, reso con impressionante rigore storico. Chiude il capitolo la decisione sui successori: prima Antonino, poi Marco Aurelio.

“Patientia” è il capitolo finale, dedicato alla decadenza fisica: la resistenza stoica alla tentazione del suicidio, l’accettazione della morte senza rassegnazione, la più alta meditazione filosofica sull’intera esistenza. Le parole della Yourcenar, attraverso Adriano, raggiungono un’intensità commovente e di austera bellezza.

Nell’edizione integrale, l’autrice aggiunge in appendice il “Carnet de notes”, un taccuino di appunti che rivela la genesi dell’opera e la sua architettura nascosta: riflessioni raccolte dal 1924 al 1951. Da esso emerge l’ossessione per la perfezione formale e la difficoltà di inventare una voce credibile per un uomo vissuto diciannove secoli prima. Per evitarne l’anacronismo, la scrittrice studia fonti storiche, epigrafi, iscrizioni, poesia latina e greca. Il risultato è una prosa moderna, ma nutrita di classicità, in perfetto equilibrio fra filologia e invenzione.

Memorie di Adriano non è dunque un romanzo storico in senso tradizionale. Alla Yourcenar interessa meno la cronaca degli eventi che la costruzione interiore di un uomo. Non racconta la vita di Adriano: lo fa parlare. Ed è attraverso questa lunga meditazione su potere, amore, bellezza e morte che l’opera si rivolge agli uomini di tutti i tempi.

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