Boualem Sansal, “Nel nome di Allah” (2013). Un primo approfondimento
«Analogamente, alla parola “islamismo” fanno concorrenza termini altrettanto numerosi: fondamentalismo, integralismo, salafismo, Islam politico, Islam radicale. La confusione è completa quando inoltre – e accade spesso – a questi vocaboli se ne accostano altri, come wahhabita, sunnita, sciita ecc. È comprensibile che, con una tale profusione lessicale, alcuni finiscano per creare qualche amalgama, il più dannoso dei quali è per tutti confondere l’Islam, religione quanto mai rispettabile e fulgida, con islamismo, che è la strumentalizzazione dell’Islam in un’ottica politica – e talvolta di bassa politica –, criticabile e condannabile. Il lettore avveduto non cadrà in questa trappola, ma cercherà piuttosto di approfondire la conoscenza e formarsi così un giudizio autonomo.»
«Alcune scuole di pensiero si attengono all’insegnamento del Corano, che recita esplicitamente: «Nessuna costrizione nella religione [La ikraha fi’l-din]» o a quello della sura degli Infedeli: «1. Di’: “O miscredenti! 2. Io non adoro ciò che voi adorate; 3. voi non adorate ciò che io adoro. 4. Io non debbo adorare ciò che voi adorate; 5. voi non dovete adorare ciò che io adoro. 6. A voi la vostra religione, a me la mia religione”»
«Oggi l’islamismo è una realtà ben insediata nel mondo. Ha saputo trovare il suo posto con discrezione, all’ombra delle dittature al governo nei paesi musulmani e dietro il paravento dell’Islam, che ha trasformato a poco a poco in un discorso ideologico i cui fini sono il controllo della società e la presa del potere. Questo progetto politico-religioso è sul punto di concretizzarsi in vari paesi musulmani arabi, e comincia a radicarsi al di là delle frontiere delle terre musulmane.»
Boualem Sansal, scrittore algerino, che vive in Francia, famoso per il suo romanzo “2084. La fine del mondo”, recentemente condannato dalla giustizia algerina a cinque anni per alcune sue dichiarazioni, ci tiene a sottolineare che questo libro non ha pretese saggistiche, ma vuole solo manifestare il punto di vista letterario di un romanziere, che ha vissuto direttamente però l’ascesa del fenomeno del fondamentalismo islamico in Algeria, il suo Paese.
L’islamismo approdò in Algeria subito dopo l'Indipendenza che venne dichiarata nel 1962, dopo otto anni di tremenda guerra di liberazione, dopo centotrentadue di colonialismo francese e centinaia di migliaia di morti.
All'epoca gli islamisti si presentarono come predicatori discreti, affiliati ai Fratelli musulmani, a quei tempi perseguitati nei paesi di appartenenza, furono accolti con simpatia in Algeria, perché associati a un fenomeno folkloristico del tutto innocuo.
L'Algeria, socialista, rivoluzionaria e terzomondista era definita la “Mecca dei rivoluzionari” e accoglieva rivoluzionari di tutti i tipi: Che Guevara, Giap, Nasser, Ben Barka, Mandela, le Pantere Nere, Malcolm X. Ma accoglieva anche personaggi ambigui e molti terroristi.
Ad Algeri era stato girato anche il famoso film di Costa Gavras “Z, l'orgia del potere” sul regime dei colonnelli greci.
Questo fu il contesto romantico in cui si inserì silenziosamente e quasi ignorato da tutti il fondamentalismo. Si diffuse gradatamente attraverso una rete di moschee e di suk, conquistando il cuore della gente delusa dal socialismo burocratico che aveva abbandonato le idee rivoluzionarie e le speranze di rinnovamento.
Seguì quindi un profondo processo di radicalizzazione a causa delle sconfitte del mondo arabo, prima contro Israele, poi nelle due guerre del Golfo, in Afghanistan, in Bosnia Erzegovina.
Il fenomeno folkloristico, quindi, si era trasformato in potenza planetaria con una visione del mondo e due armi: il terrore e la predicazione.
Nel giro di vent'anni conquistarono il potere in Algeria, sostituendosi a mano a mano di fatto allo Stato, organizzando milizie, addestramento alle armi, una rete di assistenza sociale. Organizzando proteste, scioperi, sit-in, diedero l'assalto al potere favoriti dall’odio della gente nei confronti del corrotto regime burocratico.
Si arrivò così alla “primavera algerina” a ottobre del 1988 con manifestazioni di piazza e una feroce repressione che portò a centinaia di morti. L'epilogo fu la guerra civile, dopo l'annullamento delle elezioni vinte dal neonato partito islamista FIS (Fronte Islamico di Salvezza), per procedure anticostituzionali.
