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mercoledì 22 ottobre 2025

“Il ladro” (1956) regia di Alfred Hitchcock


“Il ladro” (1956)

regia di Alfred Hitchcock 

con Henry Fonda, Vera Miles, Anthony Quayle, Harold J. Stone, Charles Cooper

«Un innocente non ha nulla da temere.»

“Il ladro” viene spesso considerato un film minore di Hitchcock. Tuttavia, un confronto diretto con le altre sue opere risulta improprio: questo film si configura infatti come una frattura netta, quasi un “incidente di percorso” nella filmografia del regista. La sua anomalia è evidente sin dalla scelta del protagonista: un Henry Fonda malinconico e trattenuto, radicalmente distante dall’eroe hitchcockiano ironico o dalla star glamour. Qui non c’è traccia della consueta vena di humour, cifra quasi immancabile nel resto della sua produzione. Proprio per questo motivo l’interpretazione di Fonda si rivela l’unica possibile.

Manny è un onesto musicista da club notturno, ma lontanissimo dallo stereotipo del suonatore bohémien: non beve, non fuma, non sperpera denaro con le donne. I suoi unici “peccati” sono qualche scommessa sporadica sui cavalli e piccoli debiti comuni a chiunque viva in condizioni ordinarie. È un padre di famiglia, regolarmente sposato, che conduce una vita “banale” e quasi dimessa. La vicenda è tratta da una storia vera.

Proprio questo profilo medio, anonimo, lo rende però — paradossalmente — il bersaglio perfetto per un errore giudiziario di stampo kafkiano. Hitchcock lo mette in scena con una regia volutamente spoglia, essenziale. Fonda incarna Manny con una naturalezza che sarebbe impensabile in un Cary Grant o in un James Stewart: il suo volto, fatto di stupore attonito e smarrimento silenzioso, aderisce perfettamente al clima claustrofobico e alla mediocrità ordinaria dell’esistenza che la vicenda mette in rilievo.

Da segnalare anche l’interpretazione di Vera Miles nel ruolo della moglie, che sembra anticipare per molti aspetti atmosfere e dinamiche psicologiche poi riprese in "Psycho". La sua progressiva alienazione – frutto del trauma e della colpa subita per procura – restituisce un ritratto disturbante e allo stesso tempo tragicamente umano.

“Il ladro” è un noir dalle tinte angosciose, insieme kafkiano e profondamente realistico. Non c’è nessun mistero da risolvere. Lo spettatore sa fin dall’inizio che Manny è innocente: ciò che conta non è la scoperta, ma la messa a nudo del funzionamento automatico, impersonale e spersonalizzante della macchina giudiziaria. La verità dei fatti è irrilevante: ciò che conta è la procedura, non la persona.

L’analogia con Kafka è evidente: l’innocenza non conta, perché il dispositivo si è già attivato e – una volta messo in atto – procede per inerzia. La colpa è una categoria amministrativa, non morale. A questo si intreccia, quasi per necessità logica, il legame con l’impianto foucaultiano: il potere non vuole sapere cosa hai fatto, ma chi sei. Non cerca la verità sull’evento, ma sul soggetto. Cerca la profilazione, il tracciamento, elementi resi oggi ancora più funzionali con un’astratta, ma ossessiva, digitalizzazione dei comportamenti.

In questa prospettiva il film non parla solo di un errore giudiziario, ma del modo in cui il potere prende in carico le persone, trasformandole in casi da gestire. Manny non è più un individuo, ma un profilo: qualcuno che il sistema inserisce in una categoria per poterlo controllare. La “colpa” nasce dal fatto che è stato incasellato, non da ciò che ha fatto. Qui sta il nucleo biopolitico: non conta la verità, ma “l’ordine del discorso"; non conta l’essere umano, ma il funzionamento del meccanismo. L’innocenza non è un dato, ma un ostacolo per l’apparato. E quando la procedura vale più della persona, l’ingiustizia non è un errore: è la regola.

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