I capolavori di Eduardo
“Uomo e galantuomo” (1922 - 1926)
«Io tengo na buatta, quelle scatole di latta che servono per la conserva. Me le dà un salumiere a Napoli, tanto buono, sta sopra a Magnocavallo. Facciamo la fornacella, e portiamo tutto con noi: piatti, bicchieri... Avevamo messo una caldaia d'acqua per fare i bucatini. Acqua abbondante, se no vengono limacciosi... L'acqua bolliva... A un certo punto ho dovuto correre. Adesso è troppo lungo a raccontarvi la storia, a voi poi che ve ne importa... Arriva un momento nella vita che l'uomo deve correre. Legge comune, arriva per tutti quanti. Stamattina è stato il turno mio.»
«…e poi, abbiate compassione di questo povero perseguitato dalla sorte! Figuratevi che l'alfabeto, d'accordo con i quattro punti cardinali, mi ha rubato il progetto di una mia invenzione... Il parafulmine ad aria compressa... Sarebbe stata la mia ricchezza! Voi non mi volete accordare la mano di vostra moglie? È giusto, lei deve fare il suo dovere di padre onesto... Ma io mi rivolgo alla sorella di Carnevale (si rivolge a Matilde) per ricevere l'onore di porgerle i saluti di Muzio Scevola, direttore generale della Rinascente, nonché segretario e amministratore di Giuseppe Garibaldi, discendente diretto del Duomo di Milano! (Fa qualche passo di danza, accompagnandosi con un motivo canterellato sotto voce) La llà llà ra là…»
“Uomo e galantuomo” (nelle prime versioni il titolo era: “Ho fatto il guaio?... Riparerò!”) è un lavoro di incerta datazione. Sembra che Eduardo lo facesse risalire addirittura al 1922, ma la commedia andò in scena per la prima volta nel 1926, prima a Napoli e poi a Roma. Quattro anni in pausa, tra l’altro, sembrerebbero davvero troppi. Senza considerare le modifiche che subirà nei decenni successivi. Un continuo work in progress.
La presa in giro dell'atto unico drammatico “Mala Nova” di Libero Bovio, contenuto all'interno di “Uomo e galantuomo” (ipotesi riportata dai curatori della “Cantata dei giorni pari”) farebbe presupporre che la datazione della commedia sia successiva al 2 dicembre 1925, giorno dei funerali di Eduardo Scarpetta, quando Bovio, suo rivale letterario, tenne un'orazione assai ambigua che fece indignare i familiari del morto. Per questo, quella contenuta nell'opera di Eduardo De Filippo si configurerebbe come una sorta di vendetta, che causò l'uscita irritata dal teatro dello stesso Bovio durante una rappresentazione.
È proprio da antologia buona parte del primo atto, nella quale si svolgono le prove dell'opera di Bovio, pagine che restano impresse indelebili nella memoria, con le schermaglie tra il capocomico Gennaro, Attilio il suggeritore, e l'attrice Viola, piene di equivoci, battute, ambiguità sul linguaggio e soprattutto classici “tormentoni”. Una parte che dire esilarante e geniale è dire poco, della quale fa le spese proprio il testo di Bovio fatto oggetto di implacabile ironia.
Così come è irresistibile la gag del secondo atto con Gennaro con i piedi ustionati dall’acqua bollente e poi comicamente ed esageratamente fasciati. Qui si presenta, in una delle sue prime versioni, l'ambiguità, il dualismo proprio del teatro di Eduardo: comicità e dramma, non solo esistenziali, ma anche fisici: lo spettatore ride molto, ma non può fare a meno di identificarsi con lo sventurato personaggio e nel dolore che prova.
Tuttavia, il tema centrale è quello della pazzia simulata, escamotage pirandelliano che viene usato per diversi personaggi che sembrano quasi passarsi un virtuale testimone ripetendo questa simulazione più volte come un altro tormentone.
La commedia fu scritta per la compagnia di Vincenzo Scarpetta, e si intitolava, appunto: “Ho fatto il guaio?... Riparerò!” e l’andamento era decisamente scarpettiano. Inizialmente, nelle prime versioni, l’aspetto farsesco era preponderante, con doppi sensi, lazzi e battute da avanspettacolo. Il capocomico non era Gennaro, ma il solito Felice Sciosciammocca, personaggio ricorrente nel teatro degli Scarpetta. Il ruolo principale fu scritto proprio per Vincenzo che era il direttore e il primo attore della compagnia, Eduardo tenne per sé la parte di Alberto, il secondo protagonista della commedia.
Tra il passaggio dalla Compagnia di Vincenzo Scarpetta a quella del Teatro Umoristico dei fratelli De Filippo, formata da giovani attori aperti alle innovazioni, intervengono gradatamente modifiche, tagli ed evoluzione del testo in una forma più moderna e agile, anche attraverso le improvvisazioni sceniche. Eduardo abbandona molti degli stereotipi classici della farsa, per approdare a un testo che si adatta meglio ai tempi. La modifica più eclatante è quella sul finale, che da un happy end passa a un epilogo più aperto, utilizzando in chiave allegorica uno dei tormentoni. L'evoluzione continuerà anche dopo l'esperienza della compagnia dei tre fratelli. Negli anni cinquanta con un copione ancora leggermente modificato, raggiungerà un notevole successo.
La scena centrale di tutta l'opera resterà, come detto più sopra, quella della prova, strutturata sul tema del teatro nel teatro, dello spettacolo nello spettacolo, che anticiperà il tema dell'atto unico di pochi anni dopo: “Sik-Sik, l'artefice magico”. La scena della prova, con protagonisti i guitti di una scalcagnata compagnia, raggiunge risultati parodistici comico-tragico davvero straordinari, di pura genialità. Un contrasto tra finzione e realtà, tra dramma e comicità, che lascerà il segno come un altro dei temi cardine della poetica eduardiana: il teatro che irrompe nella vita quotidiana, e questa nel teatro.
Leggendo la storia di quest'opera con le sue continue trasformazioni, con il testo del copione di volta in volta aggiornato, plasmato come materia fatta per essere adattata a epoche e ad attori diversi, si può comprendere benissimo cosa voleva dire teatro per Eduardo De Filippo. In ordine di tempo, è probabilmente il secondo testo teatrale ideato dall'autore, dopo l'atto unico “Farmacia di turno”. Una commedia che lo ha accompagnato lungo tutta la carriera, e anche la pregevole versione televisiva del 1975 non può essere definita come definitiva, tanto il testo è strutturato per restare aperto anche oggi ai contributi di attori e registi.

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