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lunedì 15 settembre 2025

Philip K. Dick, “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” (1974)


Philip K. Dick, “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” (1974)

«Spegnetevi, vane luci, più non brillate!

Non v’è notte nera a sufficienza per chi,

in preda alla disperazione, piange la persa fortuna.

La luce altro non fa che svelare la vergogna.»

«— Non smetta di sperare — disse nel buio il poliziotto stretto al suo fianco.

— E perché dovrei avere delle speranze? — chiese Jason.

— I campi di lavori forzati non sono poi così male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l’artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla. — Aggiunse: — E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.

Jason disse, sardonico: — La mia chiesa preferita è il mondo libero, all’aperto.»

«— La rete. Non conosci la rete telefonica?

— No — rispose lui. Anche se non era vero.

— Le tue inclinazioni sessuali, o quelle di chiunque, vengono collegate elettronicamente e amplificate fino ai limiti di sopportazione. È una cosa che dà assuefazione, per via dell’amplificazione elettronica. Certa gente finisce in un’immersione così profonda da non riuscire più a riemergerne. Le loro vite cominciano a dipendere dal collegamento settimanale, o magari addirittura quotidiano, con la rete telefonica. Si usano normali videotelefoni, attivati con la carta di credito, per cui sul momento non si paga. I gestori mandano una bolletta mensile e, se non arriva il denaro, si viene esclusi dalla rete.

— Quante persone si collegano?

— Migliaia.

— Migliaia per volta?

Alys annuì. — Molti di loro lo fanno da due o tre anni. E hanno subito un deterioramento fisico e mentale. Perché la parte di cervello che prova l’orgasmo finisce gradualmente col bruciarsi. Ma non farti dei pregiudizi su queste persone. In rete si trovano alcune delle menti più brillanti e sensibili del pianeta. Per loro si tratta di una sacra comunione. A parte il fatto che puoi individuare subito un retaiolo, se lo vedi. Sono tutti disfatti, invecchiati, grassi, irrequieti… Irrequieti solo tra un collegamento in rete e l’altro, ovviamente.»

Uno degli episodi più significativi della produzione dickiana è “Scorrete lacrime, disse il poliziotto”, forse anche uno dei più poetici e stilisticamente curati, ricco di richiami letterari. Nonostante siamo già negli anni Settanta, nel pieno del periodo più cupo e visionario dello scrittore americano, questo romanzo rivela una lucidità e una capacità anticipatoria non comuni. È un chiaro esempio di quanto labile possa essere il confine tra narrativa mainstream e romanzo di genere.

Jason Taverner è una celebrità televisiva seguita da trenta milioni di spettatori. Un giorno, dopo un attentato dalle caratteristiche inquietanti, si risveglia trasformato in un signor “nessuno”: non solo privo di fama, ma soprattutto – ciò che è più grave – senza identità. La prima impressione è quella di trovarsi in una distopia, ma ridurre il romanzo a un’etichetta di genere sarebbe fuorviante. Certo, gli elementi distopici ci sono e sono ingegnosi; il cyberpunk è dietro l’angolo, e nei meccanismi narrativi dickiani se ne avvertono chiaramente i prodromi.

L’aspetto più interessante è forse proprio quello che sconfinerebbe nel mainstream: una scrittura che si avvicina al romanzo postmoderno, capace di aprirsi a una riflessione esistenziale e filosofico-metafisica. Dick resta inconfondibile, ma questo romanzo – come pochi altri degli anni Settanta – è pervaso da una tensione narrativa più meditativa, anche nelle pagine più allucinate. Uno dei temi centrali è il nesso continuo tra paranoia, droghe e controllo sociale. Vige un asfissiante, ma improvvisato, stato di polizia che richiama l’atmosfera di Blade Runner. Il senso di perdita di identità è palpabile, e non solo per il protagonista.

L’attualità del romanzo emerge soprattutto nelle sue intuizioni: controllo, tracciabilità, realtà virtuale, digitalizzazione, identità artificiali, reti di comunicazione, allucinogeni, automazione. Tutti temi già concepibili negli anni Settanta e oggi diventati parte integrante del nostro quotidiano. Ma ciò che colpisce è il modo in cui Dick sceglie di elaborare le relazioni umane, mostrando come, sotto la pressione della trasformazione antropologica, esse degenerino fino ad assumere la stessa involuzione – o evoluzione – delle macchine. È, in fondo, la questione del creatore che non si distingue più dal replicante.

L’apparato burocratico e quello poliziesco non fanno che facilitare questa deriva: si riproducono come entità eterne, evolvendosi e perfezionandosi, ma restando al tempo stesso imperfetti, corrotti, funzionali solo a perpetuare se stessi. Dick intuisce che tale intreccio finisce per minacciare anche i sentimenti, inquinandoli irrimediabilmente. I personaggi non sanno più cosa significhi amare: tentano disperatamente di ricordarlo, ma senza riuscirvi del tutto.

La perdita di identità diventa così una conseguenza inevitabile. La ricerca affannosa di Taverner nel tentativo di recuperarla assume i tratti del grottesco: un mondo che non lo riconosce più potrebbe espellerlo, ma l’ingranaggio sociale ha comunque bisogno di catalogare e sorvegliare anche un signor nessuno. Il gioco delle realtà parallele, che si intersecano quasi per caso, è il tocco di genio che eleva ulteriormente la qualità del romanzo.

La tematica è profondamente kafkiana, sospesa tra la Metamorfosi e il Processo: Dick la modella e la rielabora come già in “Tempo fuor di sesto” – romanzo che ispirò il celebre “The Truman Show”. L’individuo si ritrova solo di fronte alla macchina burocratica e tecnologica, privato della propria identità, schiacciato da dispositivi tanto impersonali quanto onnipresenti. In definitiva, il protagonista non lotta per la libertà, ma per il bisogno primario di essere riconosciuto come reale da un potenziale e astratto “pubblico”.

Il romanzo diventa così una critica alla società dello spettacolo come realtà parallela: esisti solo se hai spettatori – follower, diremmo oggi – che certificano la tua identità, o se un’autorità statuale ne ratifica l’esistenza. La tua essenza può evaporare in qualsiasi momento, insieme alla realtà che la contiene.

Sparire è peggio che morire: significa cancellare ogni traccia del tuo passaggio, diventare un fantasma senza riconoscimento, relegato in un non-luogo. Solo l’essenza ultima dell’umano può forse riscattarti, riaffiorando come identità negata e offrendo la possibilità di una redenzione, sempre sul filo del rischio di perderla di nuovo. In questo senso è geniale non solo la caratterizzazione di Jason Taverner, ma soprattutto quella del poliziotto Buckman, con lo scorrere delle sue lacrime: contraddittorio, complesso, perverso, eppure segnato da una tensione disperata verso l’amore – unica forza capace di dare senso all’esistenza.

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