𝗜𝗹 𝗥𝗼𝗷𝗮𝘃𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗱𝗼 - 𝘂𝗻’𝘂𝘁𝗼𝗽𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗮
I Curdi sono ignorati e dimenticati da tutti. Questa non è solo un’amara constatazione, è una delle chiavi di lettura della politica internazionale contemporanea. Il popolo curdo – oltre trenta milioni di persone – è il più grande popolo senza Stato al mondo. Sparso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, vive da oltre un secolo in una condizione di sospensione storica: riconosciuto quando serve, rimosso quando diventa scomodo. Dopo la Prima guerra mondiale, le promesse di autodeterminazione furono rapidamente sacrificate agli equilibri geopolitici. Da allora, questa dinamica si è ripetuta con una regolarità quasi crudele.
I Curdi sono stati spesso evocati come alleati “necessari” contro l’ISIS, un nemico comune, e contemporaneamente considerati una forza di terra sacrificabile. Tuttavia, appena l’emergenza è finita, sono tornati a essere un problema da contenere, reprimere o barattare nei tavoli diplomatici. È accaduto in Siria, dove il Rojava – uno degli esperimenti politici più interessanti del Medio Oriente contemporaneo, fondato su confederalismo democratico, laicità, parità di genere – è stato lasciato solo. È accaduto in Turchia, dove ogni rivendicazione culturale o politica viene facilmente e crudelmente criminalizzata. Accade ciclicamente in Iraq e in Iran, tra vuote promesse e feroci repressioni.
Il fatto che siano stati abbandonati non è casuale: i Curdi incarnano ciò che il potere internazionale non ama. Non solo una questione nazionale irrisolta, ma anche modelli politici alternativi, non allineati, difficilmente riducibili alla logica dell’imperialismo, degli Stati-nazione autoritari e agli interessi economici dominanti. Per questo vengono marginalizzati a livello globale: non fanno comodo a nessuno in modo stabile.
C’è poi un elemento simbolico, che è fondamentale per tutti: i Curdi sono la dimostrazione che i diritti umani, sbandierati come universali, vengono applicati o meno a secondo dell’utilità strategica. Quando non si è funzionali, si diventa invisibili. La loro storia dimostra l’ipocrisia di una comunità internazionale che si commuove selettivamente.
Ricordare i Curdi, parlarne, vuol dire opporsi a questa rimozione. Significa riconoscere che l’oblio è una forma di violenza politica, una delle più subdole: non uccide direttamente, ma rende le uccisioni e le discriminazioni “normali”, accettabili, silenziose. In questo senso, i Curdi sono lo specchio di un mondo che impara a dimenticare in fretta ciò che disturba il proprio equilibrio geopolitico.
L'utopia tradita del Rojava è la dimostrazione di tutto questo.
Nel nord della Siria, per circa un decennio, è accaduto qualcosa di straordinario. Mentre intorno infuriava una delle guerre più sanguinose del secolo, i curdi siriani hanno costruito un esperimento di democrazia radicale che avrebbe dovuto entusiasmare e commuovere tutti. Invece è stato ignorato, sottovalutato, strumentalizzato, e poi abbandonato, e ora sta per essere cancellato nell'indifferenza generale.
Quando nel 2011 la Siria esplode e Assad perde il controllo di vaste aree, i curdi siriani vedono un'opportunità. Ma questa volta hanno un'idea diversa dal solito nazionalismo separatista: non vogliono cercare di creare uno stato curdo indipendente (comunque irrealizzabile), ma costruire strutture di autogoverno dal basso che possono esistere anche dentro stati esistenti.
L'idea viene da Abdullah Öcalan, leader del PKK in prigione dal 1999, che aveva scoperto in carcere Murray Bookchin – filosofo anarchico americano che predicava il "municipalismo libertario": democrazia diretta attraverso assemblee locali confederate, potere che fluisce dal basso verso l'alto. Öcalan rielabora queste idee creando il "Confederalismo Democratico", aggiungendo un elemento cruciale: la liberazione nazionale è inscindibile dalla liberazione delle donne.
