Cult Movie
"Dead Man" (1995)
Regia di Jim Jarmush
Con Johnny Depp, Robert Mitchum, Gary Farmer, John Hurt, Gabriel Byrne, Iggy Pop, Mili Avital.
Il buon Cinema dovrebbe essere in grado innanzitutto di provare a catturare l'essenza della visione, e in qualche modo dovrebbe anche rappresentarne l'apoteosi. Un Cinema essenziale, fatto di sensazioni, sguardi e mitologia dell'immagine. Un film rigorosamente in bianco e nero potrebbe in teoria peccare per difetto rispetto alle suddette premesse. Ed invece è proprio il bianco e nero, abbastanza spesso, a rappresentarne meglio certe caratteristiche.
Jarmush con il film in questione tiene fede a questo tipo di impostazione, rielabora a suo modo la lezione di Sergio Leone e dei grandi classici western e realizza un film fuori dalle regole tipiche del genere, un film anarchico, ma anche, e soprattutto per questo, appartenente in tutto e per tutto al western.
Insieme ad altre pellicole in qualche modo eretiche, come "Johnny Guitar", i film della "Trilogia del Dollaro", e "Gli spietati", cerca di reinventarne la forma e le regole stesse.
"Dead Man", il capolavoro di Jim Jarmush, però è un film che prescinde il senso stesso del film western. Va oltre, in quella particolare terra, patria delle metafore cinematografiche. E' un richiamo al mito e non solo a quello della "frontiera", al mito del Cinema e delle sue manie: ai tempi e ai ritmi della macchina da presa, a certo espressionismo del "muto", ai dialoghi racchiusi in poche frasi e alla meticolosa cura della fotografia.
E' un western psichedelico, asciutto e crudo in alcuni momenti, barocco ed eccessivo in altri. Si nutre di un humor nero che spesso sconfina nell'orrorifico, nel paradosso e nel grottesco. E' talmente visionario da farci trovare in un mondo senza tempo e senza luogo, in una nuova "frontiera".
Ma il suo aspetto più evidente è che questa vuole essere un'opera dedicata al viaggio, ad un viaggio lisergico. Un viaggio di purificazione verso la morte come tramite fondamentale di certo cinema e del cinema western in particolare. Un viaggio lisergico di trasformazione, di dolore e addirittura di trasfigurazione. Chi meglio di Johnny Depp, l'"uomo camaleonte", poteva interpretare tale trasfigurazione?
Il Cristo sofferente è stato usato spesso nell'arte come simbolo della redenzione, il Cinema non fa eccezione a questa regola, e in "Dead Man" Johnny Depp ne incarna un'ulteriore versione. Nel suo sguardo stupito e attonito è contenuta tutta la rassegnazione nei confronti del suo destino.
Un film di simboli e di equivoci, o di presunti tali, in cui sia noi come spettatori, che lo stesso Depp, siamo costretti a seguire l'inoppugnabile logica spirituale dell'indiano pellerossa "Nessuno", mutuata dal suo religioso approccio al peyote, che confonde la realtà, eppure non fa altro che cercare di rivelarne le trame più oscure e misteriose.
La verita' ha strade così diverse e inesplicabili come quella che nasconde, dietro al nome dell'anonima e mediocre figura del Wlliam Blake (Depp) proveniente da Cleveland, l'incarnazione stessa del poeta inglese visionario. Trasfigurazione non solo del copro, ma anche della parola e della Poesia.
Le frequenti dissolvenze, l'ambientazione in un fantastico e non meglio precisato Ovest, l'ideazione della città di Machine, la lancinante e acida chitarra di Neil Young contribuiscono a conferire al tutto quell'aria di tetra allucinazione mistica.
Un grande ed indimenticabile film, inspiegabilmente sottovalutato.

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