Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

giovedì 18 settembre 2025

Fatema Mernissi, “La terrazza proibita - Vita nell’harem” (1994)


Fatema Mernissi, “La terrazza proibita - Vita nell’harem” (1994)

«Pensate, una donna ostaggio in un harem che impara le lingue straniere! Parlare una lingua straniera è sempre un po’ come aprire una finestra in un muro cieco. Imparare una lingua straniera all’interno di un harem equivale a sviluppare delle ali che permettono di volare in un’altra cultura, anche se la frontiera resta, e il guardiano pure.»

«La terrazza era territorio delle donne, e gli uomini non vi erano ufficialmente ammessi. Questo soprattutto perché, proprio tramite le terrazze, le case comunicavano l’una con l’altra: bastava arrampicarsi e saltare, tutto qui. E come avrebbero potuto gli harem essere luoghi sicuri, se agli uomini fosse stato permesso di vagare da una terrazza all’altra? I contatti fra i sessi sarebbero avvenuti fin troppo facilmente.»

«La bellezza sta nella pelle! Prenditene cura, pensa ad ungerla, pulirla, levigarla, profumarla. Mettiti i vestiti migliori, anche se non c’è un’occasione speciale, e ti sentirai una regina. Se la società è dura con te, reagisci coccolando la tua pelle. La pelle è politica (Al-jild siyàsa). Altrimenti, perché gli imàm ci ordinerebbero di nasconderla?».

«Gli uomini non capiscono le donne,» disse «e le donne non capiscono gli uomini, e tutto comincia quando i bambini vengono separati dalle bambine al hammàm. Allora, una frontiera cosmica spacca il pianeta in due metà. E la frontiera indica la linea del potere, perché dovunque esista una frontiera, ci sono due categorie di esseri che si muovono sulla terra di Allàh: i potenti da una parte e i senza potere dall’altra».

Chiesi a Mìna su quale metà del pianeta mi trovassi io. La sua risposta fu rapida, breve e chiara: «Se non puoi uscirne, allora sei dalla parte di quelli che non hanno potere».

Che l’Islam venga approfondito con sguardo critico da un musulmano, pur nella convinzione della propria appartenenza, è un fatto di grande importanza; che poi a farlo sia una donna musulmana e femminista, rende il valore della testimonianza ancora più prezioso. Questo è senz’altro il caso della marocchina Fatema Mernissi (1940-2015), storica e docente di sociologia, tra le prime intellettuali arabe capaci di coniugare rigore accademico e impegno femminista.

Pioniera del femminismo islamico e arabo, la sua riflessione non si fonda sulla rottura con religione e tradizione, ma sulla loro reinterpretazione. Un fenomeno poco conosciuto in Occidente, ma che merita attenzione e considerazione. Con questo libro la Mernissi offrì un contributo decisivo alla conoscenza della storia delle donne nel mondo arabo.

Sosteneva che la subordinazione femminile non fosse un principio originario dell’Islam, bensì il risultato di letture patriarcali e di condizionamenti storici. Attraverso un’analisi filologica e storica dei testi sacri, dimostrò che molte norme discriminatorie sono costruzioni culturali più che prescrizioni divine. I suoi studi misero così in discussione la legittimità religiosa del potere maschile, soprattutto nelle istituzioni politiche e giuridiche dei paesi musulmani.

Da un lato attaccava l’oppressione patriarcale islamica, dall’altro criticava la visione colonialista e orientalista, spesso sessualizzata, delle donne arabe nei media e nella cultura occidentale. Propose una visione autonoma, originale e plurale della soggettività femminile musulmana. In altri scritti affrontò anche il deficit democratico del mondo arabo, mostrando come l’esclusione delle donne dal potere costituisse uno dei principali ostacoli alla modernizzazione.

L’harem, tradizionalmente percepito come luogo di oppressione, diventa nella sua analisi anche spazio di contraddizioni: terreno di conflitto tra patriarcato e matriarcato, ma anche sede di inaspettati equilibri dialettici. Non un’entità monolitica, dunque, ma una realtà molteplice, impossibile da ridurre a un unico modello.

Fatema Mernissi è oggi riconosciuta come simbolo del femminismo musulmano e ponte culturale tra mondo arabo e Occidente. La sua opera continua a ispirare attiviste, studiose e scrittrici impegnate a coniugare fede, emancipazione e modernità, evitando tanto la cieca occidentalizzazione quanto il tradizionalismo reazionario. Le sue pagine offrono uno spaccato sociale di grande spessore culturale e smentiscono diffusi stereotipi sulle donne musulmane e sull’Islam.