Nel 2012 i curdi siriani proclamano l'autonomia in tre cantoni – Afrin, Kobane, Jazira – e iniziano a costruire qualcosa di profondamente insolito. Quello che emerge nel Rojava sfida ogni convenzione politica, sociale e religiosa nel medio oriente. Un medio oriente fatto di stati autoritari e teocratici.
Democrazia diretta: ogni quartiere o villaggio forma una "comune" di 30-400 famiglie con assemblee aperte dove ogni adulto può partecipare e votare. Le comuni gestiscono questioni quotidiane e si coordinano in consigli regionali. Il potere è capovolto: l'Amministrazione Autonoma centrale si limita a coordinare.
Rivoluzione femminista: vengono create le YPJ (Unità di Protezione delle Donne), formazioni militari femminili. Ogni comunità ha una "Mala Jin" (Casa delle Donne) per supporto a vittime di violenza. Poligamia e matrimonio forzati, delitti d'onore vengono perseguiti da tribunali delle donne. Pluralismo etnico: nonostante la maggioranza curda, il sistema garantisce rappresentanza ad arabi, assiri, armeni. Insegnamento nelle lingue madri, libertà di culto, quote nelle assemblee. Giustizia riabilitativa: tribunali di pace che cercano riconciliazione invece di punizione, "case di riabilitazione" invece di prigioni tradizionali.
Non è un’utopia perfetta – la partecipazione è spesso formale nelle zone rurali, il patriarcato resiste sotto la superficie, ci sono diverse contraddizioni, l'economia è precaria, la guerra porta inevitabile militarizzazione. Ma la sperimentazione, il coinvolgimento spontaneo e l'entusiasmo verso qualcosa di unico sono preponderanti.
Ottobre 2019: dopo una telefonata con Erdoğan, Trump annuncia con un tweet il ritiro delle truppe americane dal nord-est della Siria. L'invasione turca ("Operazione Primavera di Pace") inizia immediatamente. I curdi, che avevano smantellato le fortificazioni fidandosi delle garanzie americane, sono esposti. Trump si giustifica così: "I curdi non ci hanno aiutato nella Seconda Guerra Mondiale." Le 11.000 vite sacrificate contro l'ISIS contano zero.
Disperati, si rivolgono alla Russia. Putin veste i panni del mediatore tra Turchia e curdi siriani, guadagnando influenza nella regione. Ma anche Mosca persegue i propri interessi: consolidare il regime di Assad, fortemente ostile all'autonomia dei Curdi, mantenere buoni rapporti con la Turchia (partner commerciale importante e membro NATO da tenere diviso dall'Occidente), e stabilire una presenza permanente in Siria. I curdi sono, ancora una volta, merce di scambio. Il Rojava perde territorio e sopravvive in maniera precaria.
2024-2025: Assad collassa. Emerge Ahmed al-Sharaa, ex jihadista "riabilitato", acerrimo nemico dei Curdi, con supporto turco e tolleranza americana. Il nuovo leader siriano lancia un'offensiva contro le SDF. Le milizie turche attaccano da nord, quelle siriane da sud. Vengono colpite infrastrutture civili – ospedali, scuole, reti idriche.
Gli "accordi di pace" sono in realtà un ultimatum: sciogliere le SDF, integrarsi nell'esercito siriano (perdendo autonomia), cedere territorio. E l'America? Silenzio. L'amministrazione Trump ha nuove priorità. I curdi hanno sconfitto l'ISIS, custodito prigionieri jihadisti, costruito un modello eccellente di democrazia. Ma ora non servono più. L'Europa tace, sotto il ricatto dai minacciosi accordi sulle migrazioni con Erdogan. Qualche trafiletto sui giornali, qualche manifestazione simbolica, poi l’oblio. Il Rojava sta per essere cancellato.
Tuttavia, per un decennio è stato un laboratorio di autogoverno che ha funzionato, dimostrando che un'alternativa è concretamente possibile. Diventa impossibile per l’ostilità e l'indifferenza esterna. Hanno molti nemici e, nella sostanza, nessun amico. La coerenza dei Curdi del Rojava, la loro determinazione a non voler rinunciare all’autonomia, ai principi dell’autogoverno, al federalismo non statalista, dimostrano che in un mondo dominato dalle feroci logiche della geopolitica, se non ti schieri in maniera permanente con qualche imperialismo puoi pure crepare.

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