Fu un cruento scontro armato, in cui si distinsero per ferocia proprio gli stessi islamisti, e che coinvolse la popolazione innocente. Uno scontro che aveva assunto l’aspetto di un vero e proprio genocidio, ignorato dagli altri stati e da tutti gli organismi internazionali.
Gli islamisti, cosa che non stupisce affatto, diedero prova di grande abilità comunicativa, nettamente superiore a quella del governo ufficiale, talmente diviso al suo interno, fino al punto appunto di arrivare allo scontro armato. Situazione di cui beneficiarono indiscutibilmente, ne approfittarono per promuovere la loro immagine nel mondo occidentale, con le buone, ovvero l’argomento della legittimità con le elezioni vinte, con le cattive, con la minaccia di esportare la rivoluzione islamica in altri paesi.
Il fine era, prendendo a modello i talebani, l’instaurazione del califfato, ovvero lo Stato islamico perfetto.
«Il bilancio di questo scontro fra gli islamisti radicali e il potere algerino (1991-2006) è terrificante: più di duecentomila morti, un’economia devastata, un paese distrutto, ferite sociali e morali irreparabili, la moderna élite algerina decimata, assassinata dagli uni e dagli altri o dispersa in un’emigrazione senza ritorno, per non parlare dell’immagine dell’intero popolo algerino, screditata nel mondo per lungo tempo.»
Questo libro è del 2013, quindi, fotografa la situazione a quel periodo, ma è comunque prezioso per conoscere le dinamiche e il processo storico, con l’islamismo radicale sconfitto sul piano militare in Algeria, ma non sul piano dell’egemonia culturale, spostando all’epoca il conflitto e il progetto islamista a livello internazionale.
La ricostruzione testimoniale dell’avanzata dell’islamismo in Algeria vale come introduzione al fenomeno a livello internazionale, sul quale Sansal dedica la maggior parte del libro.
Come prima cosa, l’autore tenta di far chiarezza sulla confusione lessicale nella quale può restare intrappolato chi non conosce la realtà dell’Islam. Il danno maggiore sarà quello di confondere l'Islam, come religione, con l'islamismo, espressione dell'intolleranza politica del fondamentalismo.
L’Islam non è organizzato in base a un clero o a un dogma valido per tutti, così come non ha un pontefice.
La decisione dell’interpretazione dovrebbe spettare, quindi, liberamente a ogni fedele, a meno che non venga esercitata una coercizione che, oltre a essere religiosa, è anche politica.
Ed è proprio per questo che l’Islam si è diviso subito in molteplici correnti, proprio per venir incontro alla necessità di una lettura individuale, mista alla tendenza di risolvere le differenze per mezzo dei conflitti politico-religiosi, coprendo un vastissimo spettro di varianti, dal sufismo mistico, poetico e contemplativo, fino all’estremismo più feroce del fondamentalismo dei Talebani.
Alcune scuole di pensiero raccomandano la tolleranza e il diritto alla libertà religiosa, anche per i fedeli di altri credi, così come in diversi passi è ricordato nel Corano, e un amore per la conoscenza senza limiti e pregiudizi. Purtroppo le scuole riformiste e volte alla modernizzazione, all’interno del Maghreb, hanno successo soprattutto tra i ceti colti, mentre i Fratelli musulmani e gli islamisti in genere possono contare sul risentimento popolare di stampo nazionalista e anti occidentale.
«Altre scuole privilegiano invece i versetti che legittimano la coercizione, fino all’annientamento; tali versetti impongono al musulmano il jihad contro l’infedele…
E talvolta, in effetti, il Profeta si mostrò implacabile. Lo sterminio della tribù ebraica dei Banu Qurayza per ordine di Muhammad viene spesso ricordata dagli islamisti, ovviamente per giustificare ed esaltare i propri crimini.»
La strumentalizzazione del potere e della politica ha buon gioco con le scuole che portano avanti l’interpretazione coercitiva, che pretendono di avere una risposta unica per tutte le sfere relative all’umano, conducendo di fatto al totalitarismo. Rafforzati dalla convinzione che la legge dettata direttamente da Allah è universale e valida per tutto il mondo, ne deriva quindi la legittimità della politicizzazione.
Collegata alla tendenza politica c’è l’istituzione della dhimma, la legge islamica che si applica alle popolazioni non musulmane residenti in un Paese musulmano. È l’istituzionalizzazione di uno stato di inferiorità in cambio della protezione a di poter continuare “liberamente” a coltivare la propria fede. Di fatto una discriminazione che è più o meno severa a secondo dei paesi che la applicano, e coinvolge tutti i non musulmani o solo una parte di loro.
Il dibattito relativo all'ampiezza dell’influenza della sfera religiosa su quella civile non dev'essere sottovalutato, perché è relativo al livello di tolleranza nelle società musulmane, da qui partono le questioni relative all’Islam tollerante, al fondamentalismo, al salafismo, all’islamismo moderato, all’islamismo radicale, all’islamismo settario ecc.
