«Ora è sparita anche la Rosa rossa, / non si sa dov’è sepolta. / Siccome ai poveri ha detto la verità / i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà»
«Qui giace sepolta / Rosa Luxemburg / ebrea di Polonia / in prima linea sul fronte dei lavoratori tedeschi / assassinata per mandato / di oppressori tedeschi. Oppressi / seppellite la vostra discordia!»
Bertolt Brecht
«Eppure ci dev’essere qualcuno che mi crede quando dico che compio solo casualmente delle circonvoluzioni nel gorgo della storia mondiale, mentre in realtà sono nata per far la guardiana d’oche.»
«Senza elezioni generali, senza libertà illimitata di stampa e di riunione, senza libera lotta di opinioni, la vita muore in ogni istituzione pubblica, diventa vita apparente, ove la burocrazia rimane l’unico elemento attivo. La vita pubblica cade lentamente in letargo; qualche dozzina di capi di partito di energia instancabile e di illimitato idealismo dirigono e governano; tra loro guida in realtà una dozzina di menti superiori; e una élite della classe operaia viene convocata di quando in quando a delle riunioni per applaudire i discorsi dei capi e per votare all’unanimità le risoluzioni che le vengono proposte – è dunque un governo di cricca…»
«La libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà. La libertà è sempre soltanto la libertà di chi pensa diversamente. Non per fanatismo per la “giustizia”, ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo d’essere, e perde la sua efficacia quando la “libertà” diventa privilegio.»
Rosa Luxemburg
«…la morte di Rosa Luxemburg divenne lo spartiacque tra due epoche della Germania; divenne altresì il punto di non ritorno per la Sinistra tedesca. Tutti coloro che erano passati tra i comunisti in reazione a un’amara delusione nei confronti del Partito socialista furono ancora più delusi dal rapido declino morale e dalla disintegrazione politica del Partito comunista, e tuttavia sentivano che tornare nelle file dei socialisti avrebbe significato condonare l’assassinio di Rosa. Simili reazioni personali, raramente consentite pubblicamente, sono tra le piccole tessere del mosaico che compongono il grande enigma della storia. Nel caso di Rosa Luxemburg essi sono parte della leggenda che ha presto circondato il suo nome.»
Hannah Arendt
«Gli eventi non le hanno forse dato ragione? La storia dell’Unione Sovietica non è forse una lunga dimostrazione degli spaventosi pericoli delle “rivoluzioni distorte”? Il “collasso morale” che lei ha previsto – senza, naturalmente, immaginare la sfacciata criminalità del successore di Lenin – non è stato forse più dannoso alla causa della rivoluzione, secondo il suo intendimento, di quanto avrebbe potuto fare “ogni sconfitta politica […] in una lotta franca contro forze superiori in una situazione storica sfavorevole”? Non era forse vero che Lenin si era “completamente sbagliato” in merito ai mezzi che impiegava, che l’unica via di salvezza era la “scuola della vita pubblica stessa, le più illimitate, le più ampie democrazia e opinione pubblica”, e che il terrore “demoralizzava” tutti e distruggeva ogni cosa?
Rosa Luxemburg non è vissuta abbastanza a lungo per vedere quanto avesse ragione e per osservare il terribile, e terribilmente rapido, decadimento morale dei partiti comunisti, prodotti diretti della Rivoluzione russa, in tutto il mondo.»
Hannah Arendt
Questo commovente breve scritto di Hannah Arendt è, prima di tutto, un atto d’amore. Un atto d’amore verso una donna che, suo malgrado, è entrata nel mito, eppure in maniera del tutto meritata. Rosa Luxemburg: un’esistenza divenuta paradosso, ma anche simbolo di libertà. Un mito che la sinistra, sostiene Arendt, non ha mai davvero meritato. Proprio per questo, ella ha voluto leggere nella pur breve vita di Rosa elementi di profonda ammirazione e affinità. La Luxemburg è stata un esempio raro di coerenza e passione politica. Il suo senso della giustizia, vissuto come esperienza coraggiosa di vita in senso assoluto, non poteva non lasciare un segno.
Accanto a ciò, Rosa elaborò una critica serrata e articolata all’esistente, senza molti precedenti: avversò ogni forma di nazionalismo, di sciovinismo e di guerra. La sua opposizione al primo conflitto mondiale e il suo antimilitarismo furono radicali, ma sorretti da estremo realismo, lontani da qualsiasi ottuso estremismo. Anzi, proprio in questo campo la Luxemburg comprese con lucidità la tragedia che si stava compiendo: gli autentici estremisti erano coloro che stavano precipitando l’umanità nell’abisso dello scontro armato.
Arendt osserva la vita e l’opera di Rosa Luxemburg soprattutto attraverso le “lenti” offerte da Peter John Nettl, autore di quella che ella stessa considera la più rilevante biografia sulla rivoluzionaria. In quel lavoro viene ricostruito l’intero percorso umano e culturale di Rosa: il “gruppo di pari” ebraico-polacco, la tormentata storia d’amore con Leo Jogiches («una delle grandi e tragiche storie d’amore del socialismo»), l’appartenenza al mondo ebraico assimilato che animò il movimento rivoluzionario socialista, le insanabili divergenze con Lenin – nonostante il rispetto che egli nutrì per lei –, la creazione dello Spartakusbund. Arendt non manca, tuttavia, di rivolgere osservazioni critiche sia al biografo che alla stessa Luxemburg.
Ciò nonostante, la filosofa apprezza il lavoro di Nettl perché non marxista, non agiografico né denigratorio: un’opera che si distingue per la sua indiscussa obiettività storica. Non è un caso che Margarethe Von Trotta, condizionata o meno da questo testo di Arendt, abbia diretto due importanti film biografici: “Rosa L.” (1986) e “Hannah Arendt” (2012), entrambi interpretati da Barbara Sukowa. Un ulteriore filo simbolico che rinnova il legame ideale tra le due donne.
