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mercoledì 10 settembre 2025

Erich Fromm, “Anatomia della distruttività umana” (1973)


Erich Fromm, “Anatomia della distruttività umana” (1973)

«L'uso equivoco della parola «aggressione» ha creato grande confusione nell'abbondante letteratura esistente sull'argomento. Il termine è stato applicato indiscriminatamente al comportamento dell'uomo che difende la propria vita in caso di attacco, del bandito che ammazza la sua vittima per procurarsi denaro, del sadico che tortura un prigioniero. Ma la confusione va ancora oltre: il termine è stato usato per definire l'approccio sessuale del maschio alla femmina, per l'impulso a progredire che ritroviamo in un alpinista o in un venditore, e applicato persino al contadino che ara la terra. Questa confusione è forse imputabile all'influenza del pensiero comportamentistico in psicologia e psichiatria. Se si applica l'etichetta di aggressione a tutti gli atti «nocivi» - quelli cioè che hanno l'effetto di danneggiare o distruggere una cosa inanimata, una pianta, un animale, un uomo - allora naturalmente la qualità dell'impulso che sta alla base dell'atto nocivo è interamente irrilevante. Se atti che hanno lo scopo di distruggere, di proteggere, di costruire, vengono denotati con la stessa identica parola, non c'è proprio alcuna speranza di capirne la «causa», che non è affatto comune, poiché si tratta di fenomeni completamente diversi. Così, allorché si tenta di individuare le cause dell'«aggressione», ci si viene a trovare in una situazione teorica disperata»

«La parola «aggressione» funziona egregiamente da ponte per collegare l'aggressione biologicamente adattiva (che non è maligna) con la distruttività umana, che è veramente il male.»

«In questo libro ho usato il termine «aggressione» per l'aggressione difensiva, reattiva, che ho classificato come «aggressione benigna», mentre ho chiamato «distruttività» e «crudeltà» la propensione specificamente umana a distruggere e a ricercare il controllo assoluto («aggressione maligna»).»

Tra tutti i saggi di Fromm che ho letto, questo è di gran lunga quello che preferisco, o meglio, quello che ha lasciato la traccia più profonda nella mia coscienza, contribuendo in maniera determinante alla mia formazione culturale. È forse uno dei saggi meno noti, ma anche uno dei più complessi e ricchi di spunti del pensatore tedesco.

Nella prefazione del 1973, Erich Fromm avverte che il suo è un tentativo di pensiero epistemologico sulla distruttività umana, che va oltre il suo campo di maggiore formazione: quello psicologico. È quindi una assai riuscita analisi filosofica che si avvale della contaminazione tra la psicologia e altre discipline: in particolare neurofisiologia, psicologia animale, paleontologia e antropologia. 

Fromm apre il libro smontando il determinismo dell’ideologia neo-istintivista di Konrad Lorenz, secondo cui l’aggressività umana deriverebbe da quella animale e sarebbe dunque ineluttabile. Tuttavia, la sua critica si estende anche al polo opposto, il comportamentismo, nato come reazione al primo. Entrambe le teorie, osserva, sono “mono-esplicatrici”, basate su preconcetti dogmatici.

Questa era la situazione nel 1973, e Fromm si proponeva di trovare una terza alternativa, introducendo una distinzione ulteriore accanto a quella tra aggressione benigno-difensiva e distruttività: la distinzione tra “istinto” e “carattere”, inteso come “seconda natura” dell’uomo, “il sostituto dei suoi istinti scarsamente sviluppati”.

«In breve, gli istinti sono le risposte alle esigenze fisiologiche dell'uomo, le passioni condizionate dal carattere sono le risposte alle sue esigenze esistenziali e sono specificamente umane. Mentre queste esigenze esistenziali sono le stesse per tutti gli uomini, gli uomini si distinguono fra di loro proprio rispetto alle passioni che li dominano»

Queste passioni, però, non sono illimitatamente plasmabili: nascono dall’interazione tra presupposti biologici e condizione esistenziale, e i condizionamenti ambientali non possono renderle infinitamente malleabili. La definizione di natura umana è dunque intimamente connessa a quella di esistenza umana non solo in termini fisiologici, anatomici e neurologici, ma anche psichici.

Fromm, formatosi in ambito psicoanalitico ma profondamente eterodosso rispetto al pensiero freudiano, si confronta con le teorie allora dominanti: a Freud riconosce l’intuizione della pulsione di morte, ma ne critica l’impostazione: l’uomo non è fatalmente dominato da un istinto di distruzione. A Konrad Lorenz, invece, muove un’osservazione simile: l’aggressività non è un semplice retaggio zoologico scaricabile periodicamente come una pressione idraulica.

La sua prospettiva è dialettica: l’aggressività distruttiva non è né biologicamente inevitabile né puramente accidentale, ma nasce dall’intreccio di condizioni sociali, psichiche ed economiche. È, in altre parole, il prodotto di un’umanità alienata, che non trova sbocchi costruttivi alla propria energia vitale. Le forme di aggressività maligna radicate nel carattere sono essenzialmente tre: il sadismo, la passione per il potere illimitato; la necrofilia, la passione per la distruzione e per tutto ciò che è morto; il narcisismo maligno.

