Da "Ragazzi di Vita" di Pier Paolo Pasolini, 1955
Brano tratto dal Cap. VII "Dentro Roma" (pp. 221-223)
È un amore appassionato quello che mi lega a "Ragazzi di Vita" di Pasolini. Un amore fatto di una lettura coinvolgente e intensa che ebbe il suo apice di commozione nel momento in cui arrivai al brano che segnalo qui. Due pagine e mezzo di pura poesia, nelle quali i tre aspetti dell'arte pasoliniana convergono magicamente, fino a farci trovare al cospetto non solo del narratore, ma anche, appunto, del poeta e del regista.
Questo brano rende perfettamente la dimensione di quanto Pasolini fosse coinvolto emotivamente dalle e nelle sue opere. Una voce narrante che si trova immersa essa stessa nelle pagine del suo libro. Lo scrittore è lì insieme ai suoi personaggi e ne racconta, con ellenica propensione al tragico, le vicende. È lì, che si aggira per le strade di borgate e quartieri romani, seguendo da vicino, quasi toccandoli, i suoi ragazzi di vita, come un angelo sperduto, un cantore di sofferenza e di condivisione.
Ma ad un certo punto si ferma, abbandona per un attimo il Riccetto e gli altri ragazzi ed alza lo sguardo, osserva attorno, quasi con attonito stupore, ciò che lo circonda e ce lo descrive. Inizialmente la visione è ravvicinata e il cantore si sporge e cerca di guardare più lontano, poi l'angelo si solleva lentamente in volo, non potendo farne a meno, e attraversa l'amatissima Città.
Assolutamente esente dal politically correct in cui è naufragata la sinistra nei decenni successivi alla sua morte, è probabile che un romanzo come questo oggi avrebbe avuto non poche difficoltà ad affermarsi.
Quello che segue è un brano privo di paragrafi, in cui la scrittura si sussegue fluida e inarrestabile senza far ricorso agli "a capo". Una vorticosa descrizione di Roma. Un prolungato "piano sequenza" cinematografico. Un sublime atto di amore rivolto alla "sua" Città.
Godetevelo e ammirate.
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"Faceva un caldo che non era scirocco e non era arsura, ma era soltanto caldo. Era come una mano di colore data sul venticello, sui muri gialletti della borgata, sui prati, sui carretti, sugli autobus coi grappoli agli sportelli. Una mano di colore ch'era tutta l'allegria e la miseria delle notti dell'estate del presente e del passato. L'aria era tirata e ronzante come la pelle di un tamburo; le pisciate anche appena fatte, che rigavano il marciapiede, erano secche; i mucchi di immondezza si sfregolavano abbrusotliti e senza più odore. A fare odore erano solo le pietre e i bandoni ancora caldi al sole: magari con attorno distese di stracci bagnati e poi rinsecchiti dal caldo. Negli orti che ancora restavano qua e là, gonfi di legumi che crescevano soli belli grassi come nel paradiso terrestre, non c'era un goccio di guazza. E nei centri delle borgate, nei bivii, come lì al Tiburtino, la gente s'ammassava, correva, strillava, che pareva d'essere nei bassifondi di Shangai: pure nei posti più solitari c'era della confusione, con file di maschi che andavano in cerca di qualche zoccoletta, fermandosi a far due chiacchiere alle bottegucce dei meccanici ancora aperte, col Rumi di fuori. E passato Tiburtino, ecco Tor dei Schiavi, il Borghetto Prenestino, l'Acqua Bullicante, la Maranella, il Mandrione, Porta Furba, il Quarticciolo, il Quadraro... Altri centinaia di centri come quello lì al Tiburtino: con un mare di gente sotto il semaforo, che mano a mano andava sparpagliandosi nelle strade intorno, rumorose come androni, coi marciapiedi tutti rotti, e lungo ruderi colossali di mura con sotto file di tuguri. E bande di giovanotti che facevano a fugge coi loro motori, Lambrette, Ducati o Mondial, mezzi ubbriachi, con le tute unte aperte sul petto nero, oppure acchittati che parevano usciti da una vetrina di Piazza Vittorio. Tutto un gran accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno intorno, con centinaia di migliaia di vite umane che brulicavano tra i loro lotti, le loro casette di sfrattati o i loro grattacieli. E tutta quella vita, non c'era solo nelle borgate della periferia, ma pure dentro Roma, nel centro della città, proprio sotto il Cupolone, che bastava mettere il naso fuori dal colonnato di Piazza San Pietro, verso Porta Cavalleggeri, e èccheli llì, a gridare, a prendere d'aceto, a sfottere, in bande e in ghenghe intorno ai cinemetti, alle pizzerie, sparpagliati poco più in là, in via del Gelsomino, in via della Cava, sugli spiazzi di terra battuta delimitata dai mucchi di rifiuti dove i ragazzini di giorno giocano a palla, in coppie tra le fratte coperte di pezzi di giornale abbandonati tra via delle Fornaci e il Gianicolo... E sotto, passato il traforo gocciolante, ecco tutto uguale, a Piazza della Rovere, dove file di turisti passano a testa alta, tenendosi a braccetto, coi calzoni alla zuava e le scarpe pesanti, cantando canzoni alpine in coro, mentre giovinastri addossati alla spalletta del Tevere, presso una latrina intasata, coi calzoni a tubbo o gli scarpini a punta, li guardano dicendogli dietro con un'espressione annoiata e sarcastica delle parole che se le capissero li farebbero morire di un colpo. E giù per i lungoteveri per dove passano scassati i rari tram sotto le gallerie dei platani, lungo selciati sconnessi, e le Lambrette che se la sbroccolano in curva con sopra un giovanotto o due in cerca di rogna; verso Castel Sant'Angelo con ai piedi, sul pelo del fiume, il Ciriola tutto illuminato; verso Piazza del Popolo elegante come un gran teatro, il Pincio, e Villa Borghese, col ronzio dei violini e le sordine delle mignotte, o ai frosci che passano in frotta cantando con le palpebre abbassate e le bocche cascanti "Sentimental", e sbirciando con la coda dell'occhio per vedere se per caso non stesse arrivando il carrettone. Oppure, dalla parte opposta, verso Ponte Sisto, dove sotto il Funtanone sporco e tutto luccicante, due squadre di giovincelli trasteverini stanno facendo una partita a pallone, urlando di brutto, e correndo come un branco di pecore tra le ruote delle millenove dei ganzi che vanno con la zoccoletta di Cinecittà a cenare all'Antica Pesa: mentre da tutti i vicoletti di Trastevere, lì dietro, giunge il brusio delle mascelle maschili e femminili che masticano la pizza o il crostino, all'aperto, in Piazza Sant'Egidio o al Mattonato, coi ragazzini che fanno la lagna o intorno i pischelli che litigano correndo sui selciati, leggeri come le carte sporche che il venticello trascina qua e là."

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