Ne “La terrazza proibita” il cuore del discorso ruota attorno al conflitto tra due concezioni dell’harem: quella legata alla tradizione, che perpetua il modello di sottomissione femminile, e quella legata alla modernizzazione, che stimola il processo di emancipazione. Ma queste due dimensioni, lungi dall’essere semplicemente opposte, si intersecano e si completano nella loro complessità, soprattutto grazie all’agire femminile, che anche con piccoli gesti non convenzionali pone le basi di trasformazioni radicali.

Questa dialettica non può essere spiegata solo con categorie occidentali. Pur condividendo con esse l’obiettivo dell’emancipazione e della liberazione sessuale, Mernissi insiste su un percorso autonomo, radicato nella cultura islamica. Anche in un mondo dominato da regole patriarcali, la scrittrice mostra come queste venissero messe in discussione dal protagonismo delle donne, in particolare dalla madre e dalla nonna materna.

Ciononostante, esiste anche un “harem dentro”, ovverosia un harem interiore, che è anche peggiore di quello coercitivo, fatto di mura e di cancelli. È l'harem della proibizione che si porta nella testa: un harem invisibile, quello della qà’ida, della norma, che nella maggior parte dei casi va contro le donne. «Il mondo, disse Jasmìna, non era concepito per essere giusto con le donne; le regole erano fatte in maniera tale da danneggiarle sempre, in un modo o nell’altro.»

Accanto al conflitto interno all’harem, ne emerge un altro: quello tra l’harem e il modello familiare fondato sulla coppia, che in quegli anni iniziava ad affermarsi. Un cambiamento legato al desiderio di felicità, al bisogno di privacy e alla battaglia per i diritti individuali.

Con “La terrazza proibita” Mernissi smonta luoghi comuni e pregiudizi, restituendo l’immagine di un mondo islamico complesso, variegato e dinamico, tutt’altro che monolitico, capace di confrontarsi con la modernità senza rinunciare alle proprie tradizioni.

Il libro si configura anche come una singolare autobiografia d’infanzia: il ricordo del legame col cugino Samìr, il Marocco degli anni Quaranta tra occupazione francese e fine della schiavitù, la città di Fez e la sua medina, le leggende dei jinn e Marrakech. È un mosaico di memorie e giochi, dalle giare delle olive vuote ai rituali di bellezza che spesso costituivano strumenti di emancipazione femminile.

«Se gli uomini, ora, incominciano a derubarmi delle sole cose che ancora controllo, i miei cosmetici, finirà che saranno loro ad aver potere sulla mia bellezza. Io non permetterò mai una cosa del genere. Io sola creo la mia magia, e non intendo abbandonare il mio henné.»

Tema centrale è anche quello dei confini. Confini da superare, ma non da cancellare: da rispettare quando garantiscono reciprocità, da contestare quando diventano strumenti di oppressione. Un rapporto controverso, analogo a quello con la modernità, segnata dal nazionalismo e dal bilinguismo arabo-francese. La stessa Mernissi riconosce che la ricerca dei confini divenne l’occupazione, quasi l’ossessione, della sua vita: le donne dell’harem li sognavano come soglie da attraversare, ma ne reclamavano anche la protezione contro la violenza maschile.

Il mondo osservato attraverso lo sguardo infantile della scrittrice acquista tratti affascinanti e inattesi, rivelando una società marocchina complessa e stratificata. I rari interventi diretti della storica lasciano spazio alla fantasia e alla curiosità della bambina, tra le due terrazze: quella “bassa”, animata da feste e spettacoli, e quella “proibita”, avvolta da misteri e pericoli. Non mancano ironia e autoironia, persino nei confronti del femminismo stesso.

“La terrazza proibita" è dunque un libro autobiografico di grande grazia narrativa, scritto con semplicità incantevole. Fatema, quasi novella Sherazade – più volte evocata nel testo – ci conduce in un viaggio suggestivo, fatto di memorie familiari e di figure ritratte con realismo e al tempo stesso immerse in un alone di mistero. I racconti delle donne diventano una forma di resistenza al dominio maschile e l’apertura a una diversa possibilità di esistenza.


Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

James Joyce, “I morti” (1914)

James Joyce, “I morti” (1914) «La sua anima s’era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa folla dei morti. Era cosciente di quella ...