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sabato 8 luglio 2023

Stanislaw Lem, "L'Invincibile" (1964)

 


Consigli di lettura


Stanislaw Lem, "L'Invincibile" (1964)


«La conquista della terra, che per lo più significa portarla via a coloro che hanno una diversa carnagione o nasi leggermente più piatti dei nostri, non è una cosa edificante quando la si osservi troppo a lungo»

Joseph Conrad, "Cuore di tenebra" (1899)


L'edizione in mio possesso di questo romanzo riporta l'introduzione di Bruce Sterling, lo scrittore noto ai più per essere, insieme a William Gibson, tra i maggiori esponenti del sottogenere di fantascienza denominato cyberpunk. È un piccolo saggio di come dovrebbe essere scritta l'introduzione ideale: divertente e scorrevole come un racconto.

Sterling racconta Lem per come lo conosceva: uno scrittore assai geniale e dal carattere molto difficile, pronto a stroncare qualsiasi suo collega americano di fantascienza, con l'eccezione di Philip K. Dick.

Ironia della sorte volle, però, che fu proprio lo stesso Dick, nel 1974, preda ormai di una incontrollabile follia paranoide, a denunciare Lem all'FBI come spia comunista.


Ma nonostante tutto, è proprio con Dick che Lem, a mio parere, ha qualcosa in comune nell'ambito della fantascienza: la profonda complessità del loro messaggio e la lettura a più livelli della loro visionaria narrazione, sfidando con successo le convenzioni del genere. Ciò li rendeva molto affini, pur se nella diversità, in quanto Dick sfociava sovente nell'allucinazione virtuale incontrollata, mentre Lem si dava molta pena nel voler spiegare tutto, attraverso la razionalizzazione tecno-scientifica, quasi una sorta di iperrealismo fiction, un ossimoro, che però lo scrittore polacco passava puntualmente al vaglio critico con una dose non indifferente di ironia. Una sospensione dell'incredulità assai controllata e molto calcolata.


Anche in questo romanzo, successivo di qualche anno a Solaris, Stanislaw Lem continuava la sua ricerca dell'imponderabile, con una 'space opera' che ha come teatro un nuovo pianeta misterioso, tematica già affrontata, oltre che in Solaris, pure nel "Pianeta Eden". Il viaggio della navicella "Invincibile" su Regis III, un piccolo corpo celeste delle stesse dimensioni di Marte, apparentemente desertico e privo di vita, ha come scopo il recupero della nave gemella Condor e del suo equipaggio, inspiegabilmente scomparsi.


Un enorme costante dispendio di tecnologia e di risorse viene impiegato nella ricerca, che si trasforma in duplice desiderio di scoperta. È una sfida dove gli alieni, come nei due precedenti romanzi, sono i terrestri, al cospetto di un mondo che riserva continue sorprese, in una strenua lotta contro l'imponderabile. 

La visionaria e particolareggiata descrizione, usuale in Lem, di fenomeni e "accidenti" che si verificano sul pianeta è assai predominante, riducendo all'essenziale i dialoghi. Ed è questo il modo in cui la sua narrativa riesce ad esprimersi al meglio.


"L'invincibile" possiede l'incedere tipico dei romanzi dello scrittore, con un inizio in sordina dedicato prevalentemente a una panoramica degli aspetti tecnico-scientifici, per poi, con lo scorrere delle pagine, ritrovarsi nel vortice di un inevitabile crescendo. 

La sensazione di claustrofobia, nonostante la presenza di spazi aperti, è ai massimi livelli, la stessa che si può riscontrare in "Pianeta Eden" e in "Solaris". È una claustrofobia indotta da percezioni del tutto dissonanti, ma, tuttavia, ben presenti, suscitata soprattutto dal senso incombente di completa estraneità.


Le diatribe tra scienziati e tecnici, che costituiscono "una specie di stato nello stato", sono tra le parti migliori, con discussioni che si prolungano fin quasi alla rissa verbale, e che ritornano più volte nel corso delle pagine, sono basate su concetti apparentemente caratterizzati da rigore scientifico, e inscenati con la consueta ironia da parte dello scrittore polacco.

Tuttavia, le leggi della fisica, della chimica e della biologia sono completamente stravolte sul pianeta Regis III, mettono alla prova le conoscenze dei cosiddetti "adepti" terrestri, ed è quindi tutto un fiorire di teorie, che escono dalla penna geniale di Lem.


Stabilire un contatto con qualsivoglia intelligenza sembrerebbe che sia il principale scopo del gruppo di terrestri, questione che diviene centrale nel romanzo, come lo era stato d'altronde anche in "Eden" e in "Solaris". L'ossessione umana di andare oltre la comunicazione con la propria specie, si sostanzia in una sorta di delirio scientista, in cui le conoscenze e le tecnologie usate rivelano, di volta in volta, la loro impotenza. Ma tutto ciò è lungi dallo scoraggiare la determinazione umana verso l'inconoscibile.


Il desiderio di sfida del comandante, una sorta di Achab interstellare depresso, del suo equipaggio, e naturalmente degli scienziati, con poche eccezioni, va oltre il desiderio di comunicare e di recuperare i dispersi, è volto a voler domare il mostro e nulla sembra poterli fermare. Sono pervasi da una lucida e allucinata follia, che segue l'evolversi del crescendo della trama, colma di notevole tensione.


Però, il nemico che scelgono di affrontare non ha origini naturali come Moby Dick. A ben poco serve la razionalità umana quando di mezzo c'è l'inconoscibile onnipotenza tecnologica allo stato puro, e il mostro è lì, come un monito, a dimostrarlo. 

Quindi, più che al Melville di "Moby Dick", Lem qui sembra ispirarsi all'altro scrittore di origine polacca, al Joseph Conrad di "Cuore di tenebra".

Toccherà a qualcun altro esporsi contro il mostro, per dover concludere: “Non tutto è stato fatto per noi, e il nostro posto non è dappertutto”.

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