In memoria di Alex Langer
«Sì, mi sono sentito “avanguardia” e ho agito sentendomi tale. In vari modi ho pensato (e forse più sfumatamente penso ancora) di dover prendere su di me le sofferenze del mondo, di “salvare”, di “illuminare”. Sto cercando di superare questa coscienza infelice, sperando di stare meglio io, di produrre meno guasti e di favorire più autonomia negli altri. Non nego che spesso ho avuto una sensazione piacevole e gratificante nel provare acuta consapevolezza e lucidità dove altri mi sembravano ciechi e sordi. Ma più ho agito da “avanguardia”, meno sono arrivate in profondità le ripercussioni di quello che facevo e faccio. Oggi, all’azione di avanguardia preferisco semmai la testimonianza individuale, l’obiezione di coscienza quando credo di dover fare qualcosa che mi preme e che altri non vedono, sperando – piuttosto – che questo provochi effetti autonomi in altre persone.»
Alexander Langer, Che fine fa la rivoluzione, in “Giornale d’informazione Istituto Aurora”, settembre 1985
«Se si dovesse chiudere in una formula ciò che Alex Langer ci ha insegnato, essa non potrebbe che essere: piantare la carità nella politica. Proprio “piantare”, non inserire, trasferire, insediare. E cioè farle metter radici, farla crescere, difenderne la forza, la possibilità di ridare alla politica il valore della responsabilità di uno e di tutti verso la “cosa pubblica”, il “bene comune”, verso una solidarietà tra gli umani e tra loro e le altre creature…»
Goffredo Fofi, “Ciò che era giusto: Eredità e memoria di Alexander Langer” (2025)
«Voleva gettare ponti tra sudtirolesi di madrelingua tedesca e di madrelingua italiana, allo stesso modo voleva gettare ponti tra l’Europa e l’Italia, e in generale tra le posizioni più diverse e distanti. Questa era la sua essenza. In tutte le situazioni delle quali si occupava e sulle quali interveniva il principio guida era il seguente: se vogliamo rendere il mondo migliore, dobbiamo essere in grado di gettare ponti tra le nazioni, le persone e i gruppi che sono nemici o anche solo diffidenti l’uno verso l’altro.»
Daniel Cohn-Bendit su Alex Langer
Nella ricorrenza del trentennale della sua morte, bisognerebbe saper raccontare adeguatamente il carattere, l’esperienza politica e il contributo umano e teorico di una personalità di alto spessore etico come Alex Langer, uno degli esempi migliori e coerenti di militanza politica della seconda metà del secolo scorso, con un epilogo purtroppo assai amaro. Non credo che questo compito possa spettare a me, ma ritengo modestamente di poterne parlare per quel tanto che posso sapere, per aver vissuto quegli anni in “diretta” e per una sensibilità molto simile e vicina alla sua.
La citazione riportata all’inizio ben sintetizza il pensiero di Langer. A prescindere, e proprio in virtù, della sua militanza in varie formazioni politiche, di quella nel Sessantotto, o come parlamentare europeo e in particolar modo nell'impegno a favore del movimento ambientalista e di quello interetnico. Quel che ha lasciato come eredità politica, ma soprattutto umana, a quelli che ne hanno colto la grande portata è relativo proprio alla dimensione individuale, a prescindere dalle idee che si possono avere. Ed è proprio per questo che è un messaggio intrinsecamente etico più che politico.
Essere avanguardia, provare l'ebbrezza e l’estatica vertigine che può offrire questo tipo di ruolo di gestione del potere e cercare di superare questa posizione di privilegio è il primo passo per una maggiore consapevolezza e verso una personale liberazione. Io nella mia misera dimensione so bene ciò che si prova.
Nel dispiegarsi del suo percorso di crescita individuale, Langer si accorse di una evidente dissonanza: più si compenetrava nel ruolo di “avanguardia”, in senso politico e sociale, più subentrava un corto circuito umano, meno riuscivano a incidere le cose che faceva, più rischiava di precipitare nella dipendenza e nell'alienazione.
Comprese fin dall’inizio che di umiltà aveva bisogno, del radicarsi nel quotidiano delle persone semplici, non di un piacere narcisistico che poteva prendere il sopravvento e che trasformava le cause solo in strumenti del proprio ego. Aveva individuato quella che chiamava “coscienza infelice", una scissione tra sé e il mondo. Sentirsi più lucido degli altri, infatti, produce invece un effetto del tutto contrario: come essere in uno stato di perenne esaltazione. La lucidità è al contrario obnubilata, come costantemente sotto l'influsso di due droghe, che si chiamano potere e fanatismo, che non appartengono solo alle “avanguardie” politiche, ma anche a quelle intellettuali, che si percepiscono critici radicali del potere politico e del totalitarismo e non riescono a vedere il totalitarismo dentro loro stessi.
