I capolavori di Eduardo
“Sik-Sik, l'artefice magico” (1930)
«Come primo esperimento, faccio 'o gioco d' 'e duie bicchiere. Tiene mente a me. Io dico (cercando di dare un'intonazione stretta e settentrionale alla sua parlata, tra lo sgrammaticato e il provinciale, proprio di quegli artisti ignoranti che non esitano a rivolgersi al pubblico pur senza averne le possibilità): « Pubblico rispettabile. Qui non s'imbroglia a nisciuno. Questi sono tutti giuoca senza priparato, anza per evitare qualunque suspetto, io risírero un controlla, una persona del pubblica, che viene qua in palcuscenico a cunstatare con i propri occhi. (Facendo finta di rivolgersi ad un pubblico immaginario e precipitando le parole per dare un certo tono al discorso) Si c'è qualche persona del pubblico che vuol venire in palcuscenico, signori? » Tu subbeto rispunne: «Venche io! » M'arraccumanno, si no pò essere che saglie uno d' 'o pubblico che non sta d'accordo cu' mme e me scumbina tutte cose.»
«Pubblico rispettabile. E' ormai nota in tutto il monto la mia grande fame di illusionista. Sik-Sik che ha strabiliato tutti i popoli, questa sera si trova finalmente davanti a voi. La mia vita è stata quasi rumanzesca. Avevo sette anni, quando cominciai a far sparire le cose. Il Giappone accolse i miei dodici anni ed a tredici mi baciò in fronte il sole d'Uriente. Il miracolo famoso lo feci in Girmania: feci sparire una collana di perle d'una signora e non furono piú cristiani di trovarla. In Turchia feci sparire una donna, un'udalisca e dopo tre giorni la feci trovare a Napoli... dietro al teatro Fiorentini. E là sta! Questa sera alla vostra prisenza eseguirò gli esperimenti piú famusissimi e comincio con quello dei bicchieri. Prego maestro. (La tromba in orchestra eseguirà gli squilli di Mefistofele. Giorgetta con kimono e acconciatura cinese nei capelli, viene dalla sinistra saltellando. Fa un inchino al pubblico, poi va in fondo, prende due bicchieri che si troveranno sul tavolo di destra e li porge a Sik-Sik). Ecco signori, abbiamo due bicchieri di vitro. (Fa sentire il suono battendo dei colpi con una bacchettina di legno) In uno c'è acqua semplice, in un altro gnostia. Due soli possiamo fare quest'esperimento: io e il Padreterno! Tutti i prestiggiatori dicono sempre: “L'imbroglio c'è ma non si vede”. Io invece dico: “L'imbroglio non c'è, chi lo vede ha visto una cosa per un'altra”»
Sik-Sik, il nome del protagonista dell’atto unico scritto da Eduardo nel 1930, deriva direttamente dal dialetto napoletano: sicche-sicche, cioè “secco-secco”, “magro-magro”. L’appellativo rimanda all’aspetto fisico del “mago”, ricalcato sul modello caricaturale dei prestigiatori di terz’ordine dell’epoca: analfabeti, di umili origini, sempre affamati. Una tipizzazione perfettamente in sintonia con l’impianto tragicomico del teatro eduardiano.
Titina De Filippo ricordava come durante le prove si rideva fino alle lacrime assistendo alla messa in scena di Eduardo e Peppino: lacrime che, dietro la comicità, lasciavano intravedere una vena di malinconia. La pièce ebbe sin da subito un clamoroso successo, con centinaia di repliche, divenendo uno dei cavalli di battaglia dei tre fratelli.
La comicità è infatti irresistibile. Si ride per gli equivoci generati dal linguaggio degli analfabeti che cercano di apparire colti, per le gag nate dai malintesi e per i continui fallimenti della performance del mago. L’illusione si sgretola davanti alla miseria dei trucchi e all’improvvisazione delle due “spalle” di Sik-Sik, che finiscono persino per entrare in conflitto tra loro.
Parlare di metafora del teatro sarebbe scontato: ma, poiché il teatro è la vita stessa, la metafora si amplia fino a diventare racconto dell’illusione e della necessità di artifici per sopravvivere. Trucchi che spesso la povera gente non riesce a far funzionare, urtando contro la durezza della realtà.
Il fallimento patetico è dunque inevitabile. Il pubblico – che non appare mai in scena, ma la cui presenza è percepibile – gioca un ruolo duplice e fondamentale: è la folla che assiste allo spettacolo di magia, ma anche quella che partecipa alla rappresentazione teatrale. E in quanto tale sa già che l’epilogo non sarà quello desiderato da Sik-Sik e dalla moglie: il destino dei due è segnato fin dalla prima scena. È uno spettacolo nello spettacolo, in bilico tra la crudeltà divertita e l’imbarazzo, in una tensione costante tra commedia e tragedia.
Il dualismo del teatro di Eduardo, pur insistendo sempre sul medesimo nucleo tematico, non risulta mai ripetitivo: garantisce anzi agli spettatori una molteplicità di varianti. Ed è proprio questo il messaggio di “Sik-Sik, l’artefice magico”: sappiamo che ci sarà un fallimento, ma non sappiamo in quale forma si presenterà.
Sik-Sik è anche uno dei personaggi che meglio si prestano a fungere da alter ego di Eduardo: il più vicino al suo doppio ruolo – come il pubblico, anch’esso “duplice” – di attore e regista. Quasi che, attraverso di lui, l’autore volesse esorcizzare il fallimento: una paura costante, palpabile, che accompagnerà tutta la sua carriera.
Non a caso Eduardo stesso, nella presentazione della riduzione televisiva, rivelò che Sik-Sik era il personaggio a lui più caro. Un legame talmente profondo che lo spinse a scegliere proprio questo atto unico come ultima rappresentazione della sua vita artistica, in occasione del suo ottantesimo compleanno.

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