Massimo Carlotto, “Arrivederci amore, ciao” (2002)
«La carogna dell'alligatore galleggiava a pancia all'aria. Era stato abbattuto perché aveva iniziato ad avvicinarsi troppo all'accampamento e nessuno voleva rimetterci un braccio o una gamba. La puzza dolciastra della decomposizione si mescolava a quella della selva. La prima capanna distava da quella radura un centinaio di metri. L'italiano chiacchierava tranquillo con Huberto. Avvertì la mia presenza. Si voltò e mi sorrise. Gli strizzai l'occhio e lui riprese a parlare. Mi portai alle sue spalle, respirai a fondo e gli sparai alla nuca. Si afflosciò sull'erba. Lo afferrammo per i piedi e le braccia e lo buttammo a fianco all'alligatore. Il rettile a pancia all'aria e lui a faccia in giù.»
«La nostalgia per il mio Paese e per la vita spensierata di un tempo si era cristallizzata in un ricordo di infanzia. I nonni paterni, che abitavano appena fuori Bergamo, quando venivano a trovarci portavano sempre in dono, a me e alle mie sorelle, una scatola di Otello Dufour. Le caramelle più buone del mondo. Arraffavo una manciata di quelle delizie e mi rifugiavo in camera o in giardino con un libro di Salgari, e una dietro l'altra le scartavo, appoggiandole delicatamente alla lingua, facendole sciogliere lentamente. Negli anni della latitanza e del carcere i momenti più intimi e struggenti legati ai ricordi finivano sempre per trasformarsi nel desiderio di un bonbon di cioccolato e liquore.»
Ci sono individui che crescono in ambienti svuotati di qualsiasi umanità, completamente privi di empatia e capaci di connettersi all’esistenza e agli altri soltanto attraverso un agire narcisistico e tossico. Educati in un brodo di violenza e sottomissione, tendono a riprodurre ciò che hanno vissuto: l’unico modo che conoscono per sentirsi vivi.
Recitano una parte per tutta la loro esistenza, convinti che nelle relazioni sia necessario muoversi con anticipo in senso malevolo e opportunista, perché la vita – comunque la si guardi – è un inferno; e per non esserne divorati, occorre divorare gli altri per primi. Tutto ciò viene poi enfatizzato, amplificato e moltiplicato durante il soggiorno in carcere: autentica palestra di disumanità.
Giorgio Pellegrini, il protagonista del celebre romanzo di Carlotto, appartiene esattamente a questa tipologia. Tuttavia, le intenzioni dello scrittore vanno oltre la semplice rappresentazione di un profilo criminale: Pellegrini non è solo la metafora dell’“uomo-massa” con i tratti sopra descritti, è anche l’occasione per raccontare un determinato contesto — la provincia italiana, che ovunque si somiglia.
Ma non finisce qui: Pellegrini ha una storia singolare. È un ex rivoluzionario degli anni Settanta, passato alla lotta armata. Un ex terrorista la cui rabbia per le ingiustizie non è che un paravento utile a nascondere il puro cinismo personale, come è accaduto a non pochi protagonisti di quella stagione.
Carlotto coglie così anche l’occasione per raccontare una generazione e un movimento politico, senza il tono autocelebrativo dell’agiografia né il disprezzo moralistico del pentito. È il racconto di un fallimento. La parabola esistenziale di Pellegrini — da chi “voleva cambiare il mondo” a chi vuole solo manipolarlo a proprio vantaggio — non conosce cesure: è la naturale conseguenza di una dinamica già inscritta nella sua matrice originaria. Anche perché certi sedicenti impulsi “rivoluzionari” sono spesso nutriti, in realtà, da un desiderio di potere autoritario e personale.
Giorgio non ritiene di avere nulla di cui scusarsi e non pensa alla redenzione: si limita ad adattarsi al nuovo contesto, applicando la propria morale individuale al mondo circostante. È qui che Carlotto innesta il quadro della provincia: un microcosmo che esalta egoismo, ipocrisia e un particolare tipo di violenza opaca, sociale prima ancora che fisica.
L’arrivismo spregiudicato, la morale ambigua, la falsità dei rapporti umani, la negoziabilità totale dei valori: religione, politica, istituzioni e sentimenti condividono il medesimo terreno degradato, dove si intrecciano prepotenza, corruzione, sfruttamento, speculazione e sopraffazione.
Il noir diventa così lo strumento per raccontare la banalità del male quotidiano, incarnata da un narcisista patologico che rappresenta un modello divenuto via via più diffuso sin dall’inizio del nuovo millennio. Un contesto nel quale il male non è più percepito come devianza, ma come prassi “normale” delle relazioni sociali. E Carlotto affida la narrazione proprio a Pellegrini, voce narrante dell’intera vicenda.
L’apparente contraddizione tra rispettabilità sociale e ferocia egoistica si ricompone nel conformismo di una massa manipolata ma convinta di essere libera — libera di coltivare bramosie disumanizzate. Pellegrini non è un’eccezione: è la norma.
Nel 2006 dal romanzo è stato tratto un discreto film, con un buon cast, ma non all’altezza della forza e della radicalità dell’opera letteraria.

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