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sabato 7 marzo 2026

PIERO STEFANI, “GESÙ” (2012)


PIERO STEFANI, “GESÙ” (2012)

«Avviene ancora oggi quanto capitò all’inizio e poi sempre da allora fino ai giorni nostri: la prima conoscenza di Gesù da noi avuta non ha luogo attraverso i libri. Per sapere come si è appreso qualcosa riguardo a lui occorre volgersi in altre direzioni. Non si tratta di un dato occasionale. Per quanto, sull’argomento, si sia scritto e si scriva senza posa (si calcola che nel XX secolo siano usciti 100.000 libri a lui dedicati), rimane saldo il fatto che Gesù, in proprio, non scrisse nulla. Vano sarebbe, perciò, sperare di conoscere il suo autentico pensiero prendendo in mano una sua opera. Di Gesù si afferma che visse, camminò, parlò, attuò guarigioni, compì esorcismi, si circondò di discepoli, insegnò, fece gesti simbolici, subì un processo in cui venne condannato alla pena della croce. Si proclama pure che morì, fu sepolto e risorse il terzo giorno. Mai si è sostenuto che abbia scritto alcunché, al più ci si è riferiti a labili segni, di ignoto contenuto, da lui tracciati per terra (Gv 8,6-8).»

«In definitiva, nel I secolo in ambito ebraico si riscontra l’esistenza di una vera e propria galassia di orientamenti e istituzioni; basti pensare a termini come: scribi, sacerdoti, farisei, sadducei, esseni, zeloti (sostenitori della lotta armata contro Roma), membri della comunità di Qumran, movimenti battisti (come quello di Giovanni), apocalittici, ellenisti e così via. L’elenco indica la presenza, all’interno del popolo ebraico, di un’accentuata varietà di orientamenti non di rado contraddistinti da un’aspra polemica reciproca. Tenendo conto di ciò, a un numero crescente di studiosi pare necessario concludere che il movimento nato attorno alla figura di Gesù possa essere classificato, dal punto di vista storico-culturale, come una corrente giudaica, per i più di orientamento apocalittico.»

«Gesù fu un ebreo condannato, al pari di molti altri del suo popolo, alla pena romana della croce. Qui, come altrove, i vangeli non attribuiscono, però, una particolare enfasi alla condizione ebraica di Gesù. La ragione è semplice: essa è data per ovvia. Cosa mai altro poteva essere Gesù, forse un greco o un romano? La mala pianta dell’antigiudaismo cristiano sarebbe cresciuta rigogliosa solo in seguito, quando Gesù fu considerato avulso dal suo popolo reo di averlo rifiutato in blocco. Ciò non trova riscontro nelle pagine evangeliche dove la componente polemica, spesso molto aspra, è, in sostanza, ancora intragiudaica. 

I racconti evangelici del processo a Gesù sono stati recepiti, lungo i secoli, in modo tale da alimentare pratiche ostili agli ebrei. Nella seconda metà del Novecento c’è stata, però, una svolta; varie Chiese cristiane si sono impegnate, infatti, a confutare la validità teologica di tali pregiudizi. In quest’ambito va citata, innanzitutto, la dichiarazione Nostra Aetate, n. 4 del Concilio Vaticano II, la quale nega l’esistenza di una supposta responsabilità collettiva ebraica nei confronti della morte di Gesù.»

Piero Stefani, autorevole teologo e biblista, studioso di ebraismo e promotore di dialogo interreligioso, con “Gesù”, un saggio breve in forma divulgativa, cerca di presentare al lettore contemporaneo la figura di Gesù di Nazareth nella sua complessità storica, religiosa e simbolica. Il risultato è un'opera che si pone efficacemente tra la teologia e la storia, tra l'esegesi biblica e la riflessione filosofica, rifiutando facili semplificazioni. Propone un profilo critico della figura di Gesù, in cui convergono e si confrontano dialetticamente tre prospettive: ecclesiale, storica e letteraria.

Stefani non scrive né una “vita di Gesù” classica né un’ennesima ricostruzione del “Gesù storico” in chiave puramente accademica. Il suo obiettivo dichiarato è più modesto e al tempo stesso più ambizioso: offrire al lettore contemporaneo, spesso disorientato tra dogmatismo tradizionalista, scetticismo storiografico e fascinazione letteraria, una sintesi ragionata delle principali questioni che ruotano attorno a Gesù. Questo breve saggio può servire molto bene come punto di partenza per un approfondimento, come sintesi di un percorso o come guida di lettura non solo alle fonti testamentarie. Nelle sue 128 pagine, riesce a essere insieme introduttivo e sofisticato. 

Stefani, smentendo molte semplificazioni, afferma che non è la scarsità delle fonti a rendere complessa la figura di Gesù, ma la loro natura plurale e la diversificazione delle letture che ne sono derivate. Abbiamo fonti canoniche, apocrife, e alcuni riferimenti non cristiani; ma soprattutto abbiamo secoli di interpretazioni che hanno contribuito a rendere Gesù un personaggio teologico, politico, culturale e simbolico unico. Questa impostazione permette a Stefani di evitare due rischi opposti: da un lato la ricerca nei testi di un Gesù storico “puro”; dall’altro la rigida sacralizzazione dei vangeli. Il libro si muove invece in una zona intermedia.

Gesù non può essere compreso al di fuori del suo contesto ebraico. Questa affermazione, che a prima vista potrebbe sembrare ovvia, porta con sé profonde implicazioni. Vuol dire riconoscere che Gesù parlava, pensava e agiva come un ebreo del primo secolo, radicato nella tradizione della Torah, dei profeti e della sapienza del suo popolo. Le sue parole, le sue parabole, le sue dispute con i farisei non possono essere lette come una rottura con l'ebraismo, ma come un dialogo continuo al suo interno, anche se a volte conflittuale. Stefani, che ha dedicato buona parte della sua carriera al dialogo ebraico-cristiano, porta in questo libro la sensibilità di chi sa quanto il rapporto tra le due tradizioni sia ancora oggi carico di incomprensioni storiche e di ferite da sanare, quanto l’antisemitismo sia sempre in agguato e purtroppo anche in crescita.

Uno dei nodi centrali del libro è il cosiddetto problema del Gesù storico, questione che ha attraversato la teologia e gli studi biblici almeno dall'Illuminismo in poi. Stefani affronta la questione con rara consapevolezza: i Vangeli non sono biografie nel senso moderno del termine, sono testimonianze di fede, composte da comunità che già credevano nella resurrezione di Gesù e che trasmettevano i suoi detti e le sue azioni in funzione di questo annuncio. Questo non li rende meno preziosi, ma obbliga il lettore a una lettura impegnativa e stratificata, capace di distinguere — senza mai separare definitivamente — il livello della storia da quello della confessione di fede. 

Stefani si muove con precisione attraverso le fonti, senza cedere alla tentazione di costruire un Gesù "depurato" dalla fede, perché non è possibile ritrovare sotto le pagine dei Vangeli un nucleo di storicità assoluta. Allo stesso tempo, non rinuncia all'analisi critica. Il suo Gesù è un predicatore itinerante della Galilea, probabilmente discepolo di Giovanni il Battista, che annuncia l'imminente regno di Dio con un'urgenza che trasforma radicalmente il suo rapporto con la Legge, con i puri e gli impuri, con i potenti e gli ultimi. Il Gesù di Stefani è irriducibilmente umano.

Al centro della predicazione di Gesù, Stefani pone il tema del Regno di Dio che è al tempo stesso una realtà già presente e ancora attesa. Questa tensione tra il "già" e il "non ancora" è, secondo Stefani, il cuore pulsante di tutta la teologia cristiana e ha le sue radici nella più autentica predicazione storica di Gesù. Il regno non è un luogo spiritualmente astratto, né un programma politico di liberazione nazionale, ma una trasformazione radicale del modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro e con Dio, inaugurata dall'agire di Gesù stesso, attraverso il suo messaggio di fratellanza.

Stefani sa leggere le parabole con profondità e sensibilità letteraria. La parabola del padre misericordioso, quella dei lavoratori della vigna, quella del seminatore: ognuna diventa nelle sue pagine non soltanto un insegnamento morale, ma una finestra aperta su una visione del mondo radicalmente alternativa, in cui le logiche della reciprocità, del merito e del potere vengono sistematicamente sovvertite. In questo senso, il Gesù di Stefani è una figura profondamente provocatoria, non rassicurante: il suo messaggio disturba le certezze di tutti, degli ortodossi e dei trasgressori, dei ricchi e di chi si accontenta della propria povertà come segno di virtù.

Quando il libro si avvicina alla Passione, il tono cambia. Stefani accompagna il lettore verso Gerusalemme con la consapevolezza che la morte di Gesù fu un in qualche modo il punto di approdo di un percorso che lo aveva portato a sfidare le autorità religiose del Tempio e, indirettamente, il potere romano. Andò incontro al suo destino con consapevolezza. «In conclusione, dietro la morte di Gesù si ritrovano soprattutto tre motivi conduttori: l’offerta della propria vita, la pretesa di presentarsi come Figlio dell’uomo e l’ostilità sorta attorno al fatto di essere scambiato per un messia di tipo davidico-regale.»

La resurrezione è il momento più delicato dell'intera trattazione. Stefani la affronta come un'esperienza — quella delle prime comunità di discepoli — che non può essere semplicemente catalogata come illusione collettiva né come fatto empirico ordinario. La resurrezione è, nel libro, il punto in cui la storia si apre su qualcosa che va oltre, e Stefani ha il coraggio di presentarla nella sua straordinarietà senza risolverla semplicisticamente né in senso razionalistico né in senso fideistico.

“Gesù” di Piero Stefani è una lettura che si rivolge a tutti, indipendentemente dalla posizione religiosa del lettore. Chi è credente vi troverà un invito a riscoprire la radicalità di una figura che troppo spesso viene addomesticata dalla devozione abitudinaria. Chi non lo è vi troverà uno strumento onesto e rigoroso per comprendere perché questa figura continua, a duemila anni dalla sua morte, ad affascinare e a essere il centro di un dibattito continuo. 

Il libro risulta particolarmente utile in un’epoca segnata da due estremi opposti: da un lato la riproposizione rigida di un’immagine sacra che ignora le acquisizioni storiche; dall’altro la riduzione di Gesù a maestro di saggezza etica o a rivoluzionario sociale, dimenticando la dimensione escatologica e teologica che permea i testi. Stefani non sceglie né l’uno né l’altro; propone invece un ascolto polifonico che rispetta la pluralità delle voci antiche e moderne.

La grandezza del libro sta nella sua onestà intellettuale: Stefani non finge di avere risposte definitive là dove le domande restano aperte. Non pretende di essere neutrale, ma sa fare della propria prospettiva uno strumento di comprensione piuttosto che un filtro deformante. Il suo Gesù è, alla fine, una figura che sfugge a ogni tentativo di appropriazione e catalogazione, e forse è proprio in questa irriducibilità che risiede la sua inesauribile potenza.


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