George R.R. Martin, “Game of Thrones - Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”
La saga di “Game of Thrones” rappresenta uno dei fenomeni culturali più rilevanti degli ultimi decenni, non solo nell’ambito della narrativa di genere, ma anche come punto d’incontro tra letteratura epica e grande produzione televisiva. Tuttavia, è impossibile non sottolineare le profonde differenze tra la serie TV prodotta da HBO (2011–2019) e la saga letteraria incompiuta di George R.R. Martin, “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, iniziata nel 1996 con “A Game of Thrones” e tuttora priva di conclusione. Il confronto non riguarda solo il piano narrativo, ma si estende a questioni strutturali, estetiche, ideologiche e persino filosofiche.
L’impatto dell’opera non può essere analizzato restando ancorati a una semplice esegesi del prodotto fantasy. La sua impressionante capacità allegorica la colloca fuori dagli schemi narrativi tradizionali, rendendola unica nel panorama letterario e audiovisivo contemporaneo. La costruzione di un universo credibile sul piano storico, sociale, culturale e politico risulta estremamente tangibile, al punto da sembrare un luogo reale e non fantastico, come accade soltanto in rari altri universi della letteratura e dell’immaginario cinematografico e televisivo.
Il fantasy diventa qui un pretesto per raccontare storie e tragedie personali, destini collettivi, dinamiche di potere, conflitti etnici e melodrammi a sfondo erotico. Tutto si innesta in un ampio registro narrativo, in cui il bene e il male non si affrontano frontalmente ma si contaminano a vicenda. La purezza dell’eroe viene costantemente decostruita, facendo emergere ferocia, dissolutezza, perversioni e contraddizioni insanabili.
Ed è proprio in questa contraddittorietà che si rivelano qualità insospettate anche nei personaggi apparentemente dominati dal male. L’unico vero disumano è rappresentato dagli Estranei, privi di sfumature emotive e completamente fagocitati dal gelo dell’odio, residui di un’umanità annientata.
Così, nonostante i crudeli conflitti che animano l’umanità di Westeros, il vero scontro è con il nemico “esterno”: ciò in cui l’uomo rischia di trasformarsi, l’ombra del male che lo divora dall’interno. È lo stesso tema del Nulla che avanza in “La Storia Infinita”: una forza che annienta lo spirito umano.
Il Nulla, in questo caso, è il Potere, come già nel “Signore degli Anelli". Nei romanzi di Martin, la riflessione sul potere ha tratti quasi hobbesiani. Il Trono di Spade non è soltanto un oggetto ambito, come l’Anello tolkieniano, ma un catalizzatore di caos. Tuttavia, mentre in Tolkien il caos trova soluzione nel ristabilirsi dell’ordine etico e naturale, nell’universo martiniano esso trionfa o, quantomeno, allarga inesorabilmente la propria opera di dissoluzione.
Non è un caso, forse, che l’opera resti incompiuta. Gli ideali cavallereschi (da Ned Stark a Brienne) si rivelano costantemente impotenti, illusori, anacronistici. L’autorità morale non basta a garantire la sopravvivenza. Il mondo è grigio, spietato, e gli elementi fantastici (draghi, magia, profezie) non hanno mai una funzione rassicurante: sono marginali, perturbanti, mai consolatori.
La differenza principale tra “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” e le altre grandi saghe fantasy è che Martin ha creato un’opera fortemente radicata nella realtà. Gli espedienti fantastici restano contorno: ciò che emerge è uno specchio inquietante del nostro mondo. La rappresentazione dell’universo medievale e rinascimentale è storicamente credibile, con rimandi a Shakespeare, Machiavelli e alla Guerra delle Due Rose, sviluppati con rigore quasi filologico, seppur in un contesto immaginario. Un mondo dotato di una propria storiografia interna, al pari delle opere di Tolkien.
La serie televisiva, pur mantenendo in gran parte questa impostazione, introduce progressivamente un ritorno al destino, alla profezia e al colpo di scena. Il disincanto politico cede il passo al bisogno di risoluzione narrativa, che trova il suo apice nella tanto discussa ottava stagione: spettacolare sul piano visivo, ma deludente, confusa e spesso contraddittoria. La rapidità con cui vengono chiusi gli archi narrativi e la scelta di “ricompensare” o “punire” certi personaggi tradiscono l’ethos originario dell’opera. Nel mondo di Martin non esiste il lieto fine; quello della HBO, pur tra ambiguità, lo cerca a ogni costo.
A questa deriva corrisponde anche un’involuzione dei personaggi: figure di straordinaria complessità perdono spessore nella versione televisiva, mentre altre secondarie vengono inspiegabilmente enfatizzate, per esigenze di trama soprattutto nella parte conclusiva.
Eppure, nonostante queste criticità, il “Game of Thrones” televisivo rimane un prodotto superiore alla media, grazie alle prime stagioni, all’originalità visiva e soprattutto alle indimenticabili interpretazioni del cast.

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