“Heimat”, prima serie: "Una cronaca tedesca” (1984)
regia di Edgar Reitz
«Quando Steinbach lesse il nome “Schabbach” su una lapide, volle sapere dove fosse questo luogo. Gli spiegai che si trattava di un nome di famiglia e che c’erano persone che portavano questo nome con cui ero imparentato. Peter disse allora che Schabbach, come anche il suo cognome, doveva essere stato in origine un nome di luogo; e che se non esisteva o non esisteva più, avremmo potuto chiamare così il nostro villaggio cinematografico.
E fu così che in un pomeriggio di giugno del 1979, fondammo Schabbach. Posizione: Hunsrück, Renania, Germania, Europa, Terra, Spazio. Se andate nell’Hunsrück, troverete quattrocentocinquanta paesi, nessuno dei quali si chiama Schabbach. Ma se chiedete dove si trova Schabbach, vi verrà detto che ci siete già.»
«Sentivo sempre più spesso quanto la mia anima fosse intimamente legata allo Hunsrück e alla sua gente, e come tornassero a vivere le immagini della mia lontana infanzia.»
«Più mi immergevo nel mondo fittizio dei Simon e del villaggio di Schabbach, più la mia casa di Monaco diventava estranea e lontana. È difficile immaginare oggi come si svolgessero le riprese all’epoca, senza i telefoni cellulari, internet e tutti gli strumenti di comunicazione che oggi diamo per scontati.»
«Heimat era diventato un successo globale e la città immaginaria di Schabbach era ormai molto più di un semplice luogo in cui era ambientato il mio racconto. Schabbach era diventato un mito in cui si incontravano i ricordi e le nostalgie di persone lontanissime. Tanti personaggi della storia, la nonna Maria e i suoi figli e i molti altri individui scappati e ritornati, erano diventati simboli del tragico Ventesimo secolo… Il termine Heimat, che per tanto tempo era stato un tabù che sovrastava la storia tedesca, divenne un tema attuale e non sarebbe scomparso dalla discussione pubblica fino a oggi.»
Edgar Reitz, da “Il tempo del cinema, il tempo della vita” (2022)
«Una volta sola all'anno fiorisce il maggio, una volta sola nella vita, l'amore.»
Heimat è molto più di un ciclo televisivo: è un’opera artistica monumentale, un vero e proprio affresco sulla Germania del XX secolo. Edgar Reitz diede avvio a questa impresa nel 1981 con un documentario-prologo, cui seguì la prima serie nel 1984. Il progetto, strutturato come una saga familiare, segue le vicende della famiglia Simon a partire dal villaggio immaginario di Schabbach, situato nella regione montuosa dell’Hunsrück, in Renania. L’opera complessiva è composta da tre serie e due film.
Heimat ha segnato la storia della televisione europea, offrendo una rilettura della storia tedesca attraverso una prospettiva quotidiana e personale, capace di fondere eleganza estetica e forte senso di contestualizzazione. Gli eventi epocali restano sullo sfondo, ma le loro conseguenze si avvertono in profondità nelle vite dei personaggi e nelle dinamiche sociali.
La prima serie, Una cronaca tedesca, copre l’arco che va dal 1919, con il ritorno di Paul Simon dalla Grande Guerra, fino al 1982.
La seconda serie, Cronaca di una giovinezza (1992), ambientata a Monaco tra il 1960 e il 1970, segue le vicende del musicista Hermann Simon, considerato l’alter ego del regista. L’atmosfera si sposta dal mondo rurale a quello urbano, riflettendo i fermenti culturali e politici di quegli anni, in una dimensione più sperimentale ed esistenziale.
Con Heimat 3, Cronaca di una svolta epocale, Reitz racconta gli anni che vanno dalla caduta del Muro di Berlino fino all’inizio del nuovo millennio. I tre capitoli formano insieme i tre movimenti di una sinfonia personale e originale, orchestrata dal regista.
A completare il ciclo vi sono due film. Heimat-Fragmente: Die Frauen (L’epilogo) ripercorre l’intera saga attraverso Lulu Simon, che racconta le storie mai narrate delle donne. L’altra Heimat, invece, è un prequel ambientato tra il 1842 e il 1844, che descrive la crisi rurale, la povertà e l’emigrazione verso il Sud America, in particolare in Brasile.
Reitz ha più volte spiegato come il progetto fosse nato dall’insoddisfazione per il modo in cui il cinema tedesco affrontava la storia nazionale: troppo legato agli eventi e troppo poco alla vita quotidiana di chi li subiva. In Heimat la Storia nasce dai dettagli e dalle esistenze semplici, non dai grandi protagonisti o dagli avvenimenti eclatanti.
La stessa parola Heimat è intraducibile: non significa solo “patria”, ma racchiude in sé radici, appartenenza, nostalgia, identità. Reitz la utilizza volutamente per liberarla dalle incrostazioni ideologiche e nazionalistiche che l’avevano contaminata.
La prima stagione, lunga circa quindici ore suddivise in undici episodi, distribuiti lungo sette film, resta la più rappresentativa: un arco temporale di oltre sessant’anni, che attraversa la Repubblica di Weimar, il nazismo, la Seconda guerra mondiale, la divisione della Germania e il miracolo economico, fino alla vigilia della riunificazione. Il contesto rurale amplifica le sfumature del tempo che scorre e la percezione soggettiva dei grandi eventi storici. Lo spettatore finisce per riconoscersi nei drammi e nelle gioie quotidiane dei protagonisti, nelle loro speranze e nelle loro paure.
Un aspetto distintivo è l’uso alternato del bianco e nero e del colore, talvolta nella stessa sequenza, a sottolineare la forza emotiva e simbolica delle immagini. Così il colore irrompe improvvisamente nel grigiore: le bandiere naziste, un mazzo di garofani rossi, un raggio di sole che illumina una stanza.
Reitz rende omaggio al cinema espressionista tedesco e, più in generale, al linguaggio cinematografico degli anni Venti e Trenta: primi piani intensi, tempi narrativi dilatati, atmosfere sospese tra realismo e surreale. Ma non si limita a un omaggio: rielabora quelle suggestioni, trasformandole in eco culturale e visione personale. Non mancano inoltre richiami a registi come Bergman, Chaplin, Wenders, Herzog, Fassbinder, Welles, Fellini, Visconti, Pasolini e Rossellini.
Particolare rilievo hanno le fotografie, soprattutto quelle di Eduard Simon, che funzionano come fermo-immagine della memoria: all’inizio di ogni film, dal secondo al settimo, le foto di famiglia riepilogano ciò che è avvenuto, prolungando i ricordi oltre il tempo e restituendo la tenace illusione di un segno indelebile. L’episodio più intenso è probabilmente “Il giovane Hermann", interamente dedicato agli anni Cinquanta e alla struggente storia d’amore proibita tra Hermann e Klara.
“Heimat - Una cronaca tedesca” colpisce anche per la precisione etnografica: lingua, usi locali, feste, cucina, lavoro artigianale e agricolo sono registrati con passione quasi documentaristica. Nel cast si alternano attori professionisti e volti autentici del luogo, in un costante esperimento linguistico e narrativo. Ne risulta un’opera di straordinario valore artistico e documentario, a mio avviso ancora oggi sottovalutata, benché giustamente acclamata dalla critica. Con uno dei finali più belli, surreali, visionari ed “eccessivi” mai concepiti per una serie TV, tra Bergman, Fellini e Wenders, o, per meglio dire, alla Edgar Reitz.

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