LA PERSONALIZZAZIONE ESTREMA DEI PROCESSI STORICI. IL CASO DI HITLER.
«Meglio tralasciare del tutto la questione della “grandezza” (che non va confusa col tentativo di comprendere come mai tanti contemporanei ne videro gli estremi in Hitler). È solo una falsa pista: malposta, gratuita, irrilevante e potenzialmente apologetica. Malposta perché, secondo l’andamento tipico delle teorie del “grand’uomo”, personalizza all’estremo i processi storici. Gratuita, in quanto tutto il concetto di grandezza storica è in ultima analisi un concetto frivolo, fondato su un assortimento soggettivo di giudizi morali e perfino estetici, entità etico-filosofica che non porta da nessuna parte. Irrilevante perché, che si sciolga affermativamente o negativamente la questione, di per sé ciò non spiegherebbe nulla della terribile storia del Terzo Reich. E potenzialmente apologetica, poiché il semplice atto di porsi il problema non può dissimulare una certa ammirazione, per quanto riluttante e malgrado tutte le colpe dell’uomo; inoltre, andare in cerca di qualità “grandiose” nel dittatore nazista comporta il quasi automatico corollario di ridurre quanti favorirono direttamente il suo dominio, gli organismi che lo appoggiarono, e lo stesso popolo tedesco che tanta fiducia ripose in esso, al ruolo di semplici comparse intorno al grand’uomo…
…Il potere hitleriano fu di un tipo tutto particolare. La rivendicazione di esso non fu basata (se non in senso esteriore) sulla sua posizione di capopartito o su funzioni ufficiali di qualsiasi genere. Egli lo mutuò da ciò che considerava la sua storica missione di salvare la Germania. Si trattò, in altre parole, di un potere “carismatico” e non istituzionale, dipendente dalla disponibilità altrui a vedere in lui qualità “eroiche”. Qualità che furono effettivamente riconosciute, forse ancor prima che ci credesse Hitler…
…Non per questo è da sottovalutare il personale contributo di Hitler all’espansione di un tale potere e alle sue conseguenze. Una breve riflessione controfattuale basterà a chiarire l’assunto. Sarebbe stata possibile, ci si potrebbe chiedere, la creazione delle SS e di una terroristica polizia di stato come quella che si sviluppò sotto Himmler, senza Hitler alla guida del governo? Con un altro capo di stato, sia pur di stampo autoritario, la Germania avrebbe ugualmente scatenato alla fine degli anni trenta una generale guerra europea? E la discriminazione degli ebrei (che sarebbe quasi certamente avvenuta comunque) sarebbe culminata in un autentico genocidio? La risposta a ciascuna di queste domande sarebbe senz’altro “no” o, perlomeno, “è altamente improbabile”. Pur con tutte le circostanze esterne e i fattori sovrapersonali, Hitler non è intercambiabile…
…Una storia di Hitler deve essere pertanto una storia del suo potere: come vi pervenne, quali furono le sue caratteristiche, in che modo lo esercitò, come riuscì a espanderlo fino a infrangere ogni barriera istituzionale, perché la resistenza a esso fu così debole. Interrogativi che però non vanno rivolti al solo individuo, ma a tutta la società tedesca…»
Ian Kershaw, “Hitler”
Queste citazioni sono tratte dal monumentale e imprescindibile saggio di Kershaw su Hitler, un'opera che va ben oltre la biografia tradizionale e che è, simultaneamente, una storia della Germania del Novecento, un'analisi del potere carismatico e una riflessione sulla fragilità della democrazia, senza scadere, da un lato, nella demonizzazione che lo esonera dalla storia e, dall'altro, nella banalizzazione che lo riduce a fenomeno meramente psicologico o patologico. L'autore sceglie per buona parte l’approccio strutturalista della storiografia tedesca.
Ian Kershaw, relativamente alla “grandezza” storica, che giudica un concetto frivolo che personalizza interi processi storici e spiana la strada al culto della personalità, invita a disinnescare un dispositivo retorico che, nella storiografia come nel senso comune, continua a esercitare un fascino quasi irresistibile. Ciò che Kershaw smonta non riguarda solo Hitler, ma l’intera categoria del “grande uomo”, nel bene e nel male. Lo storico britannico coglie la radice del problema: la tendenza a ridurre fenomeni collettivi, strutturali, istituzionali in eccezionalità biografica. È un modo di raccontare la storia che semplifica, rassicura, e soprattutto deresponsabilizza.