Per necrofilia, Fromm intende l’attrazione morbosa per la morte, la decomposizione, la meccanizzazione: il necrofilo esalta ciò che è morto e sterile e disprezza ciò che è vitale e spontaneo. Il sadismo è la volontà di dominare e sottomettere, di annullare l’autonomia dell’altro; non è mera sessualità deviata, ma desiderio di potere assoluto. Il narcisismo maligno è la chiusura solipsistica, l’incapacità di riconoscere l’altro come essere umano dotato di valore, una forma pervasiva di cecità morale.

In questi tratti Fromm vede le radici psicologiche del totalitarismo, della violenza di massa, delle guerre moderne, ma anche delle nevrosi individuali, dell'alienazione, della perdita d'identità e il conseguente svilimento delle relazioni affettive tra umani. Ed è in conseguenza di ciò che Fromm nel suo saggio analizza in particolare i profili di tre personalità distruttive del passato: Stalin, Himmler e Hitler. 

Il metodo usato è quello psicoanalitico, ma non strettamente legato a quello freudiano, svincolando quasi del tutto le passioni dall'istinto, legandole a una base sociobiologica e storica. Non si tratta di semplici ritratti storici, ma di veri e propri “studi di carattere” che mirano a dimostrare come la distruttività umana possa incarnarsi in personalità diverse eppure convergenti nella logica del dominio e della morte.

L’interesse per Hitler non è biografico in senso stretto, ma paradigmatico: mostra come un carattere patologico possa incontrare condizioni storiche, sociali ed economiche tali da trasformarsi in fenomeno politico di massa. Fromm lo interpreta come il caso limite di un uomo incapace di amare la vita, che trasforma la politica in un rituale di annientamento. In Hitler il narcisismo appare come compensazione di un vuoto interiore e di una fragilità psichica estrema. L’identificazione col “popolo tedesco” e con la “razza ariana” è un ampliamento del suo Io: non ama se stesso come individuo, ma si proietta in un Sé collettivo grandioso. 

Stalin, invece, rappresenta l’altro versante della stessa patologia: un carattere fondamentalmente sadico, assetato di potere e controllo, freddo e calcolatore, più vicino a una logica razionale della dominazione che alla smania autodistruttiva. Fromm ne mostra la coerenza interna: il suo obiettivo non era tanto annientare, quanto piegare e sottomettere intere masse, instaurando un dominio assoluto.

Stalin, secondo Fromm, è dominato da un narcisismo più solido, meno isterico rispetto a quello di Hitler, ma ugualmente patologico. Il culto della personalità che costruisce attorno a sé è l’espressione più evidente: Stalin come “padre dei popoli”, onnisciente, infallibile. 

Himmler appare come figura intermedia, ma non meno inquietante: l’architetto “burocratico” del genocidio, esempio perfetto di come la necrofilia possa assumere la forma dell’efficienza amministrativa. Himmler incarna la trasformazione della crudeltà in procedura, della violenza in routine meccanica, con una spersonalizzazione che diventa simbolo della modernità disumanizzata.

Il suo compiacimento nasce non da un carisma personale, ma dal sentirsi funzionario perfetto del Reich: il custode disciplinato di un compito “storico”.

Fromm, così, non si limita a “psicologizzare” tre criminali politici, ma mette in luce tre modalità complementari di distruttività: la necrofilia assoluta (Hitler), il sadismo del potere totalitario (Stalin) e la necrofilia burocratica (Himmler). Tutti e tre, nella loro diversità, dimostrano che la distruttività non è riducibile a un unico modello, ma può assumere vari volti e trovare sempre nuove forme di espressione.

Ma Anatomia della distruttività umana non è un libro solo “nero”. In perfetta coerenza con il suo pensiero umanistico, Fromm afferma che accanto alla necrofilia esiste la biophilia, l’amore per la vita, la tendenza a preservare, creare, generare. È questa pulsione positiva che va coltivata e liberata dalle catene dell’alienazione sociale e dell’addomesticamento ideologico. La speranza di Fromm è pedagogica e politica insieme: se l’uomo viene educato alla vita, se si costruiscono società che valorizzano l’amore e la solidarietà, la distruttività può essere contenuta e trasformata.

Oggi, a cinquant’anni dalla pubblicazione, l’opera mantiene una sorprendente attualità. Le riflessioni sulla necrofilia acquistano un valore inedito di fronte a un mondo che spesso celebra la tecnologia più della vita, che investe più in armi che in cura, che produce devastazione ambientale come scoria inevitabile del progresso. Le pagine dedicate al narcisismo maligno sembrano anticipare la cultura digitale dell’iper-esposizione e del culto dell’ego. Fromm ci invita a guardare dentro le strutture psichiche e sociali che alimentano la violenza: non un destino inscritto nella natura umana, ma una possibilità storica da combattere con la responsabilità, la cultura e la scelta morale.

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