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lunedì 8 settembre 2025

Clifford D. Simak, "Anni senza fine" (City, 1952)


Clifford D. Simak, "Anni senza fine" (City, 1952)

«È meglio perdere un mondo, che ricominciare a uccidere.»

«Un cane possiede una personalità. Se ne può rendere conto vedendo ogni cane che incontra. È una cosa che si avverte, che esiste. Non ci sono due cani perfettamente uguali, come carattere e come comportamento. E tutti i cani sono intelligenti, in misura maggiore o minore. E si tratta delle due sole cose necessarie... una personalità consapevole e una certa misura d'intelligenza. 

I cani non hanno mai avuto una possibilità equa di progredire, ecco tutto. Avevano due gravi svantaggi. Non parlavano e non potevano camminare eretti, e, non potendo camminare eretti, non hanno avuto la possibilità di sviluppare mani. Se non ci fossero questi due elementi, la parola e le mani, noi potremmo essere cani e i cani potrebbero essere uomini.»

«Molti uomini erano morti per ottenere l'approvazione dei loro simili, altri uomini si erano sacrificati per lo stesso motivo, altri ancora avevano vissuto una vita che odiavano e detestavano, sempre in nome di quella necessità che nessuno, mai, aveva messo in dubbio. Perché senza l'approvazione dei suoi simili un uomo era solo, un reietto, una paria, un animale che era stato scacciato dal gregge. 

Questa realtà umana aveva condotto a cose terribili, naturalmente... alla psicologia della massa, agli isterismi collettivi, alla persecuzione razziale, al genocidio e allo sterminio di massa nel nome del patriottismo o della religione. Ma, d'altro canto, essa era stata l'elemento di coesione che aveva tenuto unita la razza, era stata la cosa, l'unica cosa che aveva reso possibile la società umana fin dall'inizio della sua lunga storia.»

«I cani sapevano. I cani avevano saputo già molto tempo prima di ricevere una lingua per parlare, e delle lenti di contatto per leggere. Non avevano percorso la lunga strada fino al punto in cui l'uomo l'aveva percorsa... non erano cinici e scettici. 

Credevano nelle cose che vedevano e che udivano. Non avevano inventato la superstizione come una forma di protezione, come uno scudo per proteggersi dalle cose invisibili.»

«…gli altri mondi erano quasi uguali alla Terra, perché si trattava soltanto di estensioni della Terra. Perché gli altri mondi erano soltanto mondi che seguivano la pista della Terra. Non proprio uguali alla Terra, forse, ma quasi. Solo qualche piccola differenza qua e là. Magari non c'era un albero, dove sulla Terra c'era un albero. Magari c'era una quercia dove sulla Terra c'era un albero di noce. Magari una sorgente di acqua limpida e fresca sgorgava cristallina e musicale dove sulla Terra non c'era nessuna sorgente.»

«Gli uomini se ne erano andati e i Cani se ne erano andati, e, a parte lui, anche tutti i robot se ne erano andati. Ora anche le Formiche se ne erano andate, e la Terra era rimasta sola, sola con un antico, massiccio robot, e con dei minuscoli, indifferenti topolini di campo. Forse esistevano ancora dei pesci, pensò Jenkins, e altre creature del mare, e chissà quali erano queste creature del mare, e che cosa facevano. Forse stavano raggiungendo l'intelligenza. Ma l'intelligenza veniva nella maniera più difficile, la si conquistava a duro prezzo, e non durava a lungo. Tra un giorno, pensò, forse un'altra intelligenza sarebbe uscita dal mare, anche se nelle profondità del suo essere egli sapeva che questo era sommamente improbabile.»

«I giorni avevano continuato a scorrere, uno dopo l'altro, uno uguale all'altro, fondendosi, i giorni, gli anni, i secoli, ed era stato impossibile distinguere gli uni dagli altri. Il tempo aveva continuato a scorrere come un grande, possente fiume, senza cascate e senza rapide improvvise, sempre uguale e inarrestabile.»

