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martedì 5 agosto 2025

“Un uomo obsoleto” (1961)


“Un uomo obsoleto” (1961)

episodio 29, seconda stagione, serie classica di “Ai confini della realtà”

sceneggiatura di Rod Serling

regia di Elliot Silverstein

Uno dei vertici assoluti di “Ai confini della realtà”, serie classica, porta la firma di Rod Serling. Con tocco anticonvenzionale, l’autore orchestra suggestioni che spaziano da Orwell a Kafka, passando per “Noi” di Zamjatin, fino a Bradbury e Matheson, dando vita a un piccolo grande capolavoro distopico. Mi riferisco a “Un uomo obsoleto” (The Obsolete Man), episodio numero 29, che chiude con straordinaria maestria la seconda stagione.

I temi sono quelli fondanti della letteratura distopica: il totalitarismo, lo Stato oppressivo, la macchina burocratica, la distruzione dei libri, la soppressione del dissenso, i tribunali in stile inquisitorio, la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano. Tutto questo, e molto altro, condensato in meno di venticinque minuti. È proprio questa capacità di sintesi a rendere Serling impressionante: l’esperienza accumulata negli anni gli permette di muoversi con naturalezza nel format televisivo, trasformandolo in pura arte.

Il nucleo dell’episodio — l’obsolescenza dell’essere umano all’interno dello Stato, non soltanto in quello totalitario — risulta oggi persino più attuale di allora. La sceneggiatura si tiene salda a questa idea, che fa da collante alle sue molteplici suggestioni. Lo Stato non solo è destinato a sostituire l’umano, ma anche ad appropriarsi del divino. Dio è stato abolito; al suo posto rimane una sagoma vuota, un’ombra disumanizzata. Non esiste più Dio, ma nemmeno più l’Uomo: gli individui si trasformano in automi carichi d’odio, privati di ogni empatia, in balìa del crudele abisso del vuoto.

Parafrasando Günther Anders, l’uomo diventa antiquato. Serling sceglie di incarnare questa condizione in un mestiere che, in uno Stato ormai pienamente totalitario, rappresenta l’essenza stessa dell’inutilità: il bibliotecario. Una professione non solo antiquata, ma, proprio per questo, del tutto irrilevante in un regime che ammette una sola verità assoluta. Eppure il vero colpo di genio dell’autore sta altrove: nel mettere in scena un crudele ribaltamento, scaturito da un atto di ribellione tanto estremo quanto singolare, che finisce per svelare anche il destino miserabile dei collaborazionisti.

“The Obsolete Man” parla oggi forse più di quanto non facesse allora, perché Serling tocca un nervo scoperto che attraversa tanto i regimi autoritari quanto gli apparati statali “moderni” e formalmente democratici. L’idea centrale va oltre la mera questione economica o di utilità sociale: l’obsolescenza dell’uomo è il frutto di un progetto culturale e ideologico. 

Uno Stato che aspira a essere onnipotente e onnipervasivo deve ridurre l’essere umano a un ingranaggio controllabile, eliminando ciò che lo rende irriducibile — fede, coscienza, creatività, memoria.

La sostituzione di Dio con lo Stato è un passaggio decisivo. Non si tratta soltanto di abolire il divino, ma di impadronirsene, sostituendo il trascendente con una religione secolare del potere. 


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