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lunedì 23 febbraio 2026

ANTON ČECHOV, “I RACCONTI DELLA MATURITÀ” (1894 - 1903)


ANTON ČECHOV, “I RACCONTI DELLA MATURITÀ” (1894 - 1903)

«Invocava Tanja, invocava il grande giardino dai fiori rigogliosi spruzzati di rugiada, invocava il parco, i pini dalle radici villose, il campo di segale, la sua mirabile scienza, la sua giovinezza, l’audacia, la gioia, invocava la vita che era stata così meravigliosa. Vedeva sul pavimento vicino al suo viso una grande pozza di sangue e ormai per la debolezza non poteva articolare neanche una parola, ma un’inesprimibile, sconfinata felicità colmava tutto il suo essere. Giù, sotto il balcone, suonavano una serenata, e il monaco nero gli sussurrava che era un genio e che moriva solo perché il suo fragile corpo umano aveva ormai perso il suo equilibrio e non poteva più servire da involucro a un genio.»

«Mio padre prendeva bustarelle e s’immaginava che gliele dessero per stima delle sue qualità morali; i ginnasiali, per essere promossi, andavano a pensione dai loro insegnanti, che si facevano pagare cifre esagerate; la moglie del comandante militare durante la leva prendeva denaro dalle reclute e permetteva perfino che le offrissero da bere, e una volta, inginocchiata in chiesa, non era più riuscita a rimettersi in piedi, tanto era ubriaca; durante la leva prendevano sbruffi anche i medici, e il medico comunale e il veterinario tassavano le macellerie e le trattorie; nella scuola superiore del distretto si potevano comprare certificati che davano esenzioni dalle tasse; i parroci prendevano dal clero sottoposto e dai fabbricieri; negli uffici comunali, in quelli dei commercianti, dei medici e in tutti gli altri uffici, a ogni postulante gridavano: “Bisogna ringraziare!”, e il postulante tornava per dare trenta, quaranta copechi. E quelli che non prendevano bustarelle, come per esempio i funzionari dell’amministrazione giudiziaria, erano spocchiosi, davano due dita invece della mano, si distinguevano per la freddezza e la mentalità ristretta, giocavano molto a carte, bevevano molto, sposavano donne ricche e indubbiamente esercitavano un’influenza nociva e corruttrice sulla società.»

«E solo adesso che aveva i capelli bianchi amava come si deve, autenticamente, per la prima volta in vita sua.

Anna Sergeevna e lui si amavano come persone affini, care, come marito e moglie, come teneri amici; pareva loro che il destino stesso li avesse creati l’uno per l’altra, e non si capiva perché lui fosse ammogliato e lei maritata; ed erano come due uccelli migratori, maschio e femmina, catturati e costretti a vivere in due gabbie separate. Si perdonavano a vicenda ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si perdonavano tutto nel presente e sentivano che quell’amore li aveva mutati entrambi.»

Anton Čechov, con “I racconti della maturità”, scende nella parte più intima e a tratti oscura dell'animo umano, abbandona la serenità e l’ironia di molti racconti giovanili e perviene a una compiuta e definitiva evoluzione, rappresentando una svolta radicale nella storia della forma racconto. Nella sua fase matura, approssimativamente dal 1888 fino alla morte nel 1904, lo scrittore russo porta a compimento una “rivoluzione” che contribuisce a trasformare la narrativa. Il capolavoro teatrale de “Il giardino dei ciliegi” del 1904 appartiene a questo periodo ed è esattamente la sua ultima opera.

Abbandonando progressivamente la struttura tradizionale del racconto ottocentesco, con la sua architettura ben definita, Čechov sviluppa una poetica che anticipa le caratteristiche del modernismo letterario. Nei racconti della maturità, opera una sistematica decostruzione delle convenzioni narrative. Il colpo di scena lascia spazio alla lenta evoluzione, il finale risolutivo scompare a beneficio di quello aperto, la trama lineare cede il passo a una struttura circolare, frammentaria e alla dimensione ancora più relativa al microcosmo. Accade ben poco esternamente, mentre accade tutto nella coscienza dei personaggi, che maturano o regrediscono, sono comunque attraversati da conflitti profondi con il procedere della narrazione.

