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sabato 1 novembre 2025

George Orwell, “Una boccata d’aria” (1939)


George Orwell, “Una boccata d’aria” (1939)

«La testa del caro Porteous, a pensarci, ha probabilmente smesso di funzionare all’epoca della guerra russo-giapponese. Ed è una gran brutta storia che quasi tutte le persone decenti, quelle che non vogliono andare in giro a spaccare facce con le chiavi inglesi, siano così. Sono decenti ma le loro teste si sono spente. Non possono difendersi da ciò che le attende perché non lo vedono, nemmeno quando ce l’hanno sotto il naso. Pensano che l’Inghilterra non cambierà mai, e per loro l’Inghilterra è il mondo intero. Non capiscono che in realtà è giusto un residuo, un angolino che per il momento si è risparmiato le bombe. Cosa dire poi dell’umanità nuova dell’Europa orientale, degli uomini aerodinamici che pensano per slogan e parlano con i proiettili? Li abbiamo alle calcagna. Non passerà molto prima che ci raggiungano. Con quei ragazzi là non valgono le regole del marchese di Queensberry. Intanto le persone decenti sono tutte paralizzate. Persone morte e gorilla vivi. Nel mezzo non sembra esserci niente.»

«Tutte le cose che vi passano nell’anticamera del cervello, quelle da cui siete terrorizzati, quelle che vi illudete siano soltanto incubi o che accadano esclusivamente nei paesi stranieri: le bombe, le code per il cibo, i manganelli di gomma, il filo spinato, le camicie colorate, gli slogan, i faccioni enormi, le mitragliatrici che sputano proiettili dalle finestre delle camere. Tutto ciò accadrà. Lo so. O comunque lo sapevo in quel momento. Non c’è scampo. Combattetegli contro, se volete, oppure guardate dall’altra parte facendo finta di non vedere, o magari afferrate una chiave inglese e correte a spaccare un po’ di facce insieme agli altri. Ma non c’è via d’uscita. È qualcosa che deve accadere.»

Fa male al cuore leggere “Una boccata d’aria” di George Orwell. È ciò che ho provato affrontando questo romanzo, ingiustamente meno celebrato rispetto a “1984”, “La fattoria degli animali" e persino a “Omaggio alla Catalogna", grande capolavoro, ma considerato anch'esso “minore”. È un dolore acuto, un colpo al petto che si accompagna a una strana forma di piacere: quello che nasce di fronte alla lucidità narrativa e alla profondità introspettiva dello scrittore, totalmente immerso nel proprio personaggio.

Fa male perché il cinismo e l’amaro sarcasmo che pervadono quest'opera di estremo realismo sono il punto zero di una cruda disillusione, che Orwell già nel 1938, dieci anni prima di “1984” rende con stupefacente precisione. Dolore e insieme piacere per le capacità descrittive e introspettive di Orwell, completamente calato nel suo personaggio.

Orwell è da poco tornato in Inghilterra, dopo la terribile esperienza fatta in terra di Spagna, partecipando alla Guerra Civile. E mentre “Omaggio alla Catalogna” è il diario fedele di quell’esperienza, questo è il diario di un personaggio immaginario, che è il riflesso indiretto della sconfinata amarezza dello scrittore. Come Orwell è reduce di una guerra, quella di Spagna, così lo è il suo alter ego George Bowling in “Una boccata d’aria”, reduce della Grande Guerra.

Bowling è un uomo qualunque, un assicuratore mediocre che decide di mettere per iscritto i propri pensieri alla vigilia di un nuovo conflitto mondiale. Un’esistenza banale, la sua, ma animata da un’acuta – e spesso autodistruttiva – capacità di introspezione, che sembra sfociare in un cupio dissolvi senza via d’uscita.

Il romanzo procede come un flusso ininterrotto di memoria e presente, un succedersi di episodi che dall’infanzia arrivano fino all’anno della pubblicazione, in un mondo sospeso sull’orlo dell’abisso. Il rischio della guerra è ancora un’ombra, ma ogni pagina rivela quanto quella minaccia sia ormai inevitabile.

Il protagonista ci presenta un mondo in progressiva e inarrestabile dissoluzione. In questo senso il romanzo, pur non essendo in alcun modo di genere, si presenta come un romanzo di anticipazione. Infatti, “Una boccata d'aria” anticipa ciò che sta per accadere e lo fa senza lasciare uno spiraglio di luce, seppure descrive una persistente vuota normalità. Quasi una sorta di distopia, se non fosse per il crudo realismo e se non fosse ambientato con precisione in un contesto storico che nulla ha di fantascientifico. Lo sguardo che proviene dall'interno della società in dissoluzione rende superfluo qualsiasi tentativo di analisi e di conseguente ricomposizione. 

La narrazione in prima persona di un uomo ordinario è il colpo di genio dello scrittore inglese. Un uomo ordinario immerso nella quotidianità, ma straordinario nel raccontare ciò che vive, alla stregua del protagonista delle dostoevskijane “Memorie del sottosuolo”. Si respira lo stesso senso di disperazione e di rassegnazione. Anche l’infanzia, lungi dall'essere un eden perduto, appare già compromessa, già attraversata da germi del disincanto.

Il ripetersi della tragedia era già scritto negli anni che avevano preceduto le due guerre. Bowling è come se vivesse due vite delimitate da due grandi catastrofi, gravate da un analogo pesante disagio esistenziale che negli anni venti e trenta si fa ancora più mortifero. Un banale assicuratore di mezza età, col suo frammentario ma dettagliato punto di vista, rende ancora più vivida e terribile la disumanizzazione che dominerà incontrastata per la seconda volta da lì a poco.

Se l’infanzia lascia intravedere un mondo non ancora compiuto, l’età adulta rivela invece il compimento della decadenza: morale, sociale, materiale. Non c’è rimpianto, non c’è nostalgia vera; c’è solo constatazione, un’analisi che sterilizza ogni possibile sentimentalismo.

In questo romanzo sembra già germinare la critica al totalitarismo delle opere future. Non un totalitarismo politico definito, ma un totalitarismo della vita quotidiana, un totalitarismo diffuso, fatto di abitudini, di paure, di asfissia morale, senza un effettiva collocazione ideologica, perché è insito in ogni gesto, ogni piega e anfratto dell’esistenza umana di allora.

Bowling, per reazione cerca di rifugiarsi nella nostalgia del passato, e la cittadina immaginaria di Lower Binfield assurge a simbolo di questa effimera illusione di un passato migliore, più a dimensione umana, una tensione emotiva tesa a far rivivere le impressioni dell’infanzia, di un’infanzia che non c’è più, semmai ci sia stata. È tutto un rincorrersi di pensieri, di ricordi, di desideri, di sensazioni e di illusioni. Questo movimento nostalgico prepara il crollo finale della sfera privata, mentre il mondo all’esterno si prepara a esplodere.

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