LA VERITÀ, LA CONOSCENZA, IL BIAS E LA RESPONSABILITÀ INTELLETTUALE.
Quando si pronuncia con sicurezza la frase «la verità assoluta non esiste», spesso si intende evidenziare la propria distanza dal dogmatismo e dall’ideologia. Eppure questa tesi contiene, nella sua formulazione più comune, un'evidente contraddizione, oltre al rischio di trasformarsi in un alibi che alleggerisce dal peso della ricerca. L'enunciato pretende esso stesso di essere una verità assoluta. Per essere vero, deve violare quindi la propria premessa. Questo non significa che tale posizione sia insostenibile, ma che non può essere mantenuta nella sua forma elementare.
Per sottrarsi a questo paradosso è utile spostare la discussione dal piano di ciò che esiste — l’ontologia — al piano di ciò che possiamo conoscere — l’epistemologia. In termini pratici: è sensato sostenere che esistono fatti indipendenti dalla nostra percezione, pur riconoscendo che la nostra capacità di accedervi è sempre parziale, prospettica e storicamente condizionata. Questa doppia affermazione evita sia il dogmatismo che il relativismo: non nega l’esistenza di una realtà, ma sottolinea i limiti della nostra rappresentazione.
Per rendere chiara questa distinzione conviene definire i termini. Per «verità ontologica» intendo quegli eventi o stati di cose che si sono verificati indipendentemente dalle testimonianze e che lasciano tracce materiali, o una coerenza che ne permette la ricostruzione. Per «verità epistemica» intendo invece ciò che possiamo conoscere, documentare e giustificare razionalmente a partire dalle evidenze disponibili e dagli strumenti concettuali che impieghiamo. Il fatto che la nostra conoscenza sia mediata non implica che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore. Alcune ricostruzioni sono più solidamente fondate sulle evidenze; altre sono fragili, ideologiche, strumentali o addirittura fantasiose.
Il problema non è solo filosofico, ma psicologico. Gli esseri umani non sono semplici ricettori neutri di informazioni: selezionano, interpretano e spesso distorcono i dati in funzione di credenze preesistenti e dell’identità a cui appartengono. Due meccanismi meritano particolare attenzione. Il bias di conferma è la tendenza a cercare e valorizzare le prove che confermano ciò che già si crede, scartando o minimizzando quelle contrarie. Il cosiddetto motivated reasoning - il ragionamento motivato - è più sottile: individui dotati di grande capacità argomentativa possono costruire giustificazioni sofisticate per mantenere convinzioni che proteggono la propria immagine di sé o l’appartenenza a un gruppo. Si ragiona correttamente su tutto tranne che su ciò che minaccia la propria identità, rimanendo convinti di essere imparziali. È incapacità di vedere ciò che disturba.
Quando le categorie interpretative — e in particolare quelle politiche — si cristallizzano in identità, la capacità di vedere si riduce ulteriormente. Le etichette come «destra» e «sinistra», o come «sovranista» e «liberale», ad esempio, diventano problematiche quando si presentano come rigidi criteri di appartenenza. A quel punto non è più la realtà a determinare l’etichetta, ma l’etichetta a determinare quale realtà debba essere visibile. La conseguenza è una radicata cecità: non si mente necessariamente, ma si diventa incapaci di riconoscere prove che contraddicono la narrazione di gruppo.
La storia offre esempi drammatici di questi meccanismi. Lo sterminio operato in Cambogia dai Khmer Rossi di Pol Pot è un fatto ontologico che resiste a ogni tentativo di negazione: lascia tracce materiali, testimonianze e una coerenza causale che ne permette la ricostruzione. Il caso dell’Holodomor, la carestia in Ucraina, e di Walter Duranty, corrispondente del New York Times a Mosca negli anni Trenta e premio Pulitzer, mostra invece come l’impegno ideologico possa rendere invisibili prove contrarie: non sempre si tratta di menzogna deliberata, ma di una cecità che filtra le evidenze. Anche la risposta internazionale alla dittatura argentina degli anni Settanta dimostra come cornici interpretative diverse — politiche da una parte (USA), commerciali dall’altra (URSS) — possano rendere i desaparecidos a lungo “invisibili” agli occhi di osservatori potenti. I fatti sulle sparizioni erano disponibili e venivano filtrati attraverso una cornice ideologica o attraverso il cinico opportunismo economico.
L'errore più frequente consiste nel confondere i due piani: dal fatto che noi abbiamo accesso parziale alla realtà, si conclude che la realtà stessa sia parziale, plurale, o addirittura costruita. Ma la parzialità del nostro sguardo non implica la parzialità della realtà: essa resta intera, anche quando la nostra conoscenza di essa non può esserlo. Il fatto che diverse testimonianze descrivono in modo difforme un evento non significa che l'evento non abbia avuto una struttura solida e determinata. La via d'uscita dalla trappola del pregiudizio non è la neutralità, che è anch'essa una posizione e spesso una posizione ipocrita. È qualcosa di più esigente: la disponibilità attiva a cercare le prove contro le proprie tesi.
Non si tratta di trasferire meccanicamente i metodi della scienza sperimentale alla storia o alla politica, ma di assumere lo spirito critico che Popper sintetizzò nella nozione di falsificabilità: formulare ipotesi che esplicitino quali evidenze le metterebbero in crisi. Chiedersi quali fatti potrebbero smentire la propria tesi è un esercizio che sposta l’attenzione dalla ricerca di conferme alla ricerca di possibili confutazioni. Quando non esiste in linea di principio alcuna evidenza concepibile che potrebbe cambiare una convinzione, quella convinzione si avvicina più alla fede che al ragionamento.

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