Fu anche a causa di questa consapevolezza che decise di togliersi la vita? Forse perché sentì di non essere riuscito a perfezionarla adeguatamente, a percepire cioè ancora troppe di quelle contraddizioni che lo avrebbero portato alla sconfitta? A prescindere dall'intreccio con questioni più strettamente personali e dal contesto politico-internazionale dell’epoca con al centro il feroce conflitto dei Balcani, per il quale, lui, pacifista e nonviolento integrale fu costretto ad ammettere la necessità di una forza di interposizione ONU, che non avesse solo vaghi poteri di polizia, quel gesto disperato anticipò la fine delle illusioni, che Langer vide dunque come ineluttabile.
Il suo antiautoritarismo era radicale: per esempio pensava che una conversione ecologica fosse possibile solo se socialmente desiderabile e senza dover essere imposta direttamente o indirettamente in alcun modo. Era comunque per lui necessario «riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)». Rallentare, abbassare, attenuare. La rivalutazione della lentezza, di ritmi più umani, del microcosmo individuale, della comunità.
Fu uomo simbolo non solo sulle battaglie ecologiste e di integrazione interetnica, ma anche sui diritti civili, delle minoranze e a favore del disarmo. Per questo fu fautore di un federalismo dal basso e contro ogni nazionalismo. E per questo egli preferì la testimonianza individuale e l’obiezione di coscienza: pratiche che non impongono un modello, ma suscitano desiderio di libertà negli altri. Non si trattava più di “salvare” o “illuminare” il mondo, ma di agire coerentemente con i propri principi, confidando che questa coerenza avrebbe generato effetti autonomi e spontanei nelle coscienze altrui.
Non ero d’accordo con lui su diverse questioni, sarebbe esercizio sterile e, al contempo, troppo complesso andarle a definire. Ciò che importa è ben altro: è il tentativo di purificare, nel vero senso della parola, l’agire politico dalle scorie del narcisismo, del leaderismo, del fanatismo, dell’arroganza e della supponenza, per tentare innanzitutto di cambiare se stessi, per poi condividere il cambiamento con gli altri, spezzando il pane alla stessa tavola, con fraternità, per un'ecologia del comportamento.
Sapeva cosa fossero le persecuzioni, provenendo il padre da una famiglia di origini ebraiche. Crebbe in un ambiente culturalmente assai aperto. Si avvicinò autonomamente al cristianesimo, vivendo la fede in maniera del tutto libera, aderendo pienamente allo spirito ecumenico del Concilio Vaticano II. Il Cristianesimo fu fondamentale parte integrante del suo umanesimo.
Alla sua formazione politico-culturale, soprattutto sul fronte dell'obiezione di coscienza, contribuirono la conoscenza con don Lorenzo Milani e padre Ernesto Balducci, e la profonda amicizia con Ivan Ilich.
Scelse la non violenza, rifiutò l'idea di possedere una verità per gli altri. Rinunciò all’imposizione pedagogica tipica dell’intellettuale militante, e la sostituì con una pratica testimoniale che favoriva l’autonomia. Praticò, quindi, un lavoro intenso su di sé. Guardava ai suoi errori cercando di mutare se stesso, non solo la prospettiva con cui guardava il mondo, ma proprio cosa di sé non andasse. Una dura e spietata autoanalisi. Una bella lezione per quelli che si sono assunti il ruolo di moralizzatori. Una bella lezione anche per me stesso.
La vera, autentica azione politica non dovrebbe essere mai finalizzata alla presa del potere, ma alla rinuncia o, almeno, al ridimensionamento del potere personale, per lasciare spazio alla libertà altrui.
Questa riflessione è estremamente attuale in un’epoca in cui molti attivismi sono invischiati in derive autoreferenziali, autoritarie o moralistiche. Langer ricordava che l’obiettivo non era essere più giusti, più puri o più illuminati, ma aiutare gli altri a liberarsi da soli, favorendo percorsi di autonomia collettiva. La rigidità, il rancore e il disprezzo non cambiano in meglio il mondo, per quanto possano essere nobili le intenzioni, ma ottengono esattamente l'effetto contrario. Nascondono spesso frustrazione e disumanizzazione.
Essere individui pensanti è un mestiere difficile che presuppone un elevato senso dell'etica, non dettato dall'ideologia. Vuol dire sapersi avvicinare all'altro, adattandosi ai suoi bisogni e al contesto diverso, evitando di sentirsi superiori. Un lavoro durissimo di sincera introspezione, oltre che di analisi della realtà esterna: «Solo chi è in grado di leggere e interpretare i “segni dei tempi” è anche capace di comprendere se stesso, i suoi simili, il mondo in cui viviamo, e di intervenire su di essi in modo efficace e al passo con i tempi».
