La narrativa di anticipazione come metafora dell’inferno - 2. Philip K. Dick: vivere nella simulazione e nella paranoia permanente.
«Con lunghe braccia tentacolari, si estendeva dal sistema di Proxima Centauri fino alla Terra, e non era umano: non era un uomo quello che era ritornato. E aveva un grande potere. Poteva sconfiggere la morte. Ma non era felice. Per la semplice ragione che era solo. Così, a un tratto, cercò un rimedio: e si cacciò in un mare di guai per attirare altri sulla strada che lui aveva seguito.»
Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch (1964)
«L’empatia, evidentemente, esisteva solo nel contesto della comunità umana, mentre qualche grado di intelligenza si poteva trovare in qualsiasi specie e ordine animale […]. La facoltà empatica, tanto per cominciare, richiedeva probabilmente un istinto di gruppo integro; un organismo solitario, per esempio un ragno, non saprebbe cosa farsene; anzi, l’empatia tenderebbe ad atrofizzare la capacità di sopravvivenza del ragno. Lo renderebbe conscio del desiderio di vivere insito nella preda.»
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade Runner) (1968)
«Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno.»
Ubik (1969)
«...un essere umano vede qualcosa di brutto che sta giungendo inevitabilmente. Non ha alcun potere di impedirlo; è impotente. Questo senso di impotenza genera la necessità di assumere un certo controllo sul dolore incombente... qualsiasi genere di controllo va bene. Questo ha un senso; la sensazione soggettiva di impotenza è piú dolorosa dell’incombente infelicità. Cosí la persona afferra il controllo della situazione nell’unico modo che le resta: collabora nel tirarsi addosso l’infelicità incombente; l’affretta. Questa attività fornisce la falsa impressione che goda del dolore. Non è cosí. È solo che non può piú sopportare il senso di impotenza, o di supposta impotenza. Ma nel processo di assumere il controllo dell’inevitabile infelicità, diventa automaticamente anedonico (ossia incapace o restio a godere del piacere).»
Valis (1981)
L'inferno di Philip K. Dick è vertiginoso, precario e instabile - un inferno dove non si sa cosa sia davvero inferno, perché non si sa cosa sia reale. Dick erode la verità dall'interno attraverso il dubbio totale. I suoi personaggi non sanno se sono umani o androidi, se il mondo che percepiscono è reale o simulato, se i loro ricordi appartengono davvero a loro. L'inferno dickiano è un labirinto di specchi dove ogni certezza si rivela illusoria, dove la realtà è manipolabile, forse del tutto fittizia. L’inferno dickiano è la sensazione che il mondo sia stato sostituito da una copia imperfetta.
In Dick, l'angoscia non nasce dalla tecnologia oppressiva ma dalla indeterminatezza. Deckard caccia androidi ma scopre che provano emozioni più autentiche di molti umani. I test Voight-Kampff per distinguere gli umani dai replicanti non sono affidabili. Siamo già macchine senza saperlo? Il sospetto è che la realtà ordinaria sia già una contraffazione, che viviamo in una prigione metafisica senza nemmeno rendercene conto, che la realtà sia un enigma e che l’umano sia troppo fragile per decifrarlo. È un inferno fatto di dubbi, di copie, di mondi sovrapposti, di identità in frantumi.
Dick ha intuizioni profetiche sul potere che ha la merce di plasmare la percezione. Ne “Le tre stimmate”, la droga Chew-Z non è solo un allucinogeno - è un universo messianico, alternativo e mercificato. Palmer Eldritch vende modi di essere. Monopolio capitalista autocratico e totalitario. In "Ubik", i morti vengono mantenuti in una semi-vita da vendere al dettaglio, e la realtà stessa degrada verso forme obsolete e metafisiche - un'intuizione geniale sulla mercificazione dell'esistenza. La pubblicità fabbrica la realtà. Nella “Trilogia di Valis” il mondo è una lucida allucinazione che trascende in una teofania, la logica è capovolta e la realtà diventa impossibile.
I personaggi dickiani vivono in uno stato di paranoia permanente, ma non è una condizione patologica - è l'unica risposta sana a una dimensione dove tutto può essere falso. Le memorie possono essere impiantate, il vicino può essere un agente sotto copertura, la realtà fisica può essere una proiezione olografica. La paranoia diventa così lucidità. L'inferno di Dick è quello della fiducia impossibile: non puoi fidarti dei tuoi sensi, della tua memoria, degli altri, nemmeno di te stesso. Anche il pensiero può essere programmato da un'entità esterna.
L'inferno di Dick è spesso piccolo, squallido, quotidiano. Non solo grandi distopie, ma anche appartamenti angusti, lavori alienanti, matrimoni falliti, solitudine urbana. I suoi personaggi sono riparatori di ascensori, commessi, piccoli imprenditori schiacciati da corporazioni. La fine del mondo in Dick avviene nel microcosmo della vita ordinaria, con lo sgretolamento del tessuto della realtà condivisa. Dick ha previsto con decenni di anticipo la crisi attuale sulla realtà virtuale, sulla post-verità, sull'identità digitale. L'inferno di Philip K. Dick è quello dell'impossibilità di fondamenti certi, ed è forse il più contemporaneo di tutti perché viviamo sempre più in un'epoca dove la questione su "cosa è reale" non ha risposte semplici e definitive.

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