Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

venerdì 22 agosto 2025

H. P. Lovecraft, “Il richiamo di Cthulhu” (1928)

 


H. P. Lovecraft, “Il richiamo di Cthulhu” (1928)

«Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn.

Nella sua dimora di R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando.»

«Non è morto ciò che in eterno può dormire, e in strani eoni persino la morte può morire.»

«…i prigionieri dissero che era sempre esistito e che sarebbe esistito per sempre, nascosto in deserti lontani e luoghi oscuri in tutto il mondo, fino al momento in cui il grande sacerdote Cthulhu sarebbe risorto dalla sua dimora buia nella grandiosa città sottomarina di R’lyeh, riportando la terra sotto il suo dominio. Un giorno, con il favore degli astri, avrebbe fatto sentire il suo richiamo e i suoi adoratori segreti sarebbero accorsi a liberarlo.»

«Gli pareva di essere nel bel mezzo di un turbine spettrale, tra i liquidi abissi dell’infinito, di imbarcarsi in vertiginose cavalcate sulla coda di una cometa tra universi vorticanti, e di tuffarsi in preda all’isteria dagli abissi alla luna e dalla luna di nuovo verso gli abissi, il tutto ravvivato dall’ilare coro di cachinni distorti e irriverenti degli dei antichi e dei beffardi demonietti verdi con ali di pipistrello che popolano il Tartaro.»

Come osserva Stella Sacchini in un’introduzione a questo breve romanzo, l’opera di Lovecraft può essere paragonata a una gigantesca “macchina per sognare”, capace di generare un universo inedito, costruito tassello dopo tassello con precisione quasi scientifica. Al centro vi sono due forze primarie — meraviglia e spavento — che l’autore combina per trasformare la realtà in un abisso di incubi. La sua prosa si distingue per descrizioni meticolose, un linguaggio intriso di riferimenti scientifici e mitologie universali, valide per ogni forma di vita pensante, non solo per l’uomo.

Cthulhu è senza dubbio l’invenzione più celebre di H. P. Lovecraft e oltrepassa il confine strettamente letterario. La creatura è penetrata nell’immaginario collettivo anche di chi non ha mai letto lo scrittore di Providence: televisione, cinema, videogiochi, fumetti, animazione, internet. L’immagine del mostruoso sacerdote alieno è divenuta icona della cultura di massa, usata — spesso anche a sproposito — come metafora di ciò che è smisurato e orribilmente mostruoso.

“Il richiamo di Cthulhu” è un racconto lungo, forse il capitolo centrale del ciclo omonimo. È un’opera di confine, in cui si intrecciano fantascienza, horror, gotico, fantasy e thriller, sintetizzata nella definizione di cosmic horror, sottogenere di cui Lovecraft è considerato l’iniziatore. Pubblicato per la prima volta nel 1928 sulla rivista Weird Tales, rappresenta uno degli esempi più compiuti della sua “filosofia”: l’universo radicalmente indifferente all’uomo e la fragilità della ragione di fronte a verità troppo vaste e terribili.

Più che un’opera narrativa in senso tradizionale, il racconto ha la struttura di un saggio di “fanta-preistoria”, formato da memorie, testimonianze e documenti. Al centro si trovano un bassorilievo d’argilla raffigurante i tratti di un mostro alieno, una statuetta e un manoscritto di un antropologo, che raccoglie fonti in forma frammentaria ma coerente. Di particolare rilievo è l’uso della voce narrante: Francis Wayland Thurston, giovane erudito di Boston, nipote del professor George Gammell Angell, docente di lingue semitiche alla Brown University.

Thurston non ha vissuto direttamente i fatti: il suo ruolo è quello di narratore di secondo livello, che descrive i manufatti e ricostruisce le ricerche dello zio, i rapporti della polizia e il diario del marinaio norvegese Gustaf Johansen. È un mediatore che organizza la documentazione disponibile, ma non in maniera neutrale: non offre un resoconto meccanico, bensì un’indagine appassionata, in cui la sua psiche viene progressivamente scossa e mutata. Pur mantenendo un’impostazione da studioso, la sua scrittura risente dell’orrore crescente che trapela dai materiali raccolti.

La narrazione, dal tono costantemente apocalittico, è condotta con abilità per creare un effetto di verosimiglianza, sempre in bilico sull’orlo dell’abisso cosmico. Il mostruoso non viene quasi mai mostrato in modo diretto: è suggerito, evocato, reso più inquietante proprio dalla sua assenza, e rafforzato dall’apparente realismo di eventi assurdi. L’incubo, nella penna di Lovecraft, diventa palpabile e al tempo stesso stupefacente.

Lo stile visionario dello scrittore può sembrare ridondante e retorico, carico di arcaismi e di termini scientifici antiquati, con un artificio gotico spinto all’eccesso. Ma questa scelta linguistica, lungi dall’essere un difetto, è funzionale alla creazione di un’atmosfera allucinata e malsana. La scrittura si rivela così un congegno geniale e di potente suggestione, arricchito da richiami al Necronomicon e da influenze teosofiche.

Ridurre Cthulhu a un semplice mostro aberrante è fuorviante. È un’entità cosmica arcaica: il più noto dei Grandi Antichi, divinità non riconducibili ad alcuna categoria umana, facenti parte di un vasto pantheon proveniente da dimensioni inconcepibili, da spazi e tempi insondabili. Lovecraft insiste sul loro carattere inaccessibile e radicalmente altro: precedono l’umanità e persino la Terra stessa, e la loro provenienza è esterna, da altri mondi.

Ispirandosi a fonti reali e inventate, Lovecraft costruisce una mitologia di grande spessore culturale, ben lontana da certe rozze speculazioni contemporanee. Ci racconta di città ciclopiche sprofondate, culti segreti millenari, geometrie non euclidee e architetture che sfidano la logica, lingue impossibili da pronunciare. È un universo insieme di potenza inaudita e di irrefrenabile degenerazione fisica, etica e sensoriale.

La sua prosa, pur estranea al rigore del ragionamento razionale, è minuziosa: utilizza sbalzi temporali che amplificano nel lettore il senso di disorientamento. I tentacoli dei cefalopodi non sono soltanto un espediente visivo, ma una metafora: avvinghiano il lettore, provengono da un’unica fonte creativa — la mente dell’autore — e mantengono sempre la capacità di attrarre, spaventare e soggiogare in un richiamo senza fine, dove fascino e terrore si confondono.

La poetica “cosmicista” di Lovecraft poggia sull’idea che l’uomo non sia al centro dell’universo e che il cosmo sia governato da forze indifferenti, vitali ma non necessariamente ostili. Non si tratta di un male “morale”, bensì di un caos ontologico: Cthulhu e gli Antichi non odiano, semplicemente esistono, ed è proprio questa loro esistenza a essere incompatibile con la nostra. Per questo non è possibile alcuna comunicazione o convivenza.

La conoscenza, il progresso e la ricerca della verità appaiono così pericolosi, portatori di follia e alienazione. Tuttavia, ridurre Lovecraft a scrittore reazionario e oscurantista sarebbe limitante. Il suo monito riguarda piuttosto l’uso sconsiderato e disumanizzante della scienza, che — come la Storia ha dimostrato — può condurre non alla libertà, ma a nuove forme di condanna, non all’emancipazione, ma alla liberazione di forze oscure e incontrollabili.

Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

James Joyce, “I morti” (1914)

James Joyce, “I morti” (1914) «La sua anima s’era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa folla dei morti. Era cosciente di quella ...