“Fino alla fine del mondo” (1991)
regia di Wim Wenders
con Solveig Dommartin, William Hurt, Sam Neill, Max von Sydow, Jeanne Moreau, Rudiger Vogler.
«Divennero tutti come dei drogati: vivevano per vedere i loro sogni, e quando dormivano sognavano i loro sogni.»
«E' difficile trovare un uomo perduto nel labirinto della sua anima…»
«All'inizio era il verbo… alla fine era solo immagine»
La versione integrale — il director’s cut — di Fino alla fine del mondo di Wim Wenders dura ben 287 minuti (4 ore e 47 minuti): un vero e proprio film-fiume, un flusso di immagini che rappresenta forse l’opera più visionaria e lisergica del maestro tedesco. Un autentico esempio di cinema d’anticipazione. È proprio in questa versione che si può cogliere fino in fondo il messaggio di Wenders.
Un film che gioca con particolare destrezza col concetto di viaggio: non solo quello geografico, che attraversa quattro continenti, ma anche quello interiore e temporale. Non si tratta soltanto di fantascienza, ma di un’opera densa di significati, in cui è la ricerca dell’identità e del destino dell’umanità, ormai a rischio, a costituire il vero fulcro narrativo.
È anche un film in cui il regista tenta di sistematizzare e sublimare la propria intera produzione. Il tema del viaggio, ricorrente in molte sue opere, trova qui il suo compimento come cammino di trasformazione — in primo luogo quello della protagonista, Claire. Ma non si tratta solo di un viaggio: è anche un inseguimento, con toni da hard boiled, thriller e persino horror, fusi insieme e sempre attraversati da una sottile ironia.
Il viaggio si intreccia ad altri temi centrali: l’uso alienante della tecnologia, l’impatto del virtuale, la perdita del contatto umano. Wenders, più che anticipare, interpreta ciò che stava avvenendo all’inizio degli anni Novanta: un mutamento epocale che avrebbe reso la realtà sempre più mediata e filtrata dagli schermi. Eppure, accanto alla visione critica, egli conserva anche una speranza, un barlume di fiducia nella capacità dell’uomo di rigenerarsi attraverso le immagini e i sogni.
In “Fino alla fine del mondo” la contraddittorietà è la norma: il film è sospeso tra road movie, mystery e cinema filosofico; tra utopia e distopia, tra sogno e incubo, tra ottimismo e presagio di fine apocalittica. È un film geniale, in cui Wenders riesce a coniugare gli opposti pur mantenendoli distinti. Un’opera fuori da ogni definizione e da ogni cliché, una materia viva che si espande pur restando racchiusa entro una durata precisa.
Proprio per questo è un film ambizioso, teso verso un’idea di universalità che trascende l’effimero del microcosmo, pur avendo bisogno vitale di esso. L’ossessione per i sogni e per le immagini, che si traduce in febbre visionaria, diventa anche una metafora del cinema stesso. Il personaggio di Sam, interpretato da un magnifico William Hurt, è quasi un alter ego di Wenders: Sam è il “master” delle immagini così come Wenders lo è della regia — un processo di piena identificazione emotiva e tecnica.
Un capitolo a parte merita la colonna sonora, densa e suggestiva. La musica è parte integrante della narrazione visiva. La scena di Claire in automobile, che attraversa paesaggi mutevoli cantando “insieme” a Elvis Presley Summer Kisses, Winter Tears, è da antologia: una sequenza capace di commuovere anche i sassi. È il classico “canarino nella miniera”, il segnale dell’apocalittico dualismo che attraverserà l’intera vicenda.
Talking Heads, Lou Reed, Nick Cave, Peter Gabriel, R.E.M., Elvis Costello, Patti Smith, Depeche Mode, U2 sono tra i big che partecipano alla soundtrack.
All’uscita, la versione ridotta a 160 minuti — pesantemente mutilata dai tagli — fu accolta con freddezza: giudicata dispersiva, incoerente, frammentaria e a tratti noiosa. Ma con la pubblicazione del director’s cut, il film è stato ampiamente rivalutato e oggi è considerato uno dei vertici della filmografia di Wenders, insieme a “Il cielo sopra Berlino”, con interpreti in stato di grazia.
Il dispositivo che cattura i sogni, invenzione di Henry Faber — il padre di Sam, interpretato da un magistrale e austero Max von Sydow — è l’idea più profetica dell’intero film: anticipa non solo la realtà virtuale e la dipendenza digitale, la nuova droga dei nostri tempi, ma anche l’alienazione prodotta dall’ossessione di registrare, riprodurre e manipolare immagini. Schermi che riflettono la coscienza umana ma ne intrappolano la creatività: un tema ricorrente nel cinema di Wenders, che qui raggiunge il suo culmine.
Il viaggio “alla fine del mondo” diventa così metafora di un cinema privato dell’anima, in cui l’uso esasperato della tecnologia amplifica l’artificio e moltiplica l’alienazione, ma che non rinuncia a inseguire la propria antica essenza. Il deserto australiano è la cornice ideale per evocare isolamento e auto-reclusione; e il passaggio dal 1999 al 2000 rappresenta il momento perfetto per condensare tali tensioni, alludendo anche al timore del Millennium Bug, grande spauracchio degli anni Novanta.
I protagonisti, chiusi in se stessi e immersi nei propri ricordi e nelle immagini interiori — visibili persino ai ciechi — sembrano desiderare soltanto di tornare “a casa”, alle origini, a un nucleo primordiale. Appesi al filo sottile di un esperimento utopico, mentre il mondo intorno a loro sembra dissolversi, incarnano un’intuizione folgorante: l’apocalisse non avrà le sembianze di un olocausto nucleare, ma quelle, ben più concrete, che stiamo già vivendo — noi, qui e ora, ipnotizzati dai nostri schermi elettronici.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie