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martedì 10 marzo 2026

LA VERITÀ, LA CONOSCENZA, IL BIAS E LA RESPONSABILITÀ INTELLETTUALE


LA VERITÀ, LA CONOSCENZA, IL BIAS E LA RESPONSABILITÀ INTELLETTUALE.

Quello che presento in questo post è un percorso iniziato ormai da tempo, un tempo che non riesco a quantificare esattamente, in cui sto cercando di mettere in discussione la formazione delle convinzioni personali, un percorso impervio, costellato da contraddizioni, arretramenti, progressi e cambiamenti. Tuttavia, è un percorso per me diventato assolutamente ineludibile. Una necessità quasi fisiologica. Un'impostazione esistenziale che ho affrontato e affronterò ancora in futuro e che mi pone, nonostante l’età, in una condizione di costante trasformazione. Tutt'altro, quindi, che qualcosa di astratto.

Chi pronuncia con sicurezza la frase «la verità assoluta non esiste», spesso intende evidenziare la propria distanza dal dogmatismo e dall’ideologia. Eppure questa tesi contiene, nella sua formulazione più comune, un'evidente contraddizione, oltre al rischio di trasformarsi in un alibi teso a evitare il peso dell'approfondimento. L'enunciato pretende esso stesso di essere una verità assoluta. Per essere vero, dovrebbe violare quindi ciò che afferma. Questo non significa che tale posizione sia insostenibile, ma che non può essere sostenuta in questa formulazione elementare. 

Per sottrarsi a questo paradosso è utile spostare la discussione dal piano di ciò che esiste al piano di ciò che possiamo conoscere. In termini pratici: è sensato sostenere che esistono fatti indipendenti dalla nostra percezione, riconoscendo che la nostra capacità di accedervi è sempre parziale, prospettica e storicamente condizionata. Questa doppia affermazione evita sia il dogmatismo che il relativismo: non nega l’esistenza di una realtà, ma sottolinea i limiti della nostra rappresentazione.

Per rendere chiara questa distinzione conviene definire i termini: "verità ontologica" e "verità epistemica". Per «verità ontologica» intendo quegli eventi o stati di cose che si sono verificati indipendentemente dalle testimonianze e che lasciano tracce materiali, o una coerenza che ne permette la ricostruzione. Per «verità epistemica» intendo invece ciò che possiamo conoscere, documentare e giustificare razionalmente a partire dalle evidenze disponibili e dagli strumenti concettuali che impieghiamo. Il fatto che la nostra conoscenza sia mediata non implica che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore. Alcune ricostruzioni sono più solidamente fondate sulle evidenze; altre sono fragili, ideologiche, strumentali o addirittura fantasiose.

Il problema non è solo filosofico, ma psicologico. Gli esseri umani non sono semplici ricettori neutri di informazioni: selezionano, interpretano e spesso distorcono i dati in funzione di credenze preesistenti e dell’identità a cui appartengono. Il bias di conferma è la tendenza a cercare e valorizzare le prove che confermano ciò che già si crede, scartando o minimizzando quelle contrarie. Individui dotati di grande capacità argomentativa possono costruire giustificazioni sofisticate per mantenere convinzioni che proteggono la propria immagine o l’appartenenza a un gruppo. 

Si può ragionare correttamente su tutto tranne che su quello che minaccia la propria identità, rimanendo convinti allo stesso tempo di essere equilibrati e rispettosi delle diversità. Può essere definita come incapacità di vedere tutto quello che disturba le proprie convinzioni. Ciò mostra come l’impegno ideologico possa rendere invisibili prove incontrovertibili: spesso non si tratta di menzogna deliberata, ma di una cecità che filtra le evidenze, il che è, sotto alcuni aspetti, ancora più grave, dimostra quanto la fede ideologica possa influire sulla coscienza etica.

Se le categorie interpretative — e in particolare quelle politiche — si cristallizzano nelle identità di gruppo, la capacità di vedere si riduce ulteriormente. Le etichette come "destra" e "sinistra", o come "sovranista" e "liberale", ad esempio, diventano problematiche quando si presentano come rigidi criteri di appartenenza. A quel punto non è più la realtà a determinare l’etichetta, ma l’etichetta a determinare quale realtà debba essere visibile. La conseguenza è una radicata cecità: si diventa incapaci di riconoscere prove che contraddicono la narrazione del gruppo di riferimento. Non è neanche più necessario dover mentire. La realtà è quella riconosciuta dal proprio bias cognitivo e non ne esiste un'altra.

L'errore più frequente consiste nel confondere i due piani. Dal fatto che gli esseri umani hanno un accesso parziale alla realtà, si arriva a dedurre che la realtà stessa sia parziale, plurale, o addirittura costruita. Ma la parzialità del nostro sguardo non implica la parzialità della realtà: essa resta intera, anche se la nostra conoscenza non può esserlo. Il fatto che diverse testimonianze descrivono in modo difforme un evento non significa che l'evento non abbia avuto una struttura solida e determinata. La via d'uscita dalla trappola del pregiudizio non è la neutralità, che è anch'essa una posizione e spesso una posizione ipocrita. Dovrebbe essere qualcosa di più esigente, che vada ben oltre: rendersi effettivamente disponibili a cercare le prove contro le proprie tesi.

Non è mia intenzione affermare che si tratta di trasferire meccanicamente i metodi della scienza sperimentale alla storia o alla politica, ma di assumere lo spirito critico che Popper sintetizzò nella nozione di falsificabilità: formulare ipotesi che esplicitino quali evidenze le metterebbero in crisi. Chiedersi quali fatti potrebbero smentire la propria tesi è un esercizio creativo che sposta l’attenzione dalla ricerca di conferme alla ricerca di possibili confutazioni. Se alla fine di questo percorso di ricerca nessuna evidenza riesce a mettere in dubbio una nostra convinzione, vuol dire che quella convinzione si avvicina più alla fede cieca che al ragionamento. Diventarne consapevoli sarebbe già un grande passo in avanti di emancipazione individuale. 


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