Mi si perdonerà il numero di citazioni: Anni senza fine (City, 1952) di Clifford D. Simak ne è una miniera inesauribile, e non è stato facile selezionare soltanto alcuni passaggi. La vera ricchezza di questo romanzo non sta tanto nella trama, quanto nelle sue intuizioni filosofiche, nella sua seducente poetica, che lo rendono uno dei testi più originali della fantascienza del Novecento. Per l’epoca, era pura sperimentazione, un esempio di audace avanguardia.

Si tratta di un’opera anomala, fuori dagli schemi, strutturata come una serie di racconti interconnessi che si spingono sempre più avanti nel futuro, componendo un grande mosaico sull’evoluzione della civiltà e sul destino dell’umanità. È una fantascienza contemplativa e speculativa, con un ritmo lento ma visionario, in netto contrasto con la narrativa bellica o distopica dei suoi contemporanei. A dimostrazione che la narrativa di anticipazione può seguire le strade più disparate. Può intraprendere percorsi di speculazione i più arditi e immaginabili. E a Simak non faceva certo difetto l’immaginazione.

Il punto di partenza è un’umanità in piena decadenza, che sceglie di abbandonare le città e l’esistenza dominata dalla tecnologia per ritirarsi in una dimensione bucolica e meditativa. Non è la scienza a dare senso alla vita, e il progresso perde il suo ruolo centrale. Da questo ritiro nasce una metamorfosi: l’uomo lascia spazio a nuove forme di intelligenza — robot, mutanti, animali evoluti, intelligenze artificiali — che spesso mostrano più equilibrio e compassione dei loro creatori.

Le storie che compongono il libro sono intrecciate indissolubilmente come narrazioni leggendarie, tramandate in un lontanissimo futuro da cani parlanti (che sono il risultato di esperimenti di ingegneria genetica). Questa cornice enfatizza la dimensione mitopoietica: l’uomo è diventato una leggenda, e la verità si dissolve nel racconto, in cui diventa incerta ogni verosimiglianza. 

Il libro è composto da otto racconti e un epilogo, preceduti e commentati dal “Consiglio dei Cani”, che discute con tono accademico se ciò che leggono sia storia o leggenda. Non è un espediente bizzarro, ma una scelta simbolica precisa: i cani rappresentano l’alternativa morale all’uomo, esseri cooperativi, empatici, non inclini alla guerra né alla sopraffazione. In loro Simak intravede ciò che l’umanità avrebbe potuto essere, se non si fosse votata al dominio.

Accanto a questa memoria “canina” si sviluppa un’altra linea narrativa: quella del robot Jenkins, custode immortale della Casa dei Webster, testimone silenzioso delle epoche e dei mutamenti. La sua voce, insieme alla filosofia empatica juwainiana che influenza gli uomini del futuro, costruisce un controcanto che relativizza l’antropocentrismo e apre a prospettive post-umane e antispeciste.

Simak offre una riflessione sulla (in)sensatezza del progresso, sulla memoria e sulla narrazione. Non crede in una visione positivistica e arrogante del progresso, lo fa senza però mai cedere al nichilismo e al pessimismo. “Anni senza fine” è una delle rare opere che immaginano la fine dell’uomo non come catastrofe, ma come metamorfosi pacifica, quasi religiosa, un adattamento anche se niente affatto cercato. 

Tutti gli animali si sono cognitivamente evoluti. Anche le formiche. Anzi, le Formiche. Questo è un mondo senza più quella strana creatura: il Webster, cioè l’uomo.

Il linguaggio è semplice ma denso, intriso di malinconia e di una dolcezza quasi pastorale. Simak ricorda a tratti Bradbury, Ballard o Le Guin, ma con un timbro personale, più pacato e ironico. 

Anni senza fine è dunque un’epopea lirica e visionaria, complessa e toccante, che unisce mito e filosofia, utopia e malinconia. 

Non è una lettura per chi cerca azione o conflitti drammatici, ma per chi vuole riflettere su tempo, identità e senso del progresso. Un libro commovente che viene dal passato, ma che parla di un remoto e visionario futuro con sorprendente attualità. 

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