Dmitry Glukhovsky, “Metro 2033” (2002)
«Girarono al primo arco ed entrarono in un androne; c’era solo un passaggio lungo, un colonnato ad archi su entrambi i lati, poi i soliti muri di ferro e le scale mobili ferme. Vagamente illuminata da piccoli fuochi, la maggior parte della stazione era avvolta nell’oscurità: la vista della Sukharevskaya era oppressiva e molto triste. Una moltitudine di persone sciamava attorno ai fuochi, alcuni dormivano sul pavimento, mentre altre sagome di stracci, praticamente ripiegate su loro stesse, vagavano da un fuoco all’altro. Erano tutti ammassati al centro dell’androne, il più lontano possibile dalla galleria.»
«Come vedi nella Metro è quasi sempre notte e non ha senso cronometrare il tempo in maniera tanto meticolosa. Libera le ore e vedrai che il tempo si trasformerà, è molto interessante. Muterà al tal punto che non lo riconoscerai nemmeno. Smetterà di essere frammentato, diviso in sezioni composte da ore, minuti e secondi. Il tempo è come il mercurio: se lo spargi, si riunisce di nuovo, ritrova la sua integrità e la sua indeterminatezza. L’uomo è riuscito a domarlo, a rinchiuderlo in orologi da taschino e cronometri e, per coloro che tengono il tempo alla catena, questo scorre senza intoppi. Ma se lo liberi, vedrai: scorre in maniera diversa a seconda della persone. Per alcuni è lento e viscoso, lo contano con i respiri attraverso i quali inalano ed espirano il fumo delle sigarette, per altri invece fugge via e riescono a misurarlo solo grazie alle vite che gli passano davanti. Pensi che ora sia mattina? Beh, c’è un’ottima possibilità che tu abbia ragione, circa il venticinque per cento. Tuttavia, il fatto che sia mattina non ha molto senso, dato che il sole sorge là sopra, dove non c’è più vita, o per lo meno non ci sono più persone. Ciò che accade lassù ha valore per coloro che non ci vanno mai? No. Quando io ti dico ‘buona sera’, puoi anche rispondermi ‘buon giorno’, se lo desideri.»
«In realtà sembrava che stesse procedendo dalla parte giusta: gli eventi della sua vita formavano una trama armoniosa che influenzava la volontà e la ragione umana, tanto che i suoi nemici ne erano abbagliati e i suoi amici vedevano la luce ed erano in grado di aiutarlo in tempo. Era una trama che controllava la realtà; le leggi immutabili della probabilità ne cambiavano obbedienti la forma, come con uno stucco, in risposta al potere crescente di una mano invisibile che lo spostava sulla scacchiera della vita.»
“Metro 2033” non è soltanto un romanzo: è un progetto multimediale che, nel tempo, ha coinvolto autori, artisti e sviluppatori, trasformandosi in un vero e proprio universo narrativo. È il primo capitolo di una saga che, nelle mani abili di Dmitry Glukhovsky, ha dato vita a un mondo complesso, coerente e in continua espansione. In Italia ha partecipato anche Tullio Avoledo, scrittore friulano eclettico, capace di muoversi con disinvoltura tra i generi, mantenendo sempre viva una tensione verso il fantastico.
L’universo di Metro 2033 è, appunto, post-apocalittico.
Rimaniamo però concentrati sul primo romanzo e sul suo autore, sia come scrittore sia come personaggio pubblico. Tutto si può dire di Metro 2033, tranne che manchi di originalità. Pubblicato per la prima volta nel 2002, più di vent’anni fa, il libro non ha perso nulla della sua forza visionaria e della sua capacità di affascinare. Nel giro di poco tempo divenne un caso letterario internazionale, capace di conquistare lettori e critica.
Glukhovsky sceglie come ambientazione la metropolitana di Mosca, trasformata in una tentacolare città sotterranea abitata dai superstiti di un olocausto nucleare. Ogni stazione diventa una piccola comunità autonoma, con proprie regole, leggi e strutture di governo: una miniatura del mondo di superficie. In questo labirinto di tunnel si riflettono le contraddizioni della società umana: fazioni politiche, sette religiose, gruppi rivoluzionari, fino a conflitti che degenerano in guerre civili. È un microcosmo politico e antropologico, un “mondo in scala ridotta” con stazioni-nazioni e fragili alleanze sovranazionali.
