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venerdì 15 maggio 2026

BULGAKOV E MARGHERITA


BULGAKOV E MARGHERITA 

Il 15 maggio 1891 nacque a Kiev, allora facente parte dell'Impero russo, Mikhail Afanas'evič Bulgakov da una coppia della piccola borghesia intellettuale: il padre era professore di teologia, l’influenza culturale religiosa e umanistica che esercitò sulla sensibilità dello scrittore lasciò un'impronta duratura, nonostante il fatto che Bulgakov non aderì mai ad alcuna forma di devozione tradizionale. La sua opera affronta il mistero dell'esistenza, di Dio e del Bene attraverso una spiritualità vissuta come ricerca etica, umana e di libertà interiore, piuttosto che come adesione a un qualche tipo di dogma.

Studiò medicina all'Università di Kiev, si laureò nel 1916 e fu subito inviato come medico di campagna in una zona rurale della Russia centrale, esperienza che avrebbe rielaborato negli “Appunti di uno giovane medico”, ciclo di racconti semi autobiografici scritti tra il 1925 e il 1926, ambientati tra il 1916 e il 1917 nel contesto rurale e provinciale zarista che era oramai al tramonto. Agli anni della della guerra civile ucraina dedicò “La Guardia Bianca”, il suo primo grande romanzo in parte autobiografico, nel quale la famiglia Turbin assiste alla dissoluzione dell'antico ordine durante l'inverno del 1918-1919. 

Trasferitosi a Mosca nel 1921, Bulgakov rinunciò definitivamente alla medicina e si dedicò al giornalismo e alla narrativa, attraversando anni di pesanti ristrettezze economiche. In quel periodo scrisse l’immaginifico e originalissimo romanzo “Cuore di cane” terminato sempre nel 1925, satira feroce sull'uomo nuovo sovietico costruita attorno all'esperienza di un cane da strada, soggetto ad un esperimento chirurgico con il trapianto dei testicoli e dell'ipofisi di un uomo morto, una parodia delle pretese trasformatrici della rivoluzione; il racconto circolò in forma di manoscritto e fu pubblicato in Unione Sovietica solo nel 1987, durante l'era gorbacioviana, dopo oltre sessant'anni.

Il successo teatrale arrivò con “I giorni dei Turbin", adattamento scenico de “La Guardia Bianca”, messo in scena dal Teatro d'Arte di Mosca nel 1926. L'opera ebbe un successo di pubblico straordinario e - paradossalmente - Stalin stesso la vide molte volte, provando un'ambivalente e singolare ammirazione per Bulgakov, cosa che lo salvò dalla persecuzione. Tuttavia, la critica ufficiale lo stroncò con crescente violenza, accusandolo di nostalgia borghese e di simpatie controrivoluzionarie. Tra il 1927 e il 1929 le sue opere furono sistematicamente rimosse dai cartelloni e i suoi scritti rifiutati dalle redazioni. 

Nel 1930, con una mossa disperata e di incredibile audacia, Bulgakov scrisse una lettera indirizzata a Stalin, chiedendo di poter emigrare o, in alternativa, di ricevere un lavoro che gli consentisse di sopravvivere. Stalin sorprendentemente gli telefonò di persona, e quella telefonata rimase avvolta in un alone surreale di mistero. Grazie ai diari di Elena Sergeevna Šilovskaja, moglie di Bulgakov, fu reso noto il contenuto della telefonata: Stalin propose allo scrittore di lavorare al Teatro d'Arte, negandogli però l'espatrio. 

Non ottenne mai il permesso di pubblicare liberamente, ma non fu arrestato. Stalin lo tenne sotto una sorta di tutela rigidamente sorvegliata. Il dittatore agì come un despota illuminato che giocava con il suo intellettuale preferito: lo salvò dalla persecuzione, ma il regime sovietico ne bloccò quasi tutte le nuove opere teatrali, condannandolo a un ruolo di secondo piano, quasi come se Stalin stesso lo volesse ridurre a uno "scrittore di corte".

