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venerdì 3 marzo 2023

"Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera " (2010)

Consigli di lettura 


"Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera " (2010)

di Kelly M. Greenhill


Questo è il classico caso, molto raro, in cui ti aspetti di leggere delle cose, ma ne trovi soprattutto delle altre che non avevi considerato. Insomma, un incontro assai sorprendente, e vi lascio solo immaginare quanto interessante. 

Una lettura necessaria, dopo la quale non guarderai più il mondo con gli stessi occhi.


“Armi di migrazione di massa” è il risultato di un'approfondita, rigorosa e dettagliata ricerca sull'uso delle migrazioni di massa come armi non convenzionali. Uno dei mezzi con cui si combattono le guerre ibride asimmetriche, evitando conflitti armati diretti. E che hanno un'importanza infinitamente maggiore di quanto normalmente si possa pensare. Se state pensando solo ai barconi, beh, non avete ben presente il fenomeno nella sua interezza.


Un saggio che andrebbe letto soprattutto da quelli che hanno un'immagine romantica delle motivazioni di tutti i flussi migratori, e da quanti non vogliono vedere le reali motivazioni della mobilità di enormi masse di disperati, che vengono trattati razzisticamente, non solo come esercito industriale di riserva e come merce da consegnare allo sfruttamento e alla criminalità organizzata, ma anche come strumenti nella risoluzione di conflitti tra stati (e non solo tra stati), in cui "generatori", "agenti provocatori" e "opportunisti" sono gli attori principali delle cosiddette migrazioni coercitive.


Le finalità  sono molteplici: causare o prevenire cambiamenti di condotta politica mediante il ricorso a minacce, intimidazioni o altre modalità di pressione. 

Con migrazione coercitiva programmata (MCP) si intende appunto questo, l’utilizzo di quei movimenti di persone transfrontalieri deliberatamente innescati o manipolati da entità statali o non statali, allo scopo di destabilizzare, ottenere vantaggi politici, militari e/o economici da uno o più stati destinatari. Oppure per minarne o distruggerne il tessuto e l'equilibrio sociale e provocare regime change. 

L'analisi si estende ai successi, ai fallimenti e ai costi di ogni crisi migratoria.

Il libro è del 2010 e non contiene quindi episodi significativi che hanno coinvolto il mondo successivamente.


Ma in un articolo del 2016, la Greenhill analizza il progredire delle crisi in Turchia, Libia e Siria. Da questo articolo prendo alcune significative citazioni che racchiudono in buona parte anche il senso del saggio.

«Le crisi migratorie, effettive o minacciate, tendono a dividere le società in (come minimo) due gruppi reciprocamente incompatibili ed altamente polarizzati: gli schieramenti pro e contro.

Anche cosa significhi essere pro- o anti-immigrazione è un concetto che varia secondo gli stati di destinazione e secondo le crisi.


Potenziali ricattatori spesso cercano non solo di sfruttare le differenze già esistenti fra queste fazioni, ma anche di aumentare la vulnerabilità dei paesi destinatari nel corso del tempo, attraverso azioni designate a catalizzare, direttamente o indirettamente, una maggiore mobilitazione e ad innalzare il grado di polarizzazione, riducendo così le opzioni politiche disponibili ai governi. Fra i metodi utilizzati dai ricattatori vi sono i tentativi di incrementare la portata, le dimensioni e l’ampiezza di un flusso già esistente, o di modificarne le caratteristiche, ad esempio aggiungendo altri soggetti da gruppi ‘indesiderabili’ o simpatizzanti con la loro causa, di minacciare di alzare le tensioni, o più semplicemente di esercitare pressioni su determinati membri delle fazioni pro e contro.


A queste condizioni, risulta sempre preferibile l’opzione di fare concessioni, che è esattamente il risultato sperato dal ricattatore. Questo non perché tali concessioni non abbiano un costo, ma perché, in confronto all’eventualità o all’avanzata di una crisi, le previsioni di futuri disagi e costi crescenti vanno valutate in funzione dei costi e benefici associati con la fine immediata della crisi, tramite la resa alle pretese del ricattatore.

L’utilizzo delle migrazioni a scopo coercitivo è una pratica problematica dal punto di vista normativo e materiale, ed i costi, soprattutto per le vere vittime di questo tipo di coercizione, ossia gli stessi sfollati, sono tragicamente alti.»


