Gli scontri di Torino si presentano come l'ennesima replica di un copione scritto decenni fa. Una coazione a ripetere che rivela l'incapacità della società italiana di elaborare il passato. Cinquant'anni di piazze che bruciano secondo la medesima coreografia: le transenne, i fumogeni, le cariche, gli arresti. Un loop infinito dove ogni fotogramma è intercambiabile con quello precedente.
Qui si consuma la vera operazione: il dirottamento del conflitto sociale sul nulla. Mentre le contraddizioni materiali – precarietà, sfruttamento, smantellamento dei diritti, sorveglianza digitale – restano intatte, l'energia collettiva viene incanalata in una rappresentazione teatrale. La piazza diventa palcoscenico dove mettere in scena battaglie che non toccano mai le contraddizioni del reale. È la società dello spettacolo: il conflitto ridotto a immagine del conflitto, consumabile, condivisibile, dimenticabile.
Ed ecco materializzarsi il grande protagonista: l'antifascismo immaginario. Un rito orgiastico che tenta di rianimare il cadavere di un conflitto novecentesco, quando fascismo e antifascismo avevano ancora referenti storici precisi. Oggi assistiamo invece a una necromanzia politica: si evocano i fantasmi di Salò e della Resistenza per dare senso a uno scontro che ha perduto ogni ancoraggio concreto. Il fascismo diventa un significante vuoto su cui proiettare ansie contemporanee, mentre il vero volto dell'autoritarismo contemporaneo – tecnocratico, algoritmico, biopolitico – passa inosservato.
La società della massima e vuota polarizzazione funziona perfettamente. I media orchestrano il conflitto secondo una partitura binaria: manifestanti contro polizia, antifascisti contro fascisti, sinistra contro destra. Una polarizzazione eterodiretta, con in più molti avversari dello stato d'eccezione pandemico miracolosamente trasformati in fervidi fautori della repressione. Una rappresentazione che mantiene tutti occupati in una guerra identitaria, mentre le vere decisioni – economiche, geopolitiche, tecnologiche – si prendono altrove, in stanze dove non entrano né cortei né contromanifestazioni.
Puntuale, dopo ogni piazza che brucia, riemerge l'istinto forcaiolo nelle masse. I commenti sui social, i talk show, gli editoriali: tutti chiedono pene esemplari, repressione, ordine. La paura e la rabbia – sapientemente alimentate dalle immagini in loop dei telegiornali – producono il consenso necessario. Cose già viste.
Ed ecco l'epilogo programmato: il governo di turno – qualunque esso sia – ottiene il pretesto per provvedimenti eccezionali da stato d'emergenza. Inasprimento del Daspo, decreto sicurezza, ampliamento dei poteri di polizia, restrizioni alle libertà civili. L'emergenza diventa normalità, lo stato d'eccezione si fa ordinamento quotidiano. Il paradigma dello stato d'eccezione come tecnica di governo.
Il paradosso tragico è che mentre si combattono i fantasmi del Novecento, le forme dell'autoritarismo stanno mutando aspetto in tutto il mondo davanti ai nostri occhi. L'autoritarismo contemporaneo non sfila in camicia nera: si manifesta nella sorveglianza digitale, nel credito sociale, nell'ingegneria del consenso via social media, nella precarizzazione esistenziale, nel governo attraverso gli algoritmi, nel prendere a modello le autocrazie, nello svuotamento sistematico della democrazia e della partecipazione.
Mentre ci si accapiglia su simboli ottantenni, il potere si fa liquido, diffuso, invisibile. Si traveste da efficienza, col pretesto di farlo per il nostro bene.
La vera domanda rimane sospesa nell'aria: quanto ancora potremo permetterci di combattere guerre del passato mentre il futuro autoritario si costruisce nelle nostre coscienze?

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