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mercoledì 13 maggio 2026

IL REFERENDUM SUL DIVORZIO DEL 12-13 MAGGIO 1974


IL REFERENDUM SUL DIVORZIO DEL 12-13 MAGGIO 1974

Non avevo ancora sedici anni quando fu scritta questa cruciale pagina di storia italiana. Si potrebbe ben dire che da quel momento in poi nulla su questo tema fu come prima. Ovviamente, non avevo diritto di voto ma partecipai lo stesso per quel che potei alla campagna referendaria con qualche volantinaggio e soprattutto parlando direttamente con le persone. Ero un militante adolescente alle primissime “armi”. Il paese si scoprì improvvisamente a maggioranza laica, un sentimento trasversale anche all’interno del mondo cattolico, coinvolgendo persino parte dell’elettorato di destra dell’Msi, nonostante le indicazioni del partito.

Sono passati esattamente cinquantadue anni da quel referendum del 12-13 maggio del 1974. La legge sul divorzio - la cosiddetta legge Fortuna-Baslini, dal nome dei due deputati proponenti, il socialista Loris Fortuna e il liberale Antonio Baslini - era stata approvata dal Parlamento nel dicembre 1970 dopo un iter decennale estenuante. Era la prima volta che l'Italia si dotava di uno strumento legale per lo scioglimento del matrimonio civile, e la sua approvazione fu già di per sé una vittoria strappata contro una resistenza durissima. 

La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano, forti del sostegno esplicito della gerarchia ecclesiastica, raccolsero le firme necessarie per indire un referendum abrogativo, puntando a cancellare la legge pensando che essa non fosse riuscita ancora a fare pienamente breccia nella coscienza civile del paese. La campagna fu condotta dal fronte clerico-conservatore con toni di intensa pressione morale, evocando la difesa della famiglia, dell'identità cristiana della nazione, dell'ordine sociale. 

Il Vaticano si schierò apertamente per il SÌ. La DC era convinta di vincere: i sondaggi interni positivi, l'esperienza dei rapporti di forza tradizionali, la struttura capillare del partito sul territorio e il peso dell'apparato ecclesiastico nelle campagne e nelle periferie suggerivano un esito favorevole all'abrogazione. Il fronte del NO - ovvero quello favorevole a mantenere la legge - era composito e non privo di tensioni e contraddizioni interne. Il PCI di Berlinguer sostenne il NO, pur con una posizione non priva di cautele: il partito ci teneva a non creare uno scontro frontale con la Chiesa su un terreno di valori che poteva essere pericoloso, e al tempo stesso non poteva certo abbandonare la contesa.

Il fronte laico - i socialisti, i repubblicani, i liberali e, soprattutto, i radicali, che avevano animato con determinazione la battaglia per la legge sin dall'inizio - fece campagna con piena convinzione e maggiore libertà. La sinistra extraparlamentare e il movimento femminista furono i soggetti più risoluti, insieme al partito di Pannella. Il risultato fu una sorpresa per molti, e uno shock per la DC: il NO vinse con il 59,2% dei voti contro il 40,8% del SÌ. Una maggioranza netta, superiore alle previsioni più ottimistiche del fronte laico e progressista. La partecipazione fu altissima, attorno all'87% degli aventi diritto.

Tuttavia, come ho accennato all'inizio, la vittoria del NO non fu semplicemente una vittoria della sinistra e dei partiti laici. Vasti settori dell'elettorato moderato, incluse donne cattoliche, votarono per mantenere il divorzio, in molti casi ciò avvenne non per convinzione ideologica ma per un senso di realismo: la legge funzionava e cancellarla avrebbe significato ricacciare nella clandestinità e nella miseria molte situazioni di vita concreta quotidiana, in particolare la condizione della donna. La laicizzazione della società italiana, tra mille difficoltà e contraddizioni, stava facendo il suo corso.

In secondo luogo, il risultato inflisse una ferita profonda alla DC e alla sua pretesa di rappresentare organicamente i valori dei cattolici italiani. Emerse con chiarezza che la fedeltà elettorale al partito e l'obbedienza alle indicazioni della gerarchia ecclesiastica non erano più sovrapponibili. Fu un segnale anticipatore del lungo declino che si sarebbe dispiegato nei decenni successivi.

Al di là della politica partitica, il 12-13 maggio 1974 resta una data fondamentale nella storia dei diritti civili italiani, una delle poche. Segnò almeno formalmente la rottura tra Stato e Chiesa in materia di legislazione familiare, e aprì la strada - non senza nuovi conflitti - alle battaglie successive: l'aborto, la riforma del diritto di famiglia, i consultori. Fu il voto femminile a essere decisivo, e il fatto che milioni di donne votassero contro la posizione ufficiale della Chiesa su una questione che riguardava la loro vita quotidiana e la loro libertà personale costituì una novità antropologica di grande portata.


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