Questa apparente assenza di eventi è in realtà una scelta stilistica intenzionale e radicale. Čechov intuisce che la vita autentica non si manifesta nei grandi accadimenti, ma nei dettagli minimi, nei gesti involontari, nei silenzi eloquenti. Nella quotidianità. L'autore russo rinuncia deliberatamente al ruolo di narratore onnisciente pronto a giudicare e a spiegare, preferendo mostrarsi testimone discreto che registra fatti e pensieri senza commentare, compie un atto di identificazione, acquisendo la prospettiva dei personaggi.

Un tema ricorrente nei racconti maturi è l'insoddisfazione esistenziale, quella che potremmo definire una tristezza senza causa apparente e coerente. I personaggi čechoviani sono sovente socialmente rispettabili, persone che hanno raggiunto quella che la società considera una posizione invidiabile. Eppure sono profondamente infelici, frustrati senza riuscire a comprendere esattamente perché, o comprendendo dopo un lacerante conflitto interiore.

Altro nucleo tematico fondamentale è l'incomunicabilità. I personaggi parlano continuamente, ma raramente si ascoltano davvero l'un l'altro. Solo gradualmente, dolorosamente, imparano un linguaggio autentico che permetta loro di comunicare. Čechov mostra una compassione infinita per gli esseri umani prigionieri delle proprie prospettive limitate, incapaci di vedere veramente l'altro nella sua interezza, percependolo come un fantasma delle proprie paure o dei propri desideri.

Čechov rispetta profondamente l'intelligenza del lettore, rifiutandosi di spiegare ciò che può essere intuito. La sua prosa asciutta, antiretorica, invita il lettore a una partecipazione attiva al processo interpretativo. I racconti della maturità mostrano una concezione particolare del tempo. Non è più il tempo lineare della narrazione tradizionale, ma un tempo fatto di memorie, rimpianti, attese, speranze, disillusioni. 

Čechov rifiuta il manicheismo morale tipico di molta letteratura ottocentesca. Non ci sono eroi né malvagi nei suoi racconti, solo esseri umani complessi, contraddittori, capaci di gentilezza e cattiverie, di slanci generosi e meschinità quotidiane. Questo voler evidenziare l’ambiguità nasce da una comprensione profonda della natura umana. Anche quando descrive comportamenti riprovevoli, lo fa con una compassione che non esclude la prospettiva critica. 

Čechov, infatti, non rinuncia alla critica sociale. Da un lato, descrive il progresso economico che costruisce, investe, crea posti di lavoro. Dall'altro, non esita a denunciare lo sfruttamento spietato, la corruzione endemica e diffusa di quanti nella Russia zarista sono pronti a qualsiasi manovra cinica e disonesta per aumentare i profitti. Di chi tratta i lavoratori come merce, di quanti sono disposti a farsi comprare.

La provincia russa rappresenta molto più di un semplice sfondo. È la metafora spaziale di una condizione esistenziale di staticità, di vita mancata, di aspirazioni frustrate. I personaggi sognano Mosca, Pietroburgo, l'estero come luoghi dove finalmente potranno realizzarsi, ma raramente vi arriveranno, o vi arriveranno per scoprire che la felicità non si trova cambiando luogo ma trasformando se stessi. La provincia non è però rappresentata con disprezzo o attraverso dei cliché. Čechov, medico condotto che ha conosciuto intimamente la vita delle campagne russe, descrive questo mondo con affetto e partecipazione. La sua critica è rivolta non tanto alla provincia in sé quanto all'immobilismo spirituale che essa può favorire.

L'influenza di Čechov sulla narrativa del Novecento è stata enorme. Ancora oggi, i racconti di Čechov mantengono una sorprendente modernità. Le sue storie di solitudine urbana e rurale, di vite che scivolano via nell'insoddisfazione, di comunicazione impossibile tra gli esseri umani, parlano direttamente alla sensibilità contemporanea. I racconti della maturità di Čechov rappresentano dunque non solo un vertice della letteratura russa e mondiale, ma anche un contributo essenziale alla comprensione della condizione umana. I racconti contenuti nella raccolta sono sei, di cui i primi tre più lunghi. 

