Edgar Allan Poe, “Il gatto nero” (1843)
«Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in un caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l'anima. Il mio scopo immediato è quello di esporre al mondo pianamente e succintamente una serie di semplici eventi domestici, senza commentarli. Le loro conseguenze mi hanno terrorizzato, torturato, distrutto, ma non tenterò di spiegarli. Per me hanno significato nient'altro che orrore, ma per molti sembreranno meno terribili che barocchi. Si potrà, forse, trovare qualche intelletto che ridurrà il mio fantasma ad un luogo comune - qualche intelletto più calmo, più logico e molto meno eccitabile del mio che possa cogliere nelle circostanze che io evoco con timore, nient'altro che una normale successione di cause ed effetti naturalissimi.»
“Il gatto nero”, celeberrimo racconto di Edgar Allan Poe, è una parabola sul senso di colpa e un viaggio nell’abisso della coscienza: la storia di come un uomo mite, amante degli animali, possa precipitare — attraverso la banalità e il tedio della quotidianità, intrappolato dalla paranoia — in un incubo metafisico e visionario, in un crescendo infernale di follia omicida. È un racconto ironico e agghiacciante al tempo stesso, in cui il soprannaturale ha scarso peso; a dominare è invece il potenziale autodistruttivo sempre in agguato nell’animo umano.
L’atmosfera cupa e ossessiva non è l’unico elemento perturbante, e nemmeno il principale. Lo diventa soprattutto la scelta di Poe di affidare la narrazione allo stesso assassino: la confessione scritta assume via via i tratti del delirio, tanto più inquietante quanto più è presentato con apparente ordinarietà. Rivolgendosi direttamente al lettore — come a chiedere un’assoluzione — il protagonista tenta di fornire spiegazioni razionali, attribuendo le proprie azioni a cause esterne e figurandosi anch’egli vittima degli eventi.
Attraverso questa voce deformata, Poe mostra invece come l’orrore abbia radici interiori. Il narratore è prigioniero della propria coscienza, e l’espediente che conduce alla rivelazione finale non è altro che la metafora del lato oscuro che ognuno di noi porta con sé. Così il gatto nero, cieco da un occhio, si configura come allegoria del senso di colpa.
Nel suo reincarnarsi, il gatto diventa anche nemesi: strumento insieme di giustizia divina e maledizione satanica, evocato dallo stesso protagonista dal fondo del proprio inconscio. Precipitato in un delirio di superstizione, incapace di dominare i suoi impulsi più oscuri, egli trasforma l’ordinario in orrore assoluto, restando sospeso tra il desiderio di castigo e la brama di assoluzione.
“Il gatto nero” è un capolavoro di ritmo parossistico, di tensione narrativa e di simbolismo inquietante: un racconto che ancora oggi turba e fa riflettere sul fragile confine tra normalità e follia, tra amore e crudeltà, tra umano e bestiale. La narrazione non mira solo a suscitare orrore e senso del macabro, ma anche a mettere a nudo l’anima corrotta e insieme colma di inestinguibile sofferenza del protagonista. La brevità del testo è necessaria: non ci sono alternative a una sentenza rapida e inesorabile di condanna all’autodistruzione.

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