Parte 1. Postcolonialismo e senso di colpa. La retorica politicamente corretta, paternalista e razzista sul “buon selvaggio”.
Certe forme di critica all'Occidente finiscono paradossalmente per riprodurre gli stessi schemi mentali del pensiero coloniale che vorrebbero contestare. Quando si attribuisce all'Occidente la responsabilità causale di qualsiasi evento globale negativo, si compie un'operazione cognitivamente dissonante. Si nega implicitamente che altri popoli, nazioni o civiltà possano essere soggetti storici autonomi, capaci di decisioni, strategie, errori, orrori o successi propri.
Questa visione, tipica di buona parte della sinistra occidentale e del cosiddetto dissenso antisistema di casa nostra, per quanto possa sembrare animata da intenzioni critiche verso l'imperialismo occidentale, finisce per replicare esattamente la logica che mette l'Occidente al centro della storia universale. È una forma di eurocentrismo rovesciato: se nel colonialismo classico l'Occidente era il soggetto civilizzatore, in questa versione diventa il soggetto corruttore e oppressore universale.
Ma in entrambi i casi, gli "altri" tendono a rimanere oggetti passivi della storia, non soggetti che la fanno, a meno che non si oppongano esplicitamente al dominio dell'Occidente. Un conflitto in Africa, nel Medio Oriente, in Asia o in America Latina viene automaticamente letto come prodotto di interferenze occidentali, negando o minimizzando il fatto che le dinamiche locali, le scelte delle élite non-occidentali, i conflitti etnici o religiosi preesistenti, le ambizioni regionali e imperialiste possano avere un peso determinante e del tutto autonomo.
Ciò porta a idealizzare qualsiasi sistema non-occidentale come intrinsecamente piú autentico, meno contaminato o moralmente migliore, a meno che non venga considerato servo dell'Occidente. Questo atteggiamento ha radici profonde nel concetto del "buon selvaggio" rousseauiano. Secondo tale prospettiva, i popoli non-occidentali sono spesso vittime innocenti, incapaci di oppressione autonoma, di autoritarismo proprio, di scelte moralmente discutibili. Quando ciò avviene hanno i loro buoni motivi per difendersi dalle grinfie dell'Occidente.
Ogni loro azione problematica, infatti, viene giustificata come reazione al colonialismo, all'imperialismo e all'aggressività europeista o atlantista. Questa posizione, pur volendosi presentare come solidale, è profondamente paternalista e razzista: implica che quei popoli non abbiano una piena coscienza di sé o una responsabilità morale, che siano eterni bambini della storia bisognosi di indulgente comprensione.
È una versione aggiornata del "fardello dell'uomo bianco": se allora gli occidentali dovevano civilizzare i selvaggi, ora certi occidentali si sentono chiamati a difenderli, giustificarli, spiegarli, per assurdo, anche ai “selvaggi” stessi. In entrambi i casi, il presupposto è lo stesso: i non-occidentali non sono “degni” di essere giudicati con gli stessi criteri morali e politici, “perché bisogna capirli”, frequente espressione che malcela un giudizio di sottosviluppo culturale e intellettuale.
C'è appunto un retaggio coloniale in tutto questo. Il colonialismo non fu solo un sistema economico e politico, ma anche filosofico e culturale: un modo di concepire il mondo con l’Occidente al centro. Questo schema è straordinariamente resistente e sopravvive anche quando le intenzioni sono opposte. La geografia mentale rimane la stessa: c'è un centro che irradia influenza, potere, corruzione o salvezza, e una periferia che subisce, e agisce autonomamente solo nel caso in cui si ribella al dominatore occidentale o ai suoi “servi”. Che questo centro sia visto come positivo o negativo è quasi irrilevante rispetto alla persistenza del pregiudizio culturale.
Questa prospettiva ha conseguenze concrete. Porta a sottovalutare i nazionalismi aggressivi, gli autoritarismi, i fondamentalismi, le violazioni dei diritti umani quando provengono da attori non-occidentali, a meno che non siano percepiti a torto o a ragione come alleati o subalterni politicamente a Europa e Stati Uniti. Esalta alleanze, strategie, progetti geopolitici autonomi di potenze regionali, a prescindere da valutazioni etiche.
Oscura le voci dissenzienti all'interno di quelle società, che spesso chiedono esattamente di non essere trattate con criteri di giudizio differenti, di smetterla di essere considerati come agenti nemici al soldo del malvagio Occidente dagli stessi occidentali. Le proteste e le rivolte sono liquidate, con automatismo pavloviano, come “Rivoluzioni colorate”, mai spontanee e sempre indotte e finanziate da Soros, dalla CIA o dal Mossad.
Questa posizione finisce per infantilizzare miliardi di persone, negando loro la dignità di essere considerati individui morali completi, capaci tanto di azioni ammirevoli quanto di scelte deplorevoli, esattamente come gli occidentali. Una critica genuina del colonialismo e dell'imperialismo dovrebbe fondarsi sul riconoscimento dell'uguale dignità e capacità di tutti gli individui e di tutti i popoli. Questo significa applicare criteri di giudizio universali, riconoscere la complessità delle dinamiche locali, ammettere che ovunque esistono rapporti di potere, oppressione, negazione dei diritti, resistenza, e che questi possono non essere riducibili all'influenza occidentale.
Il vero antidoto all'eurocentrismo non è negare il ruolo storico dell'Occidente, ma smettere di considerarlo il motore assoluto e onnipotente della storia mondiale, riconoscendo pienamente l'autonomia storica, morale e politica di tutti gli altri attori globali, nel bene e nel male.

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