Frammenti del Male
«Essi [i medici ss] facevano il loro lavoro esattamente come una persona che se ne va in ufficio. Erano persone distinte che andavano e venivano, che esercitavano la loro supervisione ed erano rilassati, a volte sorridenti, a volte scherzosi, ma mai infelici. Erano spiritosi, se erano nell’umore giusto. Personalmente non avevo l’impressione che risentissero molto di ciò che stava accadendo, e tanto meno che ne fossero traumatizzati. La cosa andò avanti per anni, non per un giorno.»
Un medico prigioniero ad Auschwitz [da “I medici nazisti” di Robert Jay Lifton]
«… sono loro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero…»
Primo Levi, “Se questo è un uomo”
«I medici nazisti si sdoppiarono in modi omicidi; ma quello stesso meccanismo può operare in altre circostanze e in altre persone. Lo sdoppiamento fornisce un principio di connessione fra il comportamento omicida dei medici nazisti e il potenziale universale di un tale comportamento. Lo stesso vale per la capacità di uccidere senza fine nel nome del risanamento nazional-razziale. In certe condizioni quasi tutti – con ben poche eccezioni – potrebbero rispondere a un appello collettivo di eliminare fino all’ultimo i membri di un presunto gruppo di portatori del “germe della morte”.»
Robert Jay Lifton, “I medici nazisti”
«La cosa più inquietante in Eichmann era precisamente che molti erano come lui, e che questi molti non erano né pervertiti né sadici, bensì erano – e sono ancora – terribilmente normali. Dal punto di vista dei nostri istituti giuridici e dei nostri criteri di giudizio morale, questa normalità era molto più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, perché implicava... che questo nuovo tipo di criminale, il quale è in realtà colui che commette crimini in condizioni che quasi gli impediscono di sapere o sentire di fare del male, costituisce un fenomeno moderno.»
Hannah Arendt, “La banalità del male”
«Esiste il giudizio divino ed esiste il giudizio dello Stato e della società, ma esiste anche un giudizio supremo: quello di un peccatore su un altro peccatore. Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza – sterminata – di uno Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la volontà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, il lager, la minaccia di morte, l’anonimato, l’ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l’uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene.»
Vasilij Grossman, “Vita e destino”
«Hitler fece la stessa cosa usando il termine Untermenschen («sub-umani») per designare i «nemici politici» che voleva distruggere. Sembra quasi una regola: indottrinare i soldati con l'opinione che la gente da massacrare è non-umana, «non-persona», quando si vogliono creare le condizioni ottimali perché il proprio popolo ne distrugga un altro (16).Un altro modo per rendere l'altro «non-umano» consiste nel tagliare tutti i legami affettivi con lui. Se diventa uno stato mentale permanente in certi casi patologici, può emergere anche transitoriamente in una persona non-malata. Non fa alcuna differenza che l'oggetto dell'aggressione sia uno straniero o un parente stretto o un amico; l'aggressore taglia fuori l'altro affettivamente e lo «congela». L'altro non è più sentito come «umano» e diventa una «cosa». In queste circostanze cade ogni inibizione, anche alle forme più crudeli di distruttività.»
Erich Fromm, “Anatomia della distruttività umana”
«La legge prima, quella che domina su tutte, è: non permettere che chi ti ascolta arrivi a formulare un pensiero critico, tratta tutto in maniera semplicistica! Se tu parlassi di parecchi avversari, qualcuno potrebbe pensare che forse sia tu, il singolo, a essere dalla parte del torto; riduci quindi i molti a un unico denominatore, mettili tutti fra parentesi, crea un’affinità fra loro! Per un’operazione del genere, molto chiara e compatibile con la mentalità popolare, si presta benissimo l’ebreo. E a questo proposito bisogna fare attenzione a quel singolare, che personalizza e dà un significato allegorico e che ancora una volta non è un’invenzione del Terzo Reich. Nei canti popolari, nelle ballate di soggetto storico e ancora nel gergo dei soldati durante la prima guerra mondiale si parla preferibilmente del russo, dell’inglese, del francese; ma la LTI, nell’applicarlo agli ebrei, estende quest’uso allegorizzante ben oltre l’ambiente mercenario di un tempo.
L’ebreo: nel linguaggio dei nazisti la parola occupa uno spazio ancora maggiore di “fanatico”, ma ancora più frequente del sostantivo è l’aggettivo “ebraico” o “giudaico”, perché proprio grazie all’aggettivo si possono realizzare quelle parentesi che riducono tutti gli avversari a un unico nemico: l’ideologia giudaico-marxista, la barbarie giudaico-bolscevica, il sistema di sfruttamento giudaico-capitalista, l’interesse giudaico-inglese, giudaico-americano ad annientare la Germania; così, dopo il 1933, ogni opposizione, da qualsiasi parte provenga, conduce sempre puntualmente a un unico, medesimo nemico, a quel verme occulto di cui parla Hitler, all’ebreo, che nei momenti di maggiore intensità diventa “Juda” e in quelli particolarmente sentiti “Alljuda”.»
Victoria Kemplerer, “LTI. La lingua del Terzo Reich”

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