Gli anni Trenta furono un periodo di intenso lavoro e di continue frustrazioni. Bulgakov scrisse per lo più opere destinate a restare nel cassetto - tra cui una pièce teatrale su Molière e una su Puškin - che finivano puntualmente nelle maglie della censura oppure bloccate da conflitti interni ai teatri. La pièce su Molière, “La cabala dei bigotti” del 1929 è un'evidente allegoria del rapporto tra l'artista e il potere tirannico, con Luigi XIV al posto di Stalin e Molière al posto di Bulgakov; fu rappresentata per pochi giorni nel 1936, per poi essere cancellata, dopo una stroncatura della Pravda. 

In quegli anni scrisse anche “Il Maestro e Margherita", il suo più grande capolavoro, al quale lavorò per circa dodici anni, dal 1928 fino alla morte, senza mai portarlo a compimento definitivo e senza poter sperare di vederlo pubblicato. La sua incompiutezza è dovuta al fatto che Bulgakov non ebbe il tempo di terminare la revisione, anche se nella struttura era già completo. “Il Maestro e Margherita” è un'opera di difficile classificazione. 

È simultaneamente una satira della Mosca sovietica degli anni Trenta, una rielaborazione del mito faustiano con Woland - il Diavolo - come protagonista ambiguo e giustiziere, e una meditazione sulla passione e la resurrezione attraverso la storia di Ponzio Pilato e di Jeshua Ha-Nozri (il Gesù storico), inserita come romanzo nel romanzo. Alla Mosca grottesca e corrotta si contrappone la Gerusalemme dei vangeli, e tra i due livelli narrativi circolano temi comuni. Il personaggio di Margherita è strettamente legato alla moglie Elena Sergeevna, ma è anche l’impersonificazione della libertà d’espressione, che era stata sempre sistematicamente negata a Bulgakov.

Bulgakov morì il 10 marzo 1940, a quarantotto anni. La moglie custodì il manoscritto per un quarto di secolo. Il romanzo fu pubblicato per la prima volta in versione parziale a causa dei tagli della censura sulla rivista “Moskva” nel 1966-1967, mentre la prima edizione integrale apparve in Occidente nel 1967 grazie alla casa editrice YMCA Press a Parigi e subito dopo all'editore italiano Giulio Einaudi. Nel 1969 anche la Possev Verlag di Francoforte pubblicò la storica edizione integrale in lingua russa, dove le parti censurate in Unione Sovietica vennero evidenziate in corsivo.

Molti lettori sovietici infatti non si rassegnarono alla censura e attuarono la pratica del Samizdat (auto-pubblicazione clandestina). I passaggi tagliati dalla censura iniziarono a circolare illegalmente dattiloscritti su fogli volanti, che la gente copiava a mano e inseriva nei punti giusti della rivista Moskva. Il Tamizdat riguardava invece il modo di esportarlo clandestinamente per permettere la pubblicazione all'estero: Il testo integrale fu contrabbandato così fuori dall'URSS. La ricezione fu immediata, entusiasta e travolgente: il romanzo divenne uno dei classici della cultura russa del Novecento, interpretato come allegoria della condizione dell'intellettuale sotto il totalitarismo. 

In Russia la pubblicazione integrale non censurata arrivò solo nel 1973. Ancora oggi il libro si mantiene vivo nell'immaginario letterario, anche grazie ai celebri affreschi murali nel cortile di Bolšaja Sadovaja n. 10 - il palazzo dove visse Bulgakov e dove abita Woland nel romanzo, ma con un civico diverso ideato dalla fervida fantasia dello scrittore: il 302 bis. Bulgakov rimane una figura singolare nella letteratura russa del Novecento: non fu un dissidente nel senso stretto del termine, ma fu comunque un critico radicale del regime staliniano. Scrisse opere a cui la storia avrebbe infine reso loro giustizia. La certezza espressa nelle ultime pagine del Maestro e Margherita - «i manoscritti non bruciano» - era il principio a cui aveva dedicato una vita intera.


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