Gli abitanti della metro sembrano condannati a un girone infernale, dove la pena è la coazione a ripetere gli stessi errori e crimini del passato. Eppure, il paradosso di questo mondo estremo consente anche una lettura capovolta: la metro è sì un inferno, ma anche un rifugio, che protegge non solo dalle radiazioni, ma anche da pericoli più sottili e misteriosi, come i famigerati “Tetri”, misteriose creature al limite del mito. Tra inferno e rifugio si apre uno spazio di speranza, fragile ma vitale. Gli abitanti – soprattutto i più giovani – vivono costantemente rivolti verso il futuro, alla ricerca di una luce che venga dalla superficie.
Tuttavia, Metro 2033 non è soltanto un romanzo di fantascienza apocalittica: è anche una storia d’avventura con tutti gli ingredienti del genere – mostri, entità inquietanti, luoghi oscuri – ma contaminata da fantasy, horror, romanzo sociale e thriller, con una galleria di personaggi degna della grande narrativa popolare.
Al centro della vicenda c’è il viaggio dell’eroe, incarnato da Artyom, un giovane nato e cresciuto nei sotterranei. È naturale, dunque, che il romanzo assuma anche i tratti di un romanzo di formazione e di iniziazione. La componente epica è forte: Glukhovsky costruisce un mito moderno, un’“Odissea” dai toni lovecraftiani, con richiami – più o meno espliciti – al Frodo tolkieniano. Artyom attraversa prove terribili, ma sembra guidato da un destino che lo protegge e lo conduce a compiere la propria missione.
In realtà, Artyom è tutt’altro che un eroe nel senso classico. Non ha il physique du rôle: è ingenuo, impacciato, insicuro, lontano dal cliché dell’eroe determinato. Eppure, nei momenti cruciali trova una forza interiore inaspettata, o un aiuto provvidenziale, quasi un deus ex machina che lo salva e lo rimette in cammino.
L’apocalisse descritta da Glukhovsky ha lasciato tracce profonde nell’animo umano. I rapporti sociali sono sconvolti, l’empatia e la solidarietà si sono disgregate e ricostruite su basi nuove. Il romanzo mette in scena una crisi dell’identità, individuale e collettiva: l’umanità sopravvive, ma a prezzo della propria coscienza originaria.
Non sorprende che dal romanzo siano nati videogiochi di enorme successo: la struttura narrativa, i luoghi, le dinamiche interne sembrano fatti apposta per una trasposizione interattiva. La metro appare come un labirintico parco di attrazioni post-umane, dove il superamento dei livelli si intreccia con la sopravvivenza quotidiana, tra tunnel, gallerie, botole e piattaforme.
La scrittura di Glukhovsky alterna momenti riflessivi e introspettivi a ritmi incalzanti e visionari; passa dal tragico all’ironico, dall’epico al grottesco, conservando sempre quella vena di ingenuità poetica tipica della narrativa russa. Le influenze letterarie spaziano dal XIX al XX secolo – da Dostoevskij a Bulgakov – ma il romanzo si apre anche a connessioni metaletterarie più contemporanee, proprio per la sua natura ibrida e multimediale: un mosaico di generi e linguaggi che si incastrano come tessere di un grande puzzle.
Tra i capitoli più memorabili spicca quello intitolato “La Grande Biblioteca”, un omaggio evidente alla “Biblioteca di Babele” di Borges, ma filtrato attraverso le atmosfere dell’horror gotico e dell’apocalisse. Qui la scrittura raggiunge vertici di potenza visionaria: i mostri lovecraftiani generati (o forse solo immaginati) dalle radiazioni appaiono con una tangibilità terrificante. “Metro 2033" non è un semplice romanzo contro la guerra, ma un urlo disperato dell’umanità contro se stessa, un appello a fermare la spirale della distruzione
Anche per questo Glukhovsky, come figura pubblica, incarna l’anima libertaria e pacifista che attraversa la sua opera. Scrittore dissidente e risoluto critico del regime di Putin, ha condannato apertamente l’intervento russo in Ucraina, attirandosi le ire del potere. È stato condannato nel 2023 in contumacia (non vive in Russia) per aver “screditato le forze armate” del suo Paese ed è stato inserito, insieme ad autori come Boris Akunin, nella lista dei cosiddetti “agenti stranieri”.

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