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martedì 4 novembre 2025

“Questi fantasmi!” (1946)


I capolavori di Eduardo

Eduardo De Filippo, “Questi fantasmi!” (1946)

«...A noialtri napoletani, toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone... Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell'oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici... il caffè costa così caro... Mia moglie non mi onora queste cose, non le capisce. È molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Nessuno potrebbe mai prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura… Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente…»

“Questi fantasmi!” occupa un posto particolare nella mia memoria: è senza dubbio una delle opere di Eduardo che più amo. L’inquietudine che suscita fin dalle prime battute non può lasciare indifferenti. Pur armonizzandosi pienamente con l’intera produzione dell’autore, si distingue per un’originalità non canonica e per i toni cupi, nascosti dietro un’amara comicità. È una delle commedie che meglio riesce a scandagliare lo spazio interiore dell’essere umano.

Non solo l’ho letta più volte, ma l’ho anche vista rappresentata in svariate versioni.

Pasquale Lojacono, con il suo apparire in scena, si configura subito come una delle maschere più emblematiche del teatro eduardiano. Richiama immediatamente Felice Sciosciammocca, figura centrale del teatro di Scarpetta, ma se ne distacca profondamente. A differenza della creatura scarpettiana, infatti, Pasquale incarna la modernità e le contraddizioni del dopoguerra: il cinismo e l’ingenuità, la complessità e la crisi, la dimensione tragica che attraversa le sue azioni.

È sì una classica maschera napoletana, credulona, poetica, capace di trasformare un difetto in virtù, la miseria in sogno. Ma dietro la risata che suscita si cela la tragedia di un uomo che vive al confine tra realtà e illusione, tra menzogna e verità. Pasquale varca più volte questo confine, fino a confondere le due dimensioni, nel tentativo di anestetizzare il proprio dolore. Il genio di Eduardo plasma così una figura universale, pur estratta dalla cultura partenopea.

“Questi fantasmi!” non è solo una delle più alte tragicommedie dell’autore, dove ironia, dramma e filosofia quotidiana si fondono in un equilibrio unico, ma è forse la più cupa delle sue creazioni, una sintesi della sua intera weltanschauung.

Un equilibrio che si fonda, tuttavia, su una dissonanza evidente: quella tra illusione e inganno, tra ipocrisia e ingenuità, alimentate dallo stesso Pasquale. Credere nei fantasmi diventa per lui un conforto: l’illusione lo salva dall’abisso del dolore e dalla solitudine. Pasquale mente anzitutto a se stesso, e proprio su questa ambiguità Eduardo costruisce gran parte della commedia.

In un primo momento, Lojacono teme le presenze che si suppone infestino la casa sinistra in cui va ad abitare; poco alla volta però arriva ad amarle, ad affidarsi a quell’inganno che gli permette di edificare una realtà parallela, più sopportabile della vita reale. Il bisogno estremo di credere in qualcosa – in un mondo fantasma – lo sostiene: non solo per sopravvivere, ma per continuare a sperare, fino a negare l’evidenza e soffocare l’urlo della disperazione.

Accanto a questo tema, la commedia affronta un altro nodo tipico del teatro di Eduardo: il rapporto di coppia e la crisi matrimoniale. È un tema ricorrente, che qui viene rappresentato in tutta la sua fragilità, fatta di silenzi, bugie, illusioni, tradimenti. Ma mentre in altre opere si intravede una possibilità di ricomposizione, in “Questi fantasmi!” domina un pessimismo senza scampo.

Non c’è nulla di soprannaturale, dunque, in questa commedia, ma molto di reale: è la rappresentazione di un conflitto interiore, delle menzogne che diciamo a noi stessi per alleggerire il peso di un’esistenza insostenibile. Eduardo mette in scena un mondo cupo, dove non solo manca la comunicazione con l’altro, ma in cui diventa impossibile persino sopportare se stessi.

La scena più celebre è quella del monologo del caffè. Ma non si tratta di un vero monologo: Eduardo vi costruisce un dialogo immaginario con il professore Santanna, il dirimpettaio di balcone. Il professore non appare mai, né si ode la sua voce: egli è l’unico vero fantasma. Eppure, la sua “assenza” diventa paradossalmente utile, perché è l’unica presenza che riconduce Pasquale alla concretezza. Il monologo/dialogo spezza la follia che domina l’opera, introducendo una pausa di realtà. In questo senso, il professore simboleggia uno sdoppiamento: Pasquale che parla a se stesso, ed Eduardo che, attraverso di lui, si rivolge direttamente al pubblico.

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