La crisi della democrazia occidentale - prima parte: lo svuotamento dell’identità politica individuale
La crisi della democrazia occidentale non può essere compresa considerandola solo come mero fenomeno istituzionale o giuridico. Le sue cause, le sue radici sono più profonde: la democrazia, più che nei luoghi istituzionali, si sta logorando nell’immaginario collettivo. Si fa sempre più strada la convinzione che quello attuale non sia più un metodo autenticamente democratico in senso partecipativo, che le decisioni non solo vengono prese altrove, ma che vengano prese a prescindere dalla volontà dei governati. Il significato nobile e sostanziale di democrazia sta venendo meno, si indebolisce, degenera e rimangono intatte soltanto le sterili e kafkiane procedure burocratiche, unico momento di mediazione tra le istituzioni e il cittadino.
La post-democrazia contemporanea nasce precisamente da questo svuotamento: non è la negazione formale della democrazia, ma la trasformazione delle sue istituzioni in rappresentazioni rituali e teatrali senza senso, ogni attore recita una parte che non incide in senso dinamico e positivo sul nucleo concreto della società, mancano l’interazione e la sollecitazione nei confronti della vita reale delle persone, il coinvolgimento dei singoli nella formazione delle decisioni.
Esistono ancora elezioni, partiti, parlamenti e una formale, ma poco sostanziale, “libertà di espressione”. L'essenza della scelta decisionale si è trasferita altrove: nei grandi canali dell'informazione, nei dispositivi tecnici, nella produzione algoritmica del consenso e del dissenso controllato, negli organismi sovranazionali, nelle “cabine di regia”, negli interessi di gruppi ristretti e di lobby politiche e finanziarie. Il cittadino non è più soggetto politico, ma ricettore passivo di orientamenti, percezioni, emozioni, ed è privato di ogni potere decisionale.
Quando l’individuo concepisce la libertà solo come puro spazio di sopravvivenza, la democrazia degenera in amministrazione degli affari, e finisce per essere gestita da un élite completamente separata dal corpo sociale e che non è quasi più soggetta ad alcun controllo. Non servono colpi di Stato; basta creare indifferenza e asocialità. La democrazia muore quando il cittadino è privato della partecipazione e ridotto al ruolo di consumatore. La conseguenza è l'occupazione permanente dello spazio pubblico da parte dello spettacolo politico.
Contemporaneamente a questo, viene intensificata la costruzione di illusioni, di identità prefabbricate, fornite per replicare i conflitti nel virtuale o svuotando di senso le piazze, che operano anch'esse all'interno di una messa in scena, come proiezione del virtuale stesso. Ciò che importa non è il contenuto, ma il sentimento di appartenenza che viene prodotto: i simboli, le bandiere, la riduzione a folla. Quando il soggetto “crede di scegliere” sta in realtà scegliendo il modo in cui desidera essere riconosciuto, rappresentato all’interno dello spettacolo, non il progetto politico. Si passa così dalla partecipazione democratica all'identitarismo.
Una società liquida, fondata sull’effimero e sulla mobilità senza radicamento, non può creare una cittadinanza che abbia spessore e che produca un sistema valoriale, perché non può generare legami duraturi. La democrazia, che vive di relazione, di durata e di memoria condivisa, viene sostituita da una forma di governance che vive di immediatezza, di sorveglianza, di consumo, e che genera paura. Da qui ne consegue il paradosso: l’autoritarismo plebiscitario non viene imposto dall’alto, ma emerge dal basso come rimedio psicologico alla solitudine politica e al diffuso senso di inadeguatezza da parte del suddito.
Il leader autoritario e carismatico diventa desiderabile perché promette protezione identitaria, semplificazione, riconoscimento. Così come vengono visti con simpatia i sistemi autocratici e dispotici estranei alla cultura occidentale, perché danno l'illusione di riempire un vuoto con la loro presunta efficienza, il loro presupposto decisionismo e la capacità di garantire un ordine di cui si ha nostalgia e che viene percepito come salvifico. Da qui deriva anche l’entusiasmo per politiche securitarie.
La società degli individui isolati e ridotti a massa informe non teme il potere forte: teme l’incertezza. In questo modo l’autoritarismo non nasce contro la democrazia liberale, ma come sua malattia interna, anche se rielabora e riadatta modelli esterni. Si cerca una risposta al senso di alienazione e di precarietà e ci si rivolge paradossalmente ad una medicina peggiore dello stesso male.
La democrazia esiste soltanto quando la cittadinanza è capace di percepirsi consapevolmente. Quando, invece, i cittadini rinunciano a questa facoltà e delegano stabilmente immaginazione e decisione a specialisti, tecnocrati ed esperti, ciò che resta è soltanto il simulacro della democrazia, non la sua sostanza.
È del tutto consequenziale che i governanti ricorrano, quindi, a misure autoritarie: come la proclamazione di continui stati di emergenza che limitano pesantemente le libertà, derogando con disinvoltura ai già fragili principi costituzionali, aiutati in questo da vero e proprio terrorismo diffuso dai massa media, con destra e sinistra che si scambiano nel ruolo di volenterosi ed entusiasti censori, accusandosi vicendevolmente a turno, in una sorta di teatrino del grottesco, di pulsioni autoritarie. Un gioco delle parti invertite a cui partecipano anche i soggetti politici “nuovi” che si percepiscono “né di destra né di sinistra”.
La crisi odierna è dunque più radicale di quanto appaia: non è crisi dei parlamenti o dei partiti, ma crisi della soggettività democratica. Gli individui sono stati educati per decenni alla fruizione passiva, non alla partecipazione; alla difesa degli interessi egoistici, non alla cooperazione. Da questa antropologia impoverita nasce naturalmente la post-democrazia: essa appare come un adattamento funzionale di individui che non riconoscono più se stessi come parte di un corpo politico vivo.
La ragione profonda per cui la democrazia arretra non è soltanto che le élite si sono allontanate dal popolo, ma che l’individuo si è allontanato da se stesso, dal proprio sentirsi essere autonomo e consapevole, e contemporaneamente parte di una comunità, o di più comunità, in senso originario, orizzontale, autentico, partecipato. Perché ciò è percepito come intrusivo, faticoso, o addirittura pericoloso. La condizione più diffusa è quella dell’individuo in apparenza autonomo, ma chiaramente vulnerabile e fragile.
Un soggetto senza più identità, che desidera riconoscimento ma teme la prossimità e le relazioni sociali, reclama protezione ma respinge la reciprocità e l’accoglienza, è il suddito perfetto di ogni tendenza autoritaria, che offre vuota identità senza relazione empatica, paura dell'altro, appartenenza fideistica, comunità immaginaria, solidarietà selettiva, è sempre più privo di contatto col reale.

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