Se tutto dipende dal “genio” o dal “demone” di un individuo, allora la società, le élite, le istituzioni diventano comparse. Viene usata una semplificazione per non guardare alla complicità e alla complessità. La frivolezza qui non è intesa nel senso di leggerezza, ma di inconsistenza epistemica. La “grandezza” è un miscuglio di giudizi morali, estetici, emotivi. È un modo di estetizzare la storia, di trasformarla in un romanzo morale.
Chiedersi se Hitler fosse “grande” implica già un certo grado di fascinazione. È come se l'ipotesi stessa contemplasse uno spazio di ammirazione, anche involontaria. E soprattutto: cercare la “grandezza” in lui significa automaticamente ridimensionare la responsabilità collettiva. Kershaw, in sostanza, sta anche attaccando una forma di idolatria politica che sopravvive in ogni epoca. La storia come galleria di individui eccezionali è un modo di sminuire la storia come intreccio di strutture, culture politiche, mentalità, istituzioni, opportunità, fallimenti collettivi.
Tuttavia, criticare la categoria della “grandezza” non significa negare l’impatto specifico dell’individuo. Significa, piuttosto, ricollocarlo dentro un quadro in cui il suo potere è comprensibile solo come relazione, non come essenza personale. La “grandezza” è un dispositivo narrativo, non un concetto analitico. Serve a costruire storie, non a capire la storia. E soprattutto serve a proteggere le società dalla propria immagine riflessa. La categoria del “grande uomo” è un alibi, prepara il terreno al culto della personalità, che non nasce dal nulla. Ha bisogno di un terreno culturale, simbolico, emotivo. E quel terreno è esattamente ciò che Kershaw smonta.
Se la storia è raccontata come opera di individui eccezionali, allora è naturale cercare un individuo eccezionale anche nel presente. La “grandezza” diventa un modello mentale: ci si abitua a pensare che il cambiamento dipenda da un solo uomo, non da processi collettivi. È la premessa psicologica del culto. La retorica del “grande uomo” non è affatto scomparsa, anzi oggi torna ad essere di grande tendenza, non serve fare nomi. Riemerge in ogni crisi, in ogni fase di disorientamento collettivo, in ogni narrazione populista o sovranista che promette salvezza attraverso un individuo “autentico”, “forte”, “fuori dagli schemi”.
L’unica differenza è che nel presente, aggiungo io, tale retorica non è esclusivo appannaggio dei politici, grazie ai livelli sempre più pervasivi propri della società dello spettacolo, si è estesa a personaggi della TV, della musica, del cinema, della scienza e della cultura, che usano il potere della la sovraesposizione mediatica per fare propaganda e trasformarsi anche in tuttologi, e, negli ultimi due casi, oscurando e rendendo spesso vano il lavoro serio e rigoroso di molti loro colleghi, che scelgono di non apparire, o che sono opportunamente ignorato dal sistema mediatico e politico, perché non funzionali alla spettacolarizzazione e alla polarizzazione. Oggi, la valorizzazione accademica tra pari è quasi del tutto scomparsa dalla scena, costretta nell’ombra, a beneficio del palcoscenico.
Ciononostante, secondo Kershaw, criticare la categoria della “grandezza” non significa negare l’impatto specifico dell’individuo, non vuol dire negare la “genialità del male”. Significa, piuttosto, ricollocarlo dentro un quadro in cui il suo potere è comprensibile solo come relazione, non come essenza personale. Kershaw fa un’operazione molto sottile: nega la “grandezza”, ma non nega l’irriducibilità storica di Hitler. Riprende esplicitamente Weber: il carisma non è una qualità intrinseca, ma un riconoscimento. Gli fu attribuito da una società che aveva bisogno di vederlo come salvatore.
Questo rovescia completamente la prospettiva: il culto della personalità non nasce dal leader, ma dalla disponibilità collettiva a riconoscere in lui qualità eccezionali. Anche se rifiutiamo la retorica del “grande uomo”, non possiamo cadere nell’estremo opposto, quello di una storia totalmente strutturalista. In quel luogo e in quel momento, con Hitler e il nazismo, si verificò un nodo di convergenza tra ideologia, opportunità, crisi istituzionale, e una società predisposta a riconoscere in lui un ruolo messianico. È per questo che, una storia di Hitler deve essere essenzialmente una storia del suo potere. E il potere, per definizione, è relazionale.
Hitler non è intercambiabile, ma non è autosufficiente. È una posizione che evita sia il mito assoluto del genio malvagio sia la dissoluzione dell’individuo nelle strutture. E soprattutto evita l’alibi. Non si può capire Hitler senza capire la disponibilità della società tedesca a riconoscere, sostenere, amplificare il suo potere. Enfatizzare la genialità e l’eccezionalità del male serve a sminuire la sua banalità.

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