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giovedì 14 agosto 2025

Isaac B. Singer, “Un amico di Kafka”, racconto (1968-1970)


Isaac B. Singer, “Un amico di Kafka”, racconto (1968-1970)

«Jacques, ieri ho letto Il castello del tuo Kafka. Interessante, molto interessante, ma dove vuole andare a parare? È troppo lungo per essere un sogno. Le allegorie dovrebbero essere brevi».

Jacques Kohn ingoiò in fretta il boccone che stava masticando. «Siediti» disse. «Un maestro non è tenuto a rispettare le regole».

«Ci sono regole che anche un maestro deve seguire. Nessun romanzo dovrebbe essere più lungo di Guerra e pace, e persino quello è troppo lungo. Se la Bibbia fosse in diciotto volumi sarebbe stata dimenticata da un pezzo».

«Il Talmud è in trentasei volumi eppure gli ebrei non l’hanno dimenticato».

«Gli ebrei ricordano troppo. È la nostra disgrazia. Sono duemila anni che ci hanno cacciati dalla Terra Santa e adesso cerchiamo di tornarci. Folle, no? Se la nostra letteratura riflettesse questa follia, sarebbe fantastica, e invece è stranamente assennata. Be’, lasciamo stare».

Non è bene confondere i due fratelli Singer, ma è certamente un bene leggerli entrambi. Isaac Bashevis Singer, il fratello minore, è di solito ricordato come colui che vinse il Nobel. Forse anche il più celebre, non solo per il premio, ma probabilmente perché visse più a lungo. Entrambi furono straordinari cantori della Diaspora ebraica. Le differenze tra loro, tutt’altro che superficiali, meriterebbero un’analisi attenta e approfondita.

“Un amico di Kafka” è un racconto molto originale, che dà il titolo a una raccolta pubblicata nel 1970. Non è solo un omaggio a Kafka — che però non appare mai direttamente — ma piuttosto un gioco di evocazioni: Kafka assume l'aspetto di un fantasma letterario attraverso i ricordi di un personaggio pittoresco: Jacques Kohn, già attore teatrale e poi “sedicente” scrittore. Allo stesso modo, il mondo ebraico dell’Europa orientale vive soltanto nei racconti degli emigrati. La voce narrante non è esplicitata, ma è verosimilmente quella dello stesso Singer.

Nel corso della narrazione, si intrecciano identità diverse: quella dell’autore, quella di Kohn e quella di Kafka, in un gioco di specchi e di memoria, dove l’anima ebraica yiddish riemerge in un’ambientazione newyorkese. Il racconto si nutre di questa essenza singolare, al tempo stesso straniante e autentica: intrisa di atmosfera mitteleuropea, ma trapiantata nella metropoli americana.

Kafka diventa un pretesto e un simbolo, il tramite attraverso cui Singer rappresenta la continuità di una specifica corrente della cultura ebraica. Praga, Vienna, Varsavia, Berlino e Parigi — tradizionali centri di questa cultura — riaffiorano agli occhi del lettore trasfigurati in un compendio narrativo che li fa rivivere in altra forma, nella New York che fonde vecchie e nuove prospettive.

Il grande scrittore praghese, pur non appartenendo al mondo yiddish, ne fu in qualche modo un promotore, soprattutto nella versione teatrale. Singer lo investe del ruolo di mediatore simbolico in un momento di scambio fra due universi: l’ebraismo assimilato dell’Europa centrale e quello yiddish dell’Est, contribuendo — seppur in maniera indiretta e involontaria — a gettare un ponte verso la nuova realtà newyorkese.

L’eccezionalità di “Un amico di Kafka" sta dunque nell’uso di una figura non-yiddish, cosmopolita e già entrata pienamente nel canone occidentale, per dare il giusto risalto alle tensioni di un mondo ebraico in esilio. Kafka non è soltanto l’autore del Processo o del Castello: è l’emblema della possibilità di dialogo tra due identità ebraiche diverse, ma anche della distanza che le separa. In questo senso, Singer lo trasforma in un simbolo duplice: un testimone di ciò che è andato perduto e, appunto, un ponte verso ciò che, in forma mutata, può sopravvivere.

È quindi naturale che Singer mantenga il racconto in equilibrio tra realtà e finzione, tra verità e invenzione, con un tono ironico, grottesco e surreale. Kohn è una maschera caricaturale; Kafka, suo malgrado, diventa parte di una breve storia dal sapore teatrale, in cui la memoria compie un atto creativo per salvare ciò che resta di un mondo scomparso, cancellato soprattutto dalla Shoah.

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