L’analisi demografica che fa Sansal è assai interessante, ma purtroppo è ferma ai dati di più di una dozzina di anni fa. Comunque indicativa dell’aumento della popolazione musulmana mondiale al 23%. Un elemento che però si inserisce negativamente sulla natalità è quello del fenomeno di contenimento entro certi limiti, in quanto ha cominciato a subentrare l’abitudine a sposarsi più tardi.
In ogni caso l’islamismo in tutte le sue manifestazioni esprime soddisfazione per tale incremento, perché è la base sulla quale poggia la teoria della conquista planetaria tramite l’incremento demografico, facilitato dal divieto nei confronti della contraccezione e di qualsiasi tipo di controllo delle nascite. Non è una teoria cospirazionista quella dell’illusione dell’arma demografica, ma nella realtà le cose non sono mai così matematicamente certe. Non può esserci nessun automatismo, perché le varianti sono molteplici, e gli allarmismi pericolosi.
Di grande interesse è la complessa sintesi che Sansal fa delle correnti dell’Islam, una sorta di guida nel dedalo delle varie clonazioni e delle sottostanti scuole e sette in cui sono a loro volta divise le varie sotto correnti, tutte molto litigiose e in perenne conflitto. Il sunnismo è la corrente di gran lunga maggioritaria, circa l’80 % dei fedeli, lo sciismo segue ma a grande distanza (circa 15%).
«L’Islam proibisce di frapporre intermediari tra gli uomini e Dio, ma lo sciismo è l’unica corrente musulmana che abbia una sorta di “clero”, divenuto potentissimo nel corso degli anni specie in Iran, in seguito all’instaurazione di una repubblica islamica dove l’ayatollah, che esercita la funzione di guida suprema, è al di sopra del presidente della Repubblica eletto a suffragio universale.»
Accanto alle due correnti fortemente maggioritarie ce ne sono altre due molto meno numerose: il sufismo e il kharigismo, in linea di massima, molto colte, pacifiche e tolleranti.
Nel corso del tempo ne sono emerse ed estinte altre. L’unica corrente che non ha una precisa appartenenza e quindi esiste trasversalmente fuori dalle correnti è quella del cosiddetto Islam popolare, che vive sereno e senza ostentazione, basato sulla tradizione delle festività e dei riti classici, chiuso nelle comunità, ma che purtroppo proprio per questo è rigido e impermeabile alle evoluzioni.
Queste grandi divisioni impediscono la realizzazione dell’unità del mondo mussulmano della mitizzata “umma”, che secondo Sansal è impossibile, nonostante il tentativo dell’OCI (Organizzazione della Conferenza Islamica), creata nel 1969, che ha solo dimostrato l’incompatibilità delle varie correnti.
La situazione più drammatica è in India col perenne conflitto tra fanatici islamici e induisti, cui spesso ne fanno le spese i Sikh, considerati musulmani o indù a secondo dei casi e fatti oggetto di violenze.
L’impulso alla modernizzazione e al rinnovamento nel mondo islamico viene ritardato a causa di molti fattori diversi, e trae origine nel passato più remoto con la frantumazione dell'enorme impero Islamico, a partire dall’XI secolo, con la conseguente formazione di una moltitudine di regni, scuole, riti, in eterno conflitto tra loro, che non facilita una risposta unitaria alle sollecitazioni provenienti dalla società, determinando un grave deficit di libertà individuale, a favore del dispotismo.
Tuttavia, il problema sulla libertà di parola investe anche l’Europa e il mondo occidentale in genere, dove il timore di esprimere una critica nei confronti fell’Islam ha portato ad una condizione paradossale di autocensura per non essere oggetto di ritorsioni anche violente o di essere accusati di islamofobia. Fino ad arrivare alle minacce e alla condanna a morte da parte degli islamisti.
Per assurdo il dibattito più polemico e più vivo con dure critiche annesse si svolge proprio nei paesi musulmani, questo perché un musulmano ha il diritto di criticare alcuni aspetti della fede islamica, mentre non può farlo un cristiano o un ebreo senza correre il rischio di essere considerato blasfemo e islamofobo.
Il grosso rischio è che al radicalizzarsi dell’Islam, si possa rispondere con la radicalizzazione di altre espressioni religiose come dimostrano segnali ben più che evidenti sul fronte cristiano ed ebraico. Le varie iniziative di promozione del dialogo interreligioso sono lodevoli, ma per ora sembrano solo illusorie. Sono segnali deboli. Dal 2013 anno in cui è stato pubblicato questo libro, a oggi, non mi pare che siano stati fatti passi avanti. Le tre religioni monoteiste permangono divise.
Spero sia solo una mia percezione, e vorrei tanto essere smentito.

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