"Il monaco nero" (1894) è uno dei racconti più famosi, inquietanti e psicologicamente complessi di Čechov, un'opera che anticipa alcune esplorazioni novecentesche della malattia mentale e del confine tra genio e follia. Ciò che rende "Il monaco nero" particolarmente moderno è il rifiuto di Čechov di fornire interpretazioni univoche. La follia di Kovrin è realmente una malattia da curare, o la "guarigione" rappresenta in realtà una diminuzione, un impoverimento esistenziale? Il racconto lascia deliberatamente aperta questa domanda fondamentale. Da un lato, Čechov da medico conosceva bene i meccanismi della patologia mentale. Dall'altro lato, però, ci mostra come Kovrin sia infinitamente più felice, più vitale, più creativo quando è "malato".

"Tre anni" (1895) occupa una posizione particolare nella produzione čechoviana. Si colloca a metà strada tra il racconto lungo e il romanzo breve, forma che gli permette di sviluppare temi e personaggi con un respiro narrativo più ampio rispetto ai racconti più brevi. Il tema centrale di "Tre anni" è l'amore non corrisposto, ma Čechov lo tratta in modo radicalmente diverso dalla tradizione romantica. Uno degli aspetti più notevoli di "Tre anni" è l'ampiezza del panorama sociale. Čechov non si limita alla coppia protagonista ma dipinge un affresco della famiglia Laptev e del suo mondo.

"La mia vita. Racconto di un provinciale" (1896) è uno dei testi più ambiziosi e complessi di Čechov, il più lungo della raccolta, un'opera che per estensione e respiro narrativo può essere considerata come romanzo breve. Il sottotitolo stesso - "Racconto di un provinciale" - indica l'intenzione di offrire non solo una storia individuale ma un affresco della vita provinciale russa di fine Ottocento, con le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, le sue soffocanti convenzioni sociali. Al centro di "La mia vita" c'è il tema della rivolta individuale contro l'ordine sociale costituito. Misail è un ribelle, ma di un tipo particolare, tipicamente russo, molto tolstojano: non cerca di rovesciare il sistema dall'esterno, ma di sottrarsi ad esso, di vivere secondo principi morali personali indipendentemente dalle conseguenze.

"Dell'amore" (1898) è uno dei racconti più brevi e perfetti di Čechov, nonché uno dei più tristi e dolorosi. Fa parte del cosiddetto "ciclo di Melikhovo" insieme a "L'uomo nell'astuccio" e "Uva spina", tre racconti scritti nello stesso periodo e accomunati da una riflessione profonda sulla rinuncia, sulla paura di vivere, sulla tendenza degli esseri umani a costruirsi prigioni confortevoli in cui rinchiudersi volontariamente.

"La signora col cagnolino" (1899) è universalmente considerato uno dei racconti più belli mai scritti, non solo da Čechov ma nella storia della narrativa mondiale. Vladimir Nabokov lo definì "uno dei più grandi racconti mai scritti", e Thomas Mann lo considerò un modello insuperabile di arte narrativa. È l'opera in cui Čechov raggiunge il culmine della sua maestria tecnica e della sua profondità psicologica, creando una storia d'amore che ribalta tutti gli stereotipi del genere pur rimanendo profondamente vera e universale. Ciò che rende "La signora col cagnolino" rivoluzionario è il modo in cui Čechov sovverte completamente il cliché della storia d'adulterio.

"La fidanzata" (1903) occupa una posizione unica e commovente nella produzione čechoviana: è l'ultimo racconto che Čechov completò prima della morte, avvenuta nel luglio 1904. Scritto mentre l'autore era già gravemente malato di tubercolosi, rappresenta il suo testamento artistico e spirituale, la sua ultima riflessione sul significato della vita e sulla possibilità di cambiamento. Il protagonista maschile ha, infatti, un taglio decisamente autobiografico. Ciò che rende questo racconto ancora più straordinario è la sua tonalità relativamente ottimista in confronto al resto della raccolta. Lo scrittore russo chiude la sua opera con una storia di liberazione, di risveglio, di fuga riuscita. È come se, alla fine, avesse voluto lasciare un messaggio di speranza. 


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