Rosa Luxemburg fu, senza dubbio, una libertaria capace di rappresentare un intero movimento ideale, e che ancora oggi conserva un’attualità sorprendente. Il suo pensiero, però, è stato spesso filtrato da interpretazioni deformanti: talora favorevoli ma riduttive, talora ostili e calunniose. Così è stata strumentalizzata e fraintesa, lasciata sola con i suoi compagni spartachisti e criminalizzata in modo vergognoso.
La sua critica al bolscevismo, al militarismo della socialdemocrazia e all’ultracentralismo burocratico di entrambi i modelli è sempre stata puntuale e dettata da rigoroso scrupolo analitico. Aveva colto perfettamente «il dissidio profondo che esiste tra la cosiddetta “democrazia consiliare” e il sistema dei partiti» (Rosalia Peluso, postfazione). Il suo assassinio, proprio per questo, assume un significato allegorico: la separazione tra le due anime della sinistra – quella autoritaria e quella libertaria – una frattura che non si ricomporrà più e che attraversa trasversalmente tutto lo spettro politico.
È la rappresentazione di una sconfitta storica: l’anima libertaria della sinistra è rimasta minoritaria, e con essa ha perso forza l’intera idea di rinnovamento, di libertà non subordinata all’economicismo, di difesa dei più deboli e dei reietti. Una sconfitta che coincide con il fallimento del concetto stesso di rivoluzione. Rosa sosteneva infatti che la rivoluzione non “si fa”, ma “vi si partecipa”, e che l’elemento determinante per non farla fallire è la spontaneità delle masse. I suoi detrattori scambiarono questa visione per spontaneismo, ma lei intendeva contestare la convinzione che una rivoluzione potesse nascere solo dall’iniziativa di un ristretto gruppo dirigente.
«La rivoluzione segue gli eventi, non li crea, ribadisce Arendt, sia a proposito della rivolta dello Spartakus che vide per l’ultima volta in azione Luxemburg, sia a proposito di ogni altra rivoluzione storica.» (cit. Rosalia Peluso, dalla postfazione)
La Luxemburg credeva nell’autorganizzazione dei movimenti sociali, contrapposta alla rigidità, alla disciplina e alle gerarchie di partito. Ma la sua elaborazione andava oltre: includeva un’analisi accurata delle cause economiche e materiali della condizione delle classi subalterne. In questo senso è esemplare il suo libro “L’accumulazione del Capitale", opera eretica che si colloca al di fuori non solo dell’ortodossia marxista, ma dello stesso marxismo. Un testo che ha profondamente influenzato la Arendt, soprattutto per le tesi sull’imperialismo, alla base del suo “Le origini del totalitarismo”.
«Il problema è che ciò che rappresentava un errore per l’astratta teoria marxiana fosse una descrizione estremamente fedele delle cose nella loro realtà. Anche l’attenta “descrizione dei tormenti dei neri in Sudafrica” era chiaramente “non marxista”: chi direbbe tuttavia al giorno d’oggi che essa non rientri in un libro sull’imperialismo?» (Hannah Arendt)
Di grande interesse è anche la lunga postfazione al volume firmata da Rosalia Peluso, che analizza in maniera dettagliata il rapporto tra Arendt e la figura di Rosa Luxemburg, evitando toni apologetici e cercando di fornire al lettore strumenti critici. Peluso evidenzia come la filosofa simpatizzasse per Rosa perché vi si riconosceva: «una donna che ha sempre torto», bersaglio di accuse sessiste e antisemite, esattamente come lei.
Attacchi che provenivano non solo dagli ambienti reazionari, ma anche da quelli a lei politicamente vicini. Arendt si impegna a smontare le leggende diffamatorie costruite ad arte contro Rosa, così come gli stereotipi retorici che la dipingevano ora come rivoluzionaria romantica e poco scientifica, ora come profetessa. Al contrario, volle restituirne l’immagine di rigorosa scienziata della politica.
Scrive la Peluso: «Questo stare dalla parte del mondo, della realtà e della verità storica, ha fatto di lei una perenne outsider, un’ammirata lettrice di Marx ma mai una dogmatica sostenitrice del suo credo, una dissidente e una dissenziente, un’inattuale e inclassificabile donna di pensiero e d’azione. Il punto notato da Arendt, nella sua concreta, realistica e demitizzata analisi di Luxemburg, è che, piuttosto che “stare sempre nel torto”, Rosa dicesse spesso la verità sul mondo, anticipando talvolta giudizi che si sarebbero consolidati in anni futuri.
Non era lei a sbagliare ma gli altri, i suoi detrattori appartenenti a diversi fronti della storia e della politica: dagli ambigui figuri della Repubblica di Weimar responsabili del suo assassinio, ai pigri compagni della SPD, fino ai bolscevichi, sia i leninisti, che non la capirono fino in fondo, sia i post-leninisti, che elaborarono quel “sistema degli errori della Luxemburg”, dando vita a una postuma dissacrazione nella quale il “luxemburghismo” è stato paragonato a un virus.»
«La violenza bellica non può essere la levatrice della rivoluzione, dell’idea nobile di rivoluzione che Rosa aveva, quella cioè di una radicale palingenesi della società. Mentre né i socialisti tedeschi né i bolscevichi di Lenin manifestarono alcun imbarazzo a riguardo, l’idea di una rivoluzione che profittasse dello stato di guerra contro le potenze imperialiste entrava per Rosa nel novero delle “rivoluzioni distorte”.»

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