Il suo livello di critica delle organizzazioni, dei gruppi e del “noi” collettivo era tale da fargli profeticamente affermare: «Io sento, e ciascuno di noi probabilmente sente, che non ce la farei a vivere in una di quelle utopie che a volte noi stessi propaghiamo». Come dargli torto? Io stesso ho sentito molte volte questa frattura, questa dissonanza che percepisco nel momento in cui provo a guardare un po' avanti con un briciolo di onestà intellettuale, cercando di liberarmi dalle incrostazioni ideologiche e dalle verità assolute.
Ciò non lo portò al disimpegno, anzi, ma a essere più leggero e più profondo, allevando, elevando e costruendo la capacità di indignarsi fondandola su fatti concreti e non su logiche predeterminate. La libera cultura, priva di dogmi, che aiuta e stimola al dialogo, ha un ruolo fondamentale nella costruzione di un impegno sociale autentico.
Il suo impegno, atto a superare i conflitti orizzontali, le differenze e le diffidenze, lo portarono negli anni sessanta e settanta a dare un impulso alla valorizzazione di esperienze interetniche, come nel suo SudTirolo, contrastando l'odio reciproco e le “gabbie etniche”, diede vita partendo dal basso a un gruppo misto formato da amici di lingua tedesca, italiana e ladina: fondamentale fu l'organizzazione dell'obiezione di coscienza al censimento del 1991.
Un laboratorio politico e sociale, senza contrapposizione né primato etnico, che ancora oggi riesce a dare i suoi frutti, laddove, in svariati contesti, viene applicato senza ambizioni di potere e di affermazione narcisistica. In quelle situazioni di “confine”, in cui si scontrano e si incontrano etnie e soggettività diverse, l'unica soluzione è lo scambio, la convivenza, il confronto, il rispetto reciproco. Si beccò, come era purtroppo intuibile, l'epiteto di traditore, sorte che spetta a molti costruttori di “ponti”. Oggi, poi, che sono così di tendenza i nazionalismi, chissà quanti insulti e accuse si sarebbe preso.
La sua idea di Europa unita era sicuramente non conforme a quella che si andava sviluppando. Langer credeva in un'Europa della massima integrazione plurietnica, nella quale nessuna etnia doveva sentirsi esclusa e doveva avere corsie preferenziali. L'integrazione si costruisce sul dialogo, tramite la compresenza e la convivenza, atte a superare i dissidi. Non deve esserci rinuncia all’appartenenza, ma inclusività. In questa direzione andava anche il suo “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica” del 1994.
In questo senso va interpretata la sua posizione per esempio sul conflitto nei Balcani.
Tutto questo ovviamente al netto delle ingenuità, soprattutto in materia ambientale. Tuttavia, sono proprio queste ingenuità che, nel suo caso, ne rimandano un'immagine di figura cristallina, non inquinata da interessi particolari. Sono ingenuità volte sempre alla ricerca della pura essenza della natura umana, volte alla salvaguardia non solo della natura in senso generico, ma dell'umano in senso più completo e autentico, che nulla hanno a che fare con la strumentalizzazione delle tematiche ambientali dell’odierna Quarta Rivoluzione Industriale.
Il 3 luglio del 1995, pochissimi giorni prima dell'inizio del massacro di Srebrenica, Alexander Langer pose fine inaspettatamente alla sua esistenza, e anche quello fu un gesto altamente simbolico, accompagnato da parole molto amare, la sua estrema diserzione, la frattura definitiva: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. «Venite a me, voi che siete stanchi e oberati.» Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.»
L’appello disperato a continuare ciò che era giusto non riesce però a rendere meno cocente la sconfitta, la fine di un’epoca, la fine di un’illusione di almeno due generazioni, compresa la mia: quelle che nella seconda metà del XX secolo avevano fortemente e fieramente creduto nel cambiamento. Tuttavia, come dice Goffredo Fofi: «… occorre reagire alla tentazione che ha sopraffatto Alex, occorre reagire alla sua disperazione, anche sapendo che la battaglia è perduta, e dunque seguire l’esempio della sua vita e non quello della sua morte, continuare a lottare.» Sì, occorrerebbe reagire, scriveva Fofi, ma anche lui quest'anno se n'è andato e quello che ci circonda da alcuni decenni è altamente sconfortante. Personalmente non scorgo segnali che possano indurre a un minimo di ottimismo.
Ciò non vuol dire, certo, accettare il gesto di Langer come una soluzione, ma non si può negare che si è come sopraffatti dalla realtà. Anche le letture che pretenderebbero di essere “contro” sono per lo più contenitori vuoti, perché non c’è nessuna alternativa che viene delineata in maniera chiara, netta, senza ricalcare i modelli del passato, e quindi senza evitare nuova sconfitta, e probabilmente nuova sopraffazione. La sconfitta non è stata interiorizzata, se non da chi lo ha fatto individualmente e che vede il suo essere al mondo, la sua personale lotta, come limitata alla resistenza dell'individuo per non essere continuamente omologato. Una dignità individuale che non deve dimostrare niente a nessuno, se non alla propria coscienza.

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