La Greenhill si avvale di schede, tabelle e grafici, per raccontare episodi che vanno dal secondo dopoguerra ai primi anni del nuovo millennio. Episodi che vedono in azione sfidanti e bersagli, stati e regimi di tutti i tipi, a volte anche a turno, impegnati nell'uno e nell'altro ruolo della contesa, con soggetti terzi che si inseriscono per trarne propri benefici e con scopi anche diversi da quelli dello sfidante. In tutto questo il ruolo ricoperto dalle ONG non è affatto secondario, anche se sicuramente non è il principale.


La ferocia della globalizzazione nello scacchiere geopolitico, offre attraverso queste vicende un'immagine devastante e di un cinismo sconvolgente, che ben poco si armonizza con le motivazioni umanitarie del politically correct.

L'autrice ci racconta, con una buona dose di equilibrio e obiettività, fatti e fenomeni noti (Cuba, Kosovo, Haiti, Corea del Nord, Albania …), ma anche assolutamente sconosciuti e mai trattati dai mass media, oppure trattati solo parzialmente, con una tendenza a renderli più digeribili per l'opinione pubblica.


La posizione critica, ma moderatamente pro-occidentale, cosa che può essere considerata più che naturale in una studiosa statunitense "progressista", ha un ruolo molto marginale nell'economia del saggio, che non influenza la serietà della metodologia usata. Ma è indicativa del fatto che chi affronta con scrupolo le analisi di certi fenomeni tende a non farsi condizionare dall'ideologia di appartenenza. Cosa che non si può certo dire del dibattito farsesco in corso da decenni nel nostro Paese, stracolmo di razzismo vero e immaginario. Drogato all'inverosimile da strumentalizzazioni ideologiche da parte di soggetti, ai quali delle vittime non frega nulla.


Inoltre, non fa sconti all'ipocrisia clintoniana, criticandola duramente, in merito alla crisi di Haiti negli anni novanta e al contemporaneo genocidio in Ruanda.

Molto istruttivo e paradigmatico, anche per la realtà odierna, è il caso della Corea del Nord. Mette in guardia sul fatto che i trafficanti di esseri umani hanno enormi possibilità di inserirsi e sfruttare a loro vantaggio gli spostamenti transfrontalieri, approfittando delle debolezze e delle contraddizioni degli stati.


La vera importanza del libro, però, risiede soprattutto in altro: nell'individuazione di dinamiche molto complesse e non comunemente analizzate, infatti, il libro è assai illuminante per decifrare aspetti, messi poco in luce o sottaciuti completamente all'opinione pubblica, che determinano una parte consistente delle motivazioni dei flussi migratori. Anzi, è ancora più prezioso proprio per lo sforzo tendente all'equilibrio e per l'intenzione tutta volta ad un'analisi meticolosa e il più possibilmente oggettiva dei meccanismi molto complessi (così come è complessa la geopolitica), e dei conflitti che stanno dietro alle migrazioni di massa.


Le armi di migrazione di massa, come dimostra ampiamente il libro, generano sempre fronti pro e anti accoglienza, ma sbaglierebbe chi dovesse pensare che la prima sia sempre appannaggio della sinistra e la seconda della destra, una semplificazione che ormai mostra la corda su qualsiasi argomento. Molto dipende dai contesti geografici, sociali e ideologici, che fanno da retroterra alle singole migrazioni e, ovviamente, alle motivazioni di generatori, agenti provocatori e opportunisti.


Non esiste una migrazione di massa veramente sostenibile, e una che minaccia di essere continua e protratta nel tempo, si rivela assai destabilizzante.

In conclusione, appare comunque chiaro che il fenomeno dell’immigrazione di massa prevede in ogni caso un costo, spesso un costo pesante, in termini economici, politici, culturali, ambientali e demografici, non solo per il paese accogliente, ma anche per quelli di partenza, che sovente sono anche diversi da quelli che usano le migrazioni come arma, e che le usano anche contro di loro: contro quelli più poveri. Ostinarsi a negarlo vuol dire non voler riconoscere la realtà fattuale e contribuire in qualche modo alla diffusione delle guerre asimmetriche non convenzionali, legittimando appunto l’uso delle